sabato 7 dicembre 2013

Donna

"Io sono quella che è stata odiata ovunque
e quella che è stata amata in ogni luogo."

Il Tuono, Mente Perfetta
 
Come riassumere più brevemente di così la condizione femminile negli ultimi millenni?

venerdì 1 novembre 2013

Benedizione del Viaggiatore

Negli ultimi mesi mi sono mossa, ho viaggiato e mi sono mischiata con l'umanità. Ho visto monti, laghi, colline, ruggiada, fiori di ogni colore, farfalle come segni sulla via, amici, donne, ragazze, uomini, compagni di via, colori (a non finire!), emozioni fortissime, sia belle che brutte; ho provato la Pace e l'Amore e l'incertezza tremenda come davanti ad un bivio importantissimo. Ho lottato e riso, sperato, imparato, giocato, danzato a non finire, cantato, nuotato, guardato il mondo con occhi pieni di sorrisi, amore, bellezza. Sono stata nuda sotto la pioggia ed il sole, ho sofferto il freddo, spalato terra, giocato a tirarsi il fango, raccolto frutta, sorriso e abbracciato sconosciuti e non, respirato profondo, guardato negli occhi, parlato altre lingue (a volte inventando), impastato, sono caduta malamente, ho portato le capre al pascolo, mi sono sorpresa per i Segni e la Fortuna che ho trovato, fatto cose che non avevo mai fatto e che non avrei mai pensato di fare o che da molto tempo speravo di poter fare. In una parola: VIVO.

E questo è uno dei risultati. Una Benedizione per dire a tutti voi Viaggiatori che il Viaggio è ciò che fa battere il cuore e respirare, e che anche se non si sa quando arriveremo alla Meta, ogni giorno è un arrivo e un dispensatore di doni. Ma so che in fondo a voi stessi, dove siete davvero Voi, già lo sapete.
Con tutto l'Amore sconfinato che può attraversare un cuore (ma non esserne contenuto!).
*
Viaggiatore, ora che è il momento del saluto
ovunque noi siamo, ovunque noi stiamo per andare
china il capo per questa benedizione:

che siano molti i giorni di viaggio e lunga la strada davanti,
che ti porti lontano dal certo e vicino a dove batte il tuo cuore.
Che tu possa incontrare molti stranieri e sconosciuti
con i quali condividere un paese e un'emozione.
Che ci siano molte braccia lungo la tua via pronte a stringerti
molte labbra da baciare, sorrisi da scambiare
occhi da incontrare, mani da stringere
che tu non abbia un unico amore
ma mille cuori che battono scorgendoti dietro alla curva.
Che tu possa guadare le finestre illuminate chiedendoti
"Quale vita nascondo?" per poi voltarti e lasciar volare via tutto.

Che la Via ti porti in prati assolati, boschi antichi
frutteti, piccoli orti, giungle, scogliere, oasi, isole e vette;
lungo fiumi tranquilli, rapidi torrenti, cascate
laghetti di montagna, mari ondosi, oceani e stagni;
sotto freschi venti gentili, scirocco che asciuga le lacrime
gelida tramontana che respinge gli indugi, tempeste e bonaccia;
vicino a fuochi da campo, vecchi camini, stufe di ghisa
fiamme di candele, vulcani, falà, forni e braci.
Che tu abbia cibo e riparo
che tu abbia da bere e da lavare
che tu abbia aria pura da respirare e vento nelle vele
che tu abbia legna in abbondanza e calore.

Che tu possa vedere molti tramonti.
Che tu senta il Cielo sul capo e la Terra sotto ai piedi, sempre.
Che il viaggio di porti a guardare le stelle nelle notti estive,
a cogliere i colori delle foglie quando viene l'autunno,
a farti cullare dai racconti presso il fuoco d'inverno,
a spiare i segni della primavera fra i fiori.
Che tu possa piantare molti semi
chiedendoti se tornerai a vedere le piante che diventeranno.

E spero per te, Viaggiatore
che il Viaggio sia ricco di soste inaspettate,
incontri imprevisti, mete insospettabili,
che tu non abbia una csa ma molte in ogni luogo.
Che a volte tu ti perda, che ti ritrovi a chiederti
"Perché sono partito?" imprecando,
solo per scoprire ogni volta che è stato perché lo volevi.
Che tu ti trovi sprovvisto di ciò che ti serve,
solo per scoprire ogni volta che ti attende qualche passo più avanti.
Che tu ti trovi solo, vagabondo e con la nostalgia di ciò che ti è caro,
solo per scoprire ogni volta che lo porti già nel tuo zaino.
Che tu debba affrontare la pioggia battente e i tuoni,
solo per scoprire ogni volta che sono preludio all'arcobaleno.

Che tu possa impararare molte cose.
Che tu sappia che anche se troverai un luogo da chiamare "Casa"
il Viaggio non finisce.
Che tu possa sorridere di piacere nelle notti insonni
pensando alla strada percorsa e da percorrere
a quanto è distante il luogo dal quale sei partito
a quanto sei cambiato durante il cammino, senza accorgertene
a quante persone hai incontrato sulla tua rotta, anche a me.

Ma soprattutto ti aguro
di sentire sempre che la Via è Giusta
che io sono sulla tua Strada con tutti coloro che ami
e che la Meta sei Tu Stesso.

E in fine Viaggiatore,
ora che è il momento dell'addio
ovunque noi siamo, ovunque noi stiamo per andare,
china il capo per questa benedizione:
Che Hermes, Santa Sara, Odino, Mercurio
Neallhenia la Buona Conduttrice, Ellen delle Strade
e Nostra Signora della Via
stendano la mano sul tuo Viaggio.

 E che tu sappia che in porti e luoghi lontani
davanti alle rapide o nel silenzio di una grotta
sola, fra le braccia di qualcuno o fra la folla
a volte sul mio viso comprarirà un sorriso
e un pensiero come farfalla volerà a te dicendoti
"Sono lungo la Strada, Viaggiatore."
*
I "Grazie" che dovrei dire per questa Benedizione sono moltissimi, ma credo che alcuni dei più fondamentali vadano ad Ayac, Vince, Claudio, Claudia, Giulietta, Francesco, Claudia, Jessi e Anthea, le Aridoe, la mia famiglia, la gente di Terra, le ragazze dell'Isola, i fricchettoni, i danzatori/suonatori, la lovely Mentuccia, alle fatine Giulia, Viola, Mara e ai bimbi Viviana, Manuel, Marta. A Evon, Buma, Akim (?), Free Coco, alla Bianca, Elvis e le loro compagne belanti. A Shiva e Parvati, Krishna e Radha e a Ganesha che ascoltano i nostri Desideri. Ai mille sconosciuti non più tali.
Me llevò aquì el viento esta mañana 
no sabìa por què ni me emportaba saber. 
Asì es la verdad, no hay nada que hacer 
si no seguir viviendo, de la ecencia de tu ser. 
Y quando llegas al final, al final de que no sé
allà te encontraràs al principio otra vez... 
Shimshai - Como las flores creciendo

Apriamo le ali, e via che si vola!

domenica 2 giugno 2013

(Breve) Canto dell'Innamorata

I tuoi baci sono i miei ornamenti
le tue carezze l'unico vestito che voglio indossare
i tuoi sguardi il velo su i miei capelli
i tui sorrisi come farfalle che mi danzano attorno
si posano e volano.
I nostri corpi uniti opera perfetta.

La (mia) creazione

Ho scritto questa cosa in un momento, qualche mese fa, in cui pensavo a quale potesse essere la mia versione della creazione. Stavo leggendo Il Silmarillion di Tolkien, nel quale l'autore racconta la storia della Terra di Mezzo fin dal sorgere del mondo ad opera di Iluvatar, l'Uno e dei Valar, gli Dei. Sono spesso stata piuttosto restia a inventare, anche se la mitologia mi affascina enormemente; tuttavia ogni civiltà ha dato la sua interpretazione del mondo, in ogni tempo c'è stata una  qualche idea su come si siano formate le cose che vediamo, su come la realtà è venuta in essere. E sono tutte idee diverse. Sono solo modi diversi di leggere il mondo.
Mi piacerebbe leggere anche le idee di altri...dicono molto di come siamo, parlano della nostra parte profonda e del nostro intimo; non ce n'è una valida ed una no, lo sono tutte. Alcuni mi hanno assecondato e mi hanno raccontato la loro versione, ma mi piacerebbe leggerne e ascoltarne altre...sono cose piene di bellezza, profondità e potere.
Questa è la mia.


In origine, prima del tempo, c'era l'Uno. L'Uno era solo, solo lui era, e al di fuori di lui non c'era nulla. Nulla gli mancava, e tutte le cose che ora esistono e sono divise, erano mescolate in lui.
Ma non si sa perché, nè si può dire quando visto che il tempo non c'era ancora, l'Uno iniziò a giocare, e questo è uno dei Grandi Misteri. Ma visto che al di fuori di lui nulla era, giocò con sè stesso, e giocò in tutti i modi possibili finché che per espandere il suo gioco da Uno si fece Due. Ed ecco, i Due erano l'Uno, poiché, benché Due, unendosi erano pur sempre l'Uno. Ne creò due perché così poteva riconoscersi in sè stesso, una sua parte nell'altra; ne creò due per la grazia dell'Unione. E così queste due cose, che erano Due ma erano anche l'Uno, provarono il Desiderio di riunirsi nella perfezione senza mancanza dell'Uno. E per potersi riunire in tutte le maniere possibili esse assunsero caratteristiche diverse, per rendere la loro gioiosa Unione universale.
Ed una delle due parti si fece dolce e accogliente, ma anche selvaggia e indomabile, e l'altra parte si fece forte e fiera, ma anche gentile e delicata.
Così nel lungo "ora" prima del Tempo, avvenne che i Due si unirono e una parte accolse l'altra in modi e forme indicibili e inimmaginabili per la mente umana, in maniere che solo in quei momenti di folgorante chiarezza l'uomo può appena sentire di intuire. E quando i Due furono uniti la loro unione creò un grande Piacere poiché grande fu la gioia dell'Uno nel riconoscersi e nel ritrovare sé stesso.
E l'Uno ridendo nei Due, volle ingrandire il suo Gioco, e volle dividersi molte volte per la possibilità di potersi molte volte riunire. Così l'Uno nei Due volle creare molte cose, ed il suo volere tramite i Due veniva in essere.
Il Piacere provato dall'Uno nei Due generò un'Onda enorme che si espanse e colmò di essere ciò che prima nulla era. E quest'Onda di Piacere e Gioia ed Essere fu l'inizio delle cose. Questo fu il Grande Inizio della creazione, e fu per il riso dell'Uno nei Due, e per il Piacere dei Due, e per il Gioco dell'Uno.
E benché i Due fossero divisi erano per sempre l'Uno, e così anche tutte le cose furono divise e diverse le une dalle altre, ma pur sempre perfettamente coincidenti e in grado di riunirsi in Uno.
Ed i Due giocavano, e l'Uno giocava in loro ed il loro Piacere generò l'universo. La grande Onda si espanse in ogni direzione, e seminò le stelle, i pianeti, le galassie ed il buio e la luce di questi, e tutto era un misto dei Due, e il loro desiderio di unione insito in ogni cosa facceva in modo che queste fossero, e si unissero a formarne di più grandi, e che si dividessero per poter tornare poi a riunirsi.
E ancora oggi, nei gioni del Tempo, si può sentire il riso dell'Uno che perdura nella grande Onda che ancora si espande, e la creazione continua sempre, ogni volta che Due si uniscono in Uno, ogni volta che una cosa si unisce ad un'altra e questo è il fine stesso di tutto. E tutte le cose sono tenute insieme dal Desiderio dei Due, cioè da quello dell'Uno per sè stesso, e questo, ciò che unisce e divide e riunisce è ciò che gli uomini chiamano Amore.

giovedì 2 maggio 2013

Canto della Dea dell'Amore

Ogni calice aperto al sole,
ogni animale con la sua compagna,
ogni Donna con ogni Uomo,
essi invocano Me nell'Unione,
son nelle mani di chi dà piacere.

Sono nello sguardo della Donna
col corpo abbandonato e i capelli scoposti.
Sono nello sguardo dell'Uomo
col corpo vibrante e le mani che stringono.

Il Tempio è il corpo,
baci son per me offerte,
abbracci frementi in libagione,
sguardi intrecciati come serti odorosi,
sospiri invece di volute d'incenso,
gemiti di piacere sono preghiera gradita,
Femminile e Maschile mi son sacerdoti
ed il più sacro dei miei rituali
si compie nella casa di Amore.

Mi sono cari i Misteri dell'Amplesso,
in tempi antichi li donai agli uomini,
come passi della Prima Danza sacra.

Vengo a soffiare sul Fuoco,
vengo a destare il Sangue,
vengo a infiammar le membra,
vengo a  ravvivar l'Ebbrezza
vengo ad attizzar l'Ardore,
vengo ad agitare il Desiderio
 di fare Uno di due.

Amatemi voi che nascete e morite
"poiché sono la scandalosa e la magnifica".*



*verso tratto da Il Tuono, Mente perfetta testo gnostico trovato a Nag Hamadi risalente al IV-III sec. a. C. circa.


Canto in parte ispirato ai miti riguardanti Afrodite, Venere, Freyja, Blodeuwedd e dalle liriche di Saffo. Severamente vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citare la fonte.

Canto della Donna Fiore

Delle piante il fiore,
delle erbe il profumo,
degl'insetti la Farfalla,
del fuoco la vampa,
del senso della vita l'Amore.

Api le ancelle,
boccioli i gioielli,
melograno le labbra,
di tredici Lune la cintura
ed una rossa corolla fra le mie cosce.
Tutti i petali nella mia carne,
la mia schiena inarcata nel piacere è l'arcobaleno
i miei umori sono ruggiada,
a me ti attirano braccia di rose!

Mi apro col Sole
alle mani che mi accareazzano.
Mi offro interamente
ai raggi che mi accarezzano.
Mi dischiudo in ogni anfratto
a coloro che mi accarezzano.

Nessuno mi domina,
nessuno mi possiede,
nessuno mi doma,
ma più di mille sono i miei Amanti.Nessuno mi consiglia
nessuno mi costringe,
nessuno mi dissuade;
Io vengo Libera al Piacere.

Dispiego colori accesi di luce,
sfumature infuocate
e strisce ardenti per irretirti
ed un profumo più dolce del miele,
non ho pudore nell'attirarti a me!
Tutto ti conduce al mio calice rubino
irrorato di perle, rosso di vita,
stillante di nettare.

Tutto di me ti sussura
"Vieni, vieni, vieni..."
Unisciti a me, nel mio Fiore Rosso
che più di mille volte si rinnova.
Non resistere a Primavera!
Vieni, vieni, vieni...
Come pistilli tesi, anelanti al polline d'oro
le mie mani ti chiedono di concederti.
Non resistere a Primavera!
Vieni, vieni, vieni...


Questo Canto d'Amore di primavera mi è stato ispirato dalle leggende su Afrodite, Flora, Blodeuwedd, Olwen, Freyja, Blathnat, Creiddylad, e in parte dalle riflessioni a riguardo delle ragazze de I Meli di Avalon. Severamente vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citare la fonte.

Oleolito d'Iperico

Un dono del sole, il giallo e rosso portatore di luce e pace; questo è per me l'Iperico, piantina tanto semplice ma al contempo tanto ricca di poteri curativi. Per questa ricetta esistono infinite varianti, mille accorgimenti e piccoli trucchi, e dunque eccomi qua ad offrire anche la mia, appresa da mia madre che prepara questo rimedio da anni.

Ingredienti: 
  • sommità fiorite d'Iperico
  • olio
Riguardo all'Iperico
Credo che si possa trovare secco anche nelle erboristerie ma è un piantina talmente comune e facilmente riconoscibile che potete tranquillamente andare in un prato dove cresce e raccoglierne un po' (controllate attentamente che sia proprio lei confrontandola con foto e schede erboristiche!). Come sempre per raccogliere ci vuole un po' di buon senso: strappare un'intera pianta o derubare un intero prato di tutte le piantine che offfre non ha senso! Prima di raccogliere "avvicinatevi" all'Iperico, guardatelo nel suo spazio, sentitene la presenza, cercate di coglierne la sfumatura, la qualità, l'energia, toccatelo delicatamente, comunicatele amore e gratitudine per il dono che vi sta facendo (che non è per niente dovuto!). Potreste anche lasciare qualche piccolo dono al prato, come biscotti o briciole di pane.
Il momento migliore per raccogliere l'Iperico è in luna crescente o piena, al mattino quando la ruggiada si è asciugata ma il sole non brucia ancora, preferibilmente in un giorno del fiore (Bilancia, Gemelli, Acquario) o dello Scorpione, quando i fiori sono aperti ma non sfioriti. Il tempo balsamico (periodo di maggior concentrazione di principi curativi e umori nella pianta) dell'Iperico è a Giugno, ed in particolare la tradizione vuole che vada raccolto durante il Solstizio d'Estate (21 Giugno) a mezzogiorno, oppure nel giorno di S. Giovanni (24 Giugno) in modo da poter beneficiare di tutto il suo potere curativo ed energetico. Curatevi di prendere solo i rametti sani e verdi, evitando quelli ingialliti, sporchi, attaccati da insetti o funghi o vicini a strade o ad altre fonti d'inquinamento. Ne serve un mazzetto, giusto quello che basta per riempire un barattolo senza pressare molto.
Riguardo agli oleoliti c'è sempre la disputa se usare la pianta secca o quella fresca (la quale contiene acqua che potrebbe creare muffe e deteriorare l'olio), ma per quest'oleolito in particolare sembra che siano quasi tutti conconrdi nel dire che va utilizzata la pianta fresca; questo mi ha spesso dato l'idea che la qualità luminosa, calda e solare dell'Iperico sia coglibile appunto anche fisicamente, ma è una suggestione mia, in realtà probabilmente contiene solo meno acqua rispetto ad altre piante.

Riguardo all'olio
L'olio va scelto in base all'uso che volete fare dell'oleolito: se volete preparare un unguento vanno benissimo l'olio d'oliva, girasole, riso ecc. se invece volete addizionare l'oleolito a creme e preparati per il viso sarebbe meglio usare oli più leggeri e non comedogeni come vinaccioli o jojoba. Sconsiglierei quello di mandorle anche se le sue proprietà si sposarebbero bene con quelle dell'Iperico, perché irrancidisce facilmente, e la presenza d'acqua nella pianta certo non favorisce la sua conservazione, ma provate! Io non l'ho mai fatto, ma potreste scoprire che funziona invece a meraviglia!
E' comunque possibile fare un misto di vari oli in modo da addizionare le proprietà di questi a quelle dell'Iperico.

Preparazione
Mettete le sommità fiorite d'Iperico con i fiori verso il basso in un barattolo di vetro pulito ed asciutto, pressandole poco, giusto quel tanto che basta per farle stare ben distribuite nel contenitore. Per distribuirlo meglio e far penetrare meglio l'olio potete anche tagliuzzarlo, ma comunque ho testato che il risultato è uguale. Ricopritele con l'olio o la miscela di oli che avete scelto in modo che non spunti fuori nulla della pianta e lasciate in macerazione per un mese, agitanto di tanto in tanto il barattolo.
Nella mia famiglia si è sempre esposto il barattolo al sole, il cui calore velocizza il processo d'estrazione dei principi della pianta, e attiva l'ipericina, la sostanza che rende l'olio rosso. C'è anche chi sostiene che l'olio in preparazione non dovrebbe mai essere "visto" dalla luna, quindi andrebbe esposto di giorno al sole e ritirato quando cala.
In alternativa si può lasciare in un luogo buio per quaranta giorni, ma credo che quest'oleolito in particolare acquisti solo dal contatto, anche se schermato, con il sole.
L'oleolito è pronto quando ha assunto un bel color rubino ed il caratteristico odore dell'erba, basterà circa un mese. A questo punto filtrate (prima con un colino ed eventualmente dopo con una garza o un filtro da caffè) spremendo bene la pianta in modo da ottenere tutto l'olio che ha assorbito che sarà anche quello più carico di proprietà, eventualmente aiutandovi con uno schiaccia patate o un torchietto. Conservate l'oleolito ottuenuto in una bottiglietta di vetro scuro in luogo buio ed asciutto ed etichettate con data di preparazione, contenuto ecc.
Un'altra ricetta che mi è stata donata prevede l'aggiunta di vino bianco, ma io personalmente non l'ho mai sperimentata; tuttavia mi sembra una buona intuzione inquanto l'alcool presente nel vino andrà ad estrarre alcune sostanze non liposolubili. Solitamente questo tipo di oleolito si prepara a caldo per fare in modo che dopo la macerazione il vino evapori.

Utilizzi
ATTENZIONE: l'Iperico rende la pelle più fotosensibile se assunto in grandi quintità per via interna, per quanto riguarda l'olio non dovrebbe esserci alcun pericolo, ma soprattutto se avete la pelle chiara non esponetevi al sole (e neanche a lampade abbronzanti) dopo l'uso, inoltre può avere interazione con contraccettivi orali, farmaci antidepressivi, barbiturici.
L'oleolito d'Iperico si può usare puro su eritemi, ustioni, anche solari, magari in sinergia con gel d'aloe o chiara d'uovo applicati localmente. Si può applicare anche ogni volta che ci sia bisogno di una rapida ciccatrizazione (dunque quando la crosta si è già formata), ancora meglio se unito all'oleolito di Calendula; aggiungendo anche Lavanda e/o Camomilla otterrete un olio perfetto per qualsiasi problema di arrossamento della pelle, screpolature, bruciature, piccole ferite ecc.  Migliora le contratture muscolari e le infiammazioni dei tendini se usato come olio da massaggio, attenua le emorroidi se applicato localmente.
In alternativa se ne può fare un unguento, più pratico da portare in giro e applicare, dalle uguali proprietà.

Non so se l'avete colto anche voi, ma a me sembra che quest'olio color rubino, così carico di Sole per colore dei petali, momento di fioritura, tempo balsamico e tradizione popolare curi gli eccessi di calore con un'altro tipo di calore più benefico e dolce; come dire fuoco scaccia fuoco. Un eccesso di calore più acuto e pungente viene curato da un calore più delicato e "rotondo"...è difficile esprimere le sensazioni e le qualità che si colgono dalle piante, ma avete avuto anche voi quest'esperienza con l'Iperico?
Scriverò anche una "scheda tecnica" sulla pianta,i suoi usi e le sue "energie". Abbiate pazienza. Intanto fatemi sapere come vi trovate con questa ricetta!

Vedi anche:
Iperico
Alcune varietà d'Iperico
Illustrazioni botaniche d'Iperico
Pyrra - Unguento d'Iperico
Cautha - Unguento alla Calendula e Iperico
Oleolito di Calendula
Aggiornato l'ultima volta il 19 luglio 2015.

mercoledì 27 marzo 2013

Beren e Luthien


"Lunghe eran le foglie e l'erba era fresca,
E le cicute ondeggiavano fiorite e belle.
Una luce brillava nella foresta,
Era tra le tenebre un luccicar di stelle.
Tinúviel ballava nella radura,
Di un flauto nascosto alla musica pura;
Una luce di stelle le inondava i capelli
E la splendida veste, oh Tinúviel!

Lì giunse Beren dal monte imponente
E tra le fronde e gli alberi vagabondò disperso,
E dove il fiume elfico scorre turbolento
Camminò solitario ed in pensieri immerso.
Guardando tra le verdi foglie delle foreste,
Vide con meraviglia dalie dorate
Ricoprir il manto e la lunga veste
E la capigliatura bionda come cascate.

Per incanto i piedi guariti e riposati,
Che condannati erano ad errare lontano,
Ripresero il cammino, senza paura né rimpianto,
E tra i raggi di luna ei giocava con la mano.
Tinúviel tra i boschi elfici
Fuggiva con piedi alati
Lasciandolo senza amici
Nelle foreste e sui prati.

Beren sentì un suono puro, sublime e celeste,
Come di passi e danze pari a petali leggeri;
E musica vibrava sotto le foreste,
Cullando il suo cuore triste ed i suoi pensieri.
Giunse l'inverno e cupi gli alberi e le piante,
Sospiravano tristi, per il tormento
Cadevan le foglie con la luna calante,
La campagna era fredda e gelido tirava il vento.

 La cercò sempre, lei ch'era bella,
Tra i rami e le foglie e le fronde delle piante,
Al lume della luna, al raggio della stella,
Sotto un cielo pallido, ghiacciato e tremante.
La sua veste fulgeva al bagliore lunare
Mentre in lontananza sul colle danzava
Ed ai suoi piedi agili si vedeva brillare
Una nebbia d'argento ch'ella emanava.

Passato l'inverno ella tornò a ballare
E col suo canto giunse la primavera,
Come una felice allodola o una rondine leggera,
Ed un fiume che scorre dolce verso il mare;
E quando ai suoi piedi spunteranno i fiori,
Ei non desiderò altro che starle accanto,
Poterla accompagnare nel ballo e nel canto
Sull'erba fresca dai mille colori.

Inseguita, di nuovo ella fuggì via.
Tinúviel! Tinúviel!
Il suo nome elfico era poesia,
Ed ella si fermò un attimo ad ascoltare
Come incantata la voce di Beren
Che svelto la raggiunse e come per magia
La vide fra le sue braccia splendere e brillare
Fanciulla elfica ed immortale.

Ma dal destino amaro furono separati,
E vagarono a lungo per monti e pendici
Tra cancelli di ferro e castelli spietati
E boschi cupi e tetri e luoghi abbandonati,
Mentre fra loro erano i Mari Nemici.
Ma un giorno luminoso si ritrovaron felici,
Ed assieme partiron, amati e infine uniti,
Attraverso boschi e campagne fiorite."

La canzone di Beren e Luthien in Il Signore degli Anelli di J. R. R. Toklien.

 "Si narra, nel Lai di Leithian, che Beren entrò in Doriath incespicando, reso grigio e curvo come da molto anni di  dolore, tali e tanti erano stati i tormenti della via. Ma aggirandosi d'estate tra i boschi di Neldoreth, si imbattè in Lùthien, figlia di Thingol e Melian, ed era di sera, nel momento in cui la luna saliva nel cielo, e Luthien danzava sull'erba sempre verde nelle radure lungo le rive dell'Esgalduin. Ed ecco il ricordo di tutte le sofferenze abbandonò Beren, ed egli cadde preda a un incantesimo, poiché Luthien era la più bella di tutti i figli di Iluvatar. Azzurro era il suo abito come il cielo senza nubi, ma grigi i suoi occhi come la sera stellata; il suo mantello era contesto di fiori dorati, ma i capelli erano scuri come le ombre del crepuscolo. Simili alla luce che resta sulle foglie degli alberi, alla voce di acque chiare, alle stelle che stanno sopra le brume del mondo, tali erano il suo splendore e la sua grazia; e il suo volto era luminoso.
Ma Luthien scomparve alla vista di Beren, il quale divenne sordo come chi sia preda d'incantesimo, e a lungo s'aggirò per i boschi, selvaggio e vigile come una belva, cercandola. In cuor suo la chiamava Tinuviel, che significa Usignolo, come viene chiamata nella lingua degli Elfi Grigi questa figlia del crepuscolo, perché non sapeva quale altro nome darle. E la scorgeva lontana come foglia ai venti d'autunno e, d'inverno, una stella sopra il colle, ma una catena gli gravava le membra.
Vi fu un momento, poco prima dell'alba, la vigilia di primavera, che Luthien danzava sopra un verde colle; e d'un tratto prese a cantare. Acuto tanto da trapassare il cuore era il suo canto, simile a quello dell'allodola che si leva dalle porte della notte, e riversa la propria voce tra le stelle morenti, lei che scorge il sole dietro le mura del mondo; e il canto di Luthien sciolse i vincoli dell'inverno, e le acque gelate parlarono e i fiori balzarono su dalla fredda terra là dove si erano posati i suoi piedi.
Allora Beren fu liberato dall'incatesimo del silenzio, ed egli la chiamò, invocando Tinuviel; e i boschi echeggiarono del nome. Luthien si arrestò meravigliata e più non fuggì, e Beren venne a lei. Ma, non asppena gli posò gli occhi addosso, cadde preda della sorte e si innamorò di lui; tuttavia gli sgusciò di tra le braccia e svanì alla sua vista mentre il giorno spuntava. Allora Beren gicque a terra in delirio, come uno che d'un tratto sia ucciso da felicità e dolore; e sprofondò in un sonno quale un abisso d'ombra, e al risveglio era freddo come pietra, e il suo cuore vuoto e disperato. E vagando con la mente, brancolava come chi sia colpito da improvvisa cecità e con le mani cerchi di afferrare una cosa fuggiasca...
Al di là di ogni speranza di Beren, tornò a lui mentre egli sedeva nel buio, e molto tempo fa, nel Regno Celato, pose la sua mano fra le sue. In seguito, sovente venne a lui, ed essi vagabondavano insieme in segreto per i boschi dalla primavera all'estate; e nessun'altro dei figli di Iluvatar aveva conosciuto gioia così grande, benché ratto scorresse il tempo."

"Poi, solo e sulla soglia del periglio finale, compose il Canto della Dipartita, in lode di Luthien e delle luci del cielo, persuaso com'era di dovere ormai dire addio sia all'amore che alla luce. Ed ecco alcune parole di quel canto:

Addio, mia terra, addio nordico cielo
benedetto poiché in esso la stella
spuntò, e poi lieve corse
sotto la Luna, e sotto il Sole sorse,
di Luthien l'Usignola,
bella che adirlo non basta parola.
Rovini pure il mondo tutto quanto
e sia dissolto in ogni membro, e infranto
ricada nell'abisso atemporale:
la sua struttura solo per questo vale -
sera, mattino, cielo, terra, mare -,
che Luthien lo ha potuto contemplare."


"Riportarono Beren Camlost figlio di Barahir su una lettiga fatta di rami...ai piedi di Hìrilorn, la grande betulla, Luthien li incontrò che andavano piano, alcuni di loro reggendo torce. Allora lei abbraciò Beren e lo baciò, pregandolo di attenderla al di là del Mare Occidentale; e prima che lo spirito lo abbandonasse, Beren guardò negli occhi di lei. Ma la luce delle stelle si era spenta, il buio era piombato anche su Luthien Tinuviel. Così ebbe termine la Cerca del Silmaril; ma il Lai di Leithian, Riscatto del Servaggio, qui non finisce.
Lo spirito di Beren infatti, per preghiera di lei indugiò nelle aule di Mandos, riluttante ad abbandonare il mondo, finché Luthien giunse a dare l'ultimo addio alle tetre sponde del Mare Estremo, donde gli Uomini che muoiono partono per mai più tornare. Ma lo spirito di Luthien piombò nel buio, e alla fine fuggì, e il corpo di lei giacque simile a un fiore che sia d'un tratto svelto e per un po' rimanga, incorrotto, sull'erba.
...Luthien però giunse alle aule di Mandos, dove stanno i luoghi riservati agli Eldalie, al dilà delle dimore dell'Ovest, ai confini del mondo. Ivi coloro che attendono se ne stanno nell'ombra dei loro pensieri. Ma la bellezza di Luthien era più che la loro bellezza, e il suo dolore più profondo del loro; e Luthien si inginocchiò davanti a Mandos e cantò per lui.
Il canto di Luthien al cospetto di Mandos fu il più bello che mai sia stanto contgesto in parole, il canto più triste che mai il mondo udrà. Immutato, imperituro, ancora lo si canta in Valinor, inaudibile al mondo, e ad ascoltarlo i Valar si rattristano. Ché Luthien intrecciò due temi di parole, quello del dolore degli eldar e quello della pena degli Uomini, le Due Stirpi che sono state fatte da Iluvatar per dimorare in Arda, il Regno della Terra tra le innumerevoli stelle. E mentre gli stava inginocchiata davanti, le lacrime cadevano sui piedi di Mandos come pioiggia sulle pietre e Mandos fu mosso a pietà, come mai era satato prima né mai è stato in seguito.
Ragion per cui convocò Beren e, proprio come Luthien aveva detto al momento della morte di lui, essi tornarono a incontrarsi al di là del mare Occidentale. Mandos però non aveva il potere di trattenere gli spiriti degli Uomini che morivano entro i confini del mondo, dopo il tempo della loro attesa; né poteva mutare i destini dei Figli di Iluvatar...
E queste sono le scelte che egli offrì a Luthien. A cagione delle sue fatiche e del suo dolore, sarebbe stata liberata da Mandos, per andare a Valimar e quivi dimorare sino alla fine del mondo tra i Valar, dimenticando tutte le pene che aveva sopportato in vita. Lì però Beren non poteva recarsi, non essendo permesso ai Valar di esimerlo dalla Morte, la quale è il dono fatto da Iluvatar agli Uomini. L'altra scelta invece era questa: che essa potesse tornare nella Terra di Mezzo portando con sé Beren, per abitarvi ancora, ma senza alcune certezza né di vita né di gioia. E sarebbe divenuta mortale, e soggetta a un secondo decesso, esattamente come lui; e allora avrebbe lasciato il mondo per sempre, e della sua bellezza sarebbe rimasta soltanto memoria nei canti.
Fu questa la sorte che Luthien scelse, voltando le spalle al Reame Beato e rinunciando a tutte le pretese di parentela con coloro che vi dimoravano; perché in tal modo, quale che fosse il dolore che potesse attenderli, i destini di Beren e di Luthien sarebbero stati uniti e i loro sentieri li avrebbero condotti assieme di là dai confini del mondo."

Il Silmarillion di J. R. R. Tiolkien.


Immagine 1: "Beren and Luthien" di Meneldil Elda
Immagine 2: "Luthien Tinuviel di Matthew Stewart
Immagine 3: "The parting  - The Lay of Leithian" di Anke Eissmann
Immagine 4: "Luthien Tinuviel" di Alan Lee
immagine 5: "Of Beren and Luthien" di Ullakko

giovedì 14 marzo 2013

"Ma la mia vigna, la mia, non la guardai."


"I figli di mia madre si sono sdegnati con me:
mi hanno messo a guardia delle vigne;
ma la mia vigna, la mia, non la guardai."

In questi giorni di primavera, in cui tornano a sbocciare i fiori e a volare le farfalle, torna a farsi sentire anche la mia dolce Musa d'Amore, quella sensazione di languore e amore infondo al ventre. Uno dei testi che per primi mi hanno ispirato e segnato sulla Via di Amore è stato il Cantico dei Cantici, che si potrebbe chiamare anche "Il più bel cantico", un componimento davvero profondo e ispirato che parla il linguaggio di Amore, di Eros, e che miracolosamente è stato conservato nei libri sacri di ebrei e cristiani nonostante l'incredibile misoginina, maschilismo, sessuofobia e tendenza alla dominanza che ha cartterizzato molti degli esponenti di questi movimenti fideistici nel corso dei millenni.
Ma io ho una mia interpretazione del Cantico, che non vede Dio come lo Sposo e il popolo eletto come la Sposa; lo prendo per ciò che appare, ovvero un canto d'Amore mistico che inebria profondamente, così come le carezze dell'amata che sono "migliori del vino".
Ed il Cantico è davvero una fonte inesauribile di significati ed ispirazioni sovrapposti e sempre nuvoi; così negli ultimi giorni mi è balzata chiara agli occhi la bellezza di questi tre versi in particolare, in cui la Sposa, l'Amata, parla di sé stessa. Non smetterei mai di citare gli altri versi in cui con un linguaggio delicato e sensualissimo essa descrive il suo aspetto e quello dell'Amato con paragoni e metafore tratte dal mondo naturale; eppure questa volta mi limiterò solo ai versi citati.
Un niente direte voi, eppure ai miei occhi contengono una delle più pure testimonianze di indipendenza e stato di Verginità di una donna. Mi spiago: indipendenza perché NONOSTANTE l'ordine patriarcale e maschilista, nonostante i divieti della morale e della tradizione, nonostante gli ordini ricevuti dai fratelli, l'Amata si concede, dona il suo amore senza vergogna, senza pudore, senza false ritrosie, e lo dice chiaramente, lo canta in questo cantico. 
"Ma la mia vigna, la mia, non la guardai.": colui che è entrato nella sua vigna, che ha varcato il suo orto chiuso ed è sceso nel suo sacro giardino a gustarne le delizie non la fatto CONTRO di lei, contro il suo volere, ma con il suo completo e selvaggio assenso. E questo non è scontato; non credo di dover ricordare a qualsiasi donna che legga le volte in cui è stata prevaricata sessualmente. Al di là di vere e proprie forme di violenza sessuale, immagino che sia capitato quasi a chiunque di acconsentire di mala voglia ad un rapporto. Ebbene la Sposa invece canta di un rapporto veramente scelto, libero, e non inposto su ogni piano possibile.
 E qui sta la Verginità: studiando l'etimologia ti questa parola si evince che lo stato di Verginità in antico riguardava donne indipendenti e piene in sé stesse, non sottomesse al giogo del matrimonio monogamo di tipo patriarcale, e dunque padrone anche della loro sessualità, libere di mettere in gioco o negare il loro erotismo, il loro corpo; libere di dare e ricevere piacere, dolcezza, Amore; libere di essere sé stesse, naturali e quindi in un certo senso divine, così come è la Natura, ed in grado di donare la gioia e la luce che da questa condizione deriva; libere di chiamare e custodire dentro loro stesse Amore.
In questo senso l'Amata del Cantico è assolutamente Vergine: decide per sé, si dona e si nega a sua discrezione al di là di ciò che uomini e donne possano dire, fare, pensare.
L'Amata è libera di amare, godere o negare, e può farlo liberamente, totamente e selvaggiamente.
E tutto questo, anche se ai giorni nostri ci crediamo liberi ed emancipati sessualmente, non è poco né scontato.
E poi, con quanta leggerezza dice chiaramente di aver lasciato entrare l'Amato nella sua vigna? Sembra quasi che rida; sicuramente non pensa "Oddio, cosa ho fatto?" come millenni di patriarcato vorrebbero che facessimo anche noi...
Dunque lasciatevi sconvolgere ed inebriare anche voi da Eros che "squote la mente come le querce sul monte" (Saffo), e sicuramente sarete liberati e arricchiti.

(Pensavate voi "Ah, magari l'ha fatta finita con il monotematismo erotico, e invece no, puntale come sempre quando arriva la primavera, rieccolo!")
Fonti:
Il Cantico dei Cantici, a cura di G. Ceronetti, Adelphi
La sacra Bibbia
Le Vergini arcaiche, L. Berarné, Ed. della Terra di Mezzo

Immagine: To live di Mahmoud Farshchian

mercoledì 13 marzo 2013

Tintura di Calendula

 Come si sarà notato in questo periodo son iperattiva e iperproduttiva, una volta tanto, quindi fra latte di soia autoprodotto e tofu, creme spignattate e torte al cioccolato da urlo vi lascio la mia ricetta della Tintura di Calendula. Premetto che è la prima volta che la faccio quindi saprò darvi migliori e più approfondite indicazioni dopo che l'avrò usata per un certo periodo.
Sottolineo come al solito che non sono medico/erborista/omeopata e che manco mi voglio sostituire ad essi; per tanto le ricette qui riportate sono solo a scopo informativo. Magari su di me funzionano, su di voi non hanno effetto e sui vostri amici invece fanno disastri, ma non me ne assumo la responsabiltà, quando usate le erbe la responsabilità è solo vostra.

Ingredienti
  • 25 g di fiori secchi di Calendula
  • 155 ml di alcool a 95° (quello alimentare, assolutamente non quello rosa!)
  • 95 ml di acqua
 Raccogliete i fiori di Calendula officinale o selvatica (arvensis) quando sono nel pieno della fioritura, al mattino dopo che la rugiada si è asciugata, in luna crescente o piena, possibilmente nei giorni in cui la luna è in Scorpione oppure in un Giorno del Fiore (Gemelli, Bilancia, Acquario). Le tabelle del tempo balsamico (il periodo in cui le piante sono più ricche di principi attivi utili all'uomo) danno come mesi migliori Aprile e Settembre ma secondo il mio modesto parere un giorno adatto è anche quello di San Giovanni, ed anche i giorni intorno al Solstizio d'Estate che sono quelli tradizionalmente più adatti per raccogliere le erbe, in particolare per usi curativi esteriori e interiori.
Mettete a seccare su reticoli all'ombra in un luogo ventilato per almeno due settimane in modo che perdano la maggior parte dell'acqua. In alternativa i capolini già seccati si possono comprare in qualsiasi erboristeria.
Io ho usato la Calendula selvatica (calendula arvensis) che ha i fiori molto piccoli, ma se usate quella officinale dovrete spezzettare i fiori e poi metterli in un barattolo, meglio se di vetro scuro (io ho solo le bottiglie scure quindi ho optato per un vasetto trasparente da tenere però al buio). Mischiate l'acqua e l'alcool e versateli nel barattolo in modo che i fiori ne siano ricoperti. Chiudere e conservate al riparo dalla luce per tre settimane agitando una volta al giorno; trascorso questo tempo filtrare con una garza o un filtro da caffe e conservare in bottiglie di vetro scuro con debita etichettatura.
Come potete vedere dagli ingredienti ho optato per un rapporto droga:solvente di 1:10, con solvente a 60° e ho usato fiori secchi ma queste indicazioni variano a seconda dell'uso che si vuol fare della tintura e del tipo di droga che si ha a disposizione.
Vedete che procedimento è facile, ci vuole solo un po' di pazienza nell'attesa ma si fa praticamente da sola!

Per uso esterno la Tintura di Calendula è adatta in caso di infiammazioni e arrossamenti in generale, ma viene specialmente indicata alle donne che hanno appena partorito in caso di infiammazioni intime e in presenza di punti (in questo caso si usa diluita in acqua come un normale detergente), inoltre può essere usata al posto di altri disinfettanti per la ciccatrizzazione del cordone ombelicale del bimbo. Applicata su eritemi, geloni, irritazioni da pannolino e acne (anche se in questi ultimi due casi io preferirei un unguento o una pomata privi di alcool) riduce infiammazioni e rossore e avvia la ciccatrizzazione.
Addizionata come ingrediente in creme autoprodotte apporta proprietà lenitive all'emulsione.
Per uso interno favorisce la ricomparsa di mestruazioni assenti o la diminuizione di quelle troppo abbondanti, se ne prendono 30-40 gocce, due o tre volte al giorno diluite in un bicchiere d'acqua o su una zolletta di zucchero a partire da una settimana prima della data presunta di inizio del mestruo. Tuttavia credo che i disordini del ciclo mestruale siano sintomi di disequilibri interiori in ambito femminile, sanabili solo con un lavoro di scoperta e accetazione di sè stesse, magari affiancate da ginecologi, naturopati, erboristi o altri esperti. Esistono comunque alcuni testi la cui lettura potrebbe facilitare un lavoro di questo tipo, e che nella mia esperienza sono stati sicuramente utili, come Luna rossa di Miranda Gray e Mestruazioni di Alexandra Pope. In qualsiasi caso credo che specialmente per risolvere problematiche  in questo campo siano più efficaci, sicuri e "compatibili" trattamenti naturali (la vita si cura con la vita, non o non solo con sostanze inerti di sintesi), dolci e che curano tutto il complesso della persona, non solo i sintomi fisici.

La Calendula è una di quelle piante che si usano dalla notte dei tempi, e che attraverso tutti questi secoli ha portato solievo e benessere laddove invece c'erano sofferenza e squilibrio, specialmente in ambito femminile, e mi piace pensare che fosse una di quelle erbe che le antiche Donne di conoscienza in grado di usare ma anche "capire" lo spirito delle piante usavano. Inoltre dopo questa ennesima ricerca sulla dolce Calendula, non posso che confermare l'impressione che già avevo avuto studiandone la parte mitologica e folklorica di pianta legata a Iuno/Giunone come dolce Signora delle donne che si occupa delle madri e dei bambini, intimamente legata al ciclo lunare e a quello muliebre.
Se penso alla Calendula penso oltre che al suo spirito materno e dorato anche alle Sacerdotesse, alle Guaritrici e alle Donne sapienti che l'hanno usata attraverso i secoli, magari all'interno di templi o di semplici capanne odorose di erbe, e sorrido, pensando di poter essere ancora oggi una diloro, una donna che ha fra le mani lo stesso potere risanatore.


Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte.

Vedi anche:
Arcadia: Tinture
Calendula
Lo Spirito della Calendula
Alcune varietà di Calendula
Illustrazioni botaniche di Calendule
La Calendula nell'antichità  
Mitologia della Calendula 
Oleolito di Calendula
Unguento di Calendula
Unguento alla Calendula e Iperico
Chryse - Unguento lenitivo di Camomilla, Calendula e Lavanda

giovedì 7 marzo 2013

Oleolito di Calendula

 Ingredienti
  • fiori di Calendula
  • olio
Raccogliete i fiori di Calendula officinale o selvatica (arvensis) quando sono nel pieno della fioritura, al mattino dopo che la rugiada si è asciugata, in luna crescente o piena, possibilmente nei giorni in cui la luna è in Scorpione oppure in un Giorno del Fiore (Gemelli, Bilancia, Acquario). Le tabelle del tempo balsamico (il periodo in cui le piante sono più ricche di principi curativi) danno come mesi migliori Aprile e Settembre ma secondo il mio modesto parere un buon giorno è anche quello di San Giovanni, ed anche i giorni intorno al Solstizio d'Estate che sono quelli tradizionalmente più adatti per raccogliere le erbe, in particolare per usi curativi esteriori e interiori.
Oltre ai fiori, si possono raccogliere le sommità fiorite quando la maggior parte dei fiori sono sbocciati sempre nei periodi sopra indicati. Tuttavia io le raccolgo praticamente tutto l'anno, esclusi i mesi invernali, e non ho mai avuto problemi; solo il vostro oleolito potrebbe essere un po' meno ricco di proprietà medicinali, ma non temete, questo non vuol dire che ne sarà privo!
Mettete a seccare i fiori su reticoli all'ombra in un luogo ventilato per almeno una settimana. In vero ci sono opinioni contrastanti: c'è chi usa la pianta fresca e chi invece la secca, ma sembra che seccando perda parte della sua utilità; d'altra parte i fiori appena colti sono ricchi di acqua la quale potrebbe compromettere la conservazione dell'olio e generare muffe (se dovesse capitarvi questo, filtrate immeditamente in modo da "salvare il salvabile", potrete aggiungere nuovi fiori in seguito). Io sono arrivata al compromesso, come si può leggere, di far asciugare almeno un po' le Calendule e poi metterle nell'olio. Ma sperimentate e vedete quale metodo è migliore per voi!
Mettete i fiori in un barattolo di vetro senza schiacciarli troppo e poi copriteli d'olio, quello che preferite a seconda dell'uso che ne volete fare: per il viso ad esempio va bene l'olio di jojoba, più leggero dell'olio d'oliva e quindi adatto anche alla pelle un po' grassa del viso, oppure quello di vinaccioli. Se invece volete usare l'oleolito per far ciccatrizzare le piccole ferite e screpolature vanno benissimo anche quello d'oliva, girasole, riso, mandorle (attenzione, irrancidisce facilmente quindi maneggiatelo con cura) o un misto.
I fiori tendono ad assorbire l'olio per cui dopo qualche giorno se vedete che spuntano oltre la superfice del liquido aggiungetene ancora un po'. Lasciate macerare al buio in luogo caldo per un mese, o al sole coprendo il vaso con carta stagnola per almeno quindici giorni, smuovendolo il barattolo di tanto in tanto. A quel punto l'olio avrà assunto un caldo color giallo-arancio e sarà arrivato il momento di filtrarlo con una garza prima e con un filtro da caffè o cotone dopo, spremendo per bene i fiorellini in modo che rilascino tutto l'olio possibile. Si conserva in bottiglie di vetro scuro debitamente etichettate, al riparo dalla luce e dal calore.

Usi
Quest'oleolito si può usare su scottature, piccole ferite (quando si è già formata la crosta), screpolature, arrossamenti e per favorire la guarigione delle lesione provocate da psoriasi, eczemi, geloni, eritemi, dermatiti e simili. In combinazione con la Camomilla è particolarmente adatto alla pelle sensibile o dei bimbi e per curare arrossamenti e infiammazioni. Con l'aggiunta anche della Lavanda si avrà un olio perfetto per tutti i problemi della pelle. Con l'Iperico invece agisce in sinergia per favorire la ciccatrizzazione e la cura delle scottature nonché per sedare il bruciore.
Con quest'oleolito o con un misto di quelli sopra citati  e cera d'api si possono preparare unguenti dalle proprietà uguali a quelle dell'oleolito ma sicuramente più pratici da usare.
Può essere aggiunto anche a creme e saponi autoprodotti, o usato per massaggi.


Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte.

Vedi anche:
Arcadia - Oleolito: cos'è e come si prepara
Calendula
Lo Spirito della Calendula
Alcune varietà di Calendula
Illustrazioni botaniche di Calendule
La Calendula nell'antichità
Mitologia della Calendula   
Tintura di Calendula
Unguento di Calendula
Unguento alla Calendula e Iperico
Unguento lenitivo di Camomilla, Calendula e Lavanda
Oleolito d'Iperico

Aggiornato l'ultima volta il 6 Aprile 2015.