mercoledì 27 marzo 2013

Beren e Luthien


"Lunghe eran le foglie e l'erba era fresca,
E le cicute ondeggiavano fiorite e belle.
Una luce brillava nella foresta,
Era tra le tenebre un luccicar di stelle.
Tinúviel ballava nella radura,
Di un flauto nascosto alla musica pura;
Una luce di stelle le inondava i capelli
E la splendida veste, oh Tinúviel!

Lì giunse Beren dal monte imponente
E tra le fronde e gli alberi vagabondò disperso,
E dove il fiume elfico scorre turbolento
Camminò solitario ed in pensieri immerso.
Guardando tra le verdi foglie delle foreste,
Vide con meraviglia dalie dorate
Ricoprir il manto e la lunga veste
E la capigliatura bionda come cascate.

Per incanto i piedi guariti e riposati,
Che condannati erano ad errare lontano,
Ripresero il cammino, senza paura né rimpianto,
E tra i raggi di luna ei giocava con la mano.
Tinúviel tra i boschi elfici
Fuggiva con piedi alati
Lasciandolo senza amici
Nelle foreste e sui prati.

Beren sentì un suono puro, sublime e celeste,
Come di passi e danze pari a petali leggeri;
E musica vibrava sotto le foreste,
Cullando il suo cuore triste ed i suoi pensieri.
Giunse l'inverno e cupi gli alberi e le piante,
Sospiravano tristi, per il tormento
Cadevan le foglie con la luna calante,
La campagna era fredda e gelido tirava il vento.

 La cercò sempre, lei ch'era bella,
Tra i rami e le foglie e le fronde delle piante,
Al lume della luna, al raggio della stella,
Sotto un cielo pallido, ghiacciato e tremante.
La sua veste fulgeva al bagliore lunare
Mentre in lontananza sul colle danzava
Ed ai suoi piedi agili si vedeva brillare
Una nebbia d'argento ch'ella emanava.

Passato l'inverno ella tornò a ballare
E col suo canto giunse la primavera,
Come una felice allodola o una rondine leggera,
Ed un fiume che scorre dolce verso il mare;
E quando ai suoi piedi spunteranno i fiori,
Ei non desiderò altro che starle accanto,
Poterla accompagnare nel ballo e nel canto
Sull'erba fresca dai mille colori.

Inseguita, di nuovo ella fuggì via.
Tinúviel! Tinúviel!
Il suo nome elfico era poesia,
Ed ella si fermò un attimo ad ascoltare
Come incantata la voce di Beren
Che svelto la raggiunse e come per magia
La vide fra le sue braccia splendere e brillare
Fanciulla elfica ed immortale.

Ma dal destino amaro furono separati,
E vagarono a lungo per monti e pendici
Tra cancelli di ferro e castelli spietati
E boschi cupi e tetri e luoghi abbandonati,
Mentre fra loro erano i Mari Nemici.
Ma un giorno luminoso si ritrovaron felici,
Ed assieme partiron, amati e infine uniti,
Attraverso boschi e campagne fiorite."

La canzone di Beren e Luthien in Il Signore degli Anelli di J. R. R. Toklien.

 "Si narra, nel Lai di Leithian, che Beren entrò in Doriath incespicando, reso grigio e curvo come da molto anni di  dolore, tali e tanti erano stati i tormenti della via. Ma aggirandosi d'estate tra i boschi di Neldoreth, si imbattè in Lùthien, figlia di Thingol e Melian, ed era di sera, nel momento in cui la luna saliva nel cielo, e Luthien danzava sull'erba sempre verde nelle radure lungo le rive dell'Esgalduin. Ed ecco il ricordo di tutte le sofferenze abbandonò Beren, ed egli cadde preda a un incantesimo, poiché Luthien era la più bella di tutti i figli di Iluvatar. Azzurro era il suo abito come il cielo senza nubi, ma grigi i suoi occhi come la sera stellata; il suo mantello era contesto di fiori dorati, ma i capelli erano scuri come le ombre del crepuscolo. Simili alla luce che resta sulle foglie degli alberi, alla voce di acque chiare, alle stelle che stanno sopra le brume del mondo, tali erano il suo splendore e la sua grazia; e il suo volto era luminoso.
Ma Luthien scomparve alla vista di Beren, il quale divenne sordo come chi sia preda d'incantesimo, e a lungo s'aggirò per i boschi, selvaggio e vigile come una belva, cercandola. In cuor suo la chiamava Tinuviel, che significa Usignolo, come viene chiamata nella lingua degli Elfi Grigi questa figlia del crepuscolo, perché non sapeva quale altro nome darle. E la scorgeva lontana come foglia ai venti d'autunno e, d'inverno, una stella sopra il colle, ma una catena gli gravava le membra.
Vi fu un momento, poco prima dell'alba, la vigilia di primavera, che Luthien danzava sopra un verde colle; e d'un tratto prese a cantare. Acuto tanto da trapassare il cuore era il suo canto, simile a quello dell'allodola che si leva dalle porte della notte, e riversa la propria voce tra le stelle morenti, lei che scorge il sole dietro le mura del mondo; e il canto di Luthien sciolse i vincoli dell'inverno, e le acque gelate parlarono e i fiori balzarono su dalla fredda terra là dove si erano posati i suoi piedi.
Allora Beren fu liberato dall'incatesimo del silenzio, ed egli la chiamò, invocando Tinuviel; e i boschi echeggiarono del nome. Luthien si arrestò meravigliata e più non fuggì, e Beren venne a lei. Ma, non asppena gli posò gli occhi addosso, cadde preda della sorte e si innamorò di lui; tuttavia gli sgusciò di tra le braccia e svanì alla sua vista mentre il giorno spuntava. Allora Beren gicque a terra in delirio, come uno che d'un tratto sia ucciso da felicità e dolore; e sprofondò in un sonno quale un abisso d'ombra, e al risveglio era freddo come pietra, e il suo cuore vuoto e disperato. E vagando con la mente, brancolava come chi sia colpito da improvvisa cecità e con le mani cerchi di afferrare una cosa fuggiasca...
Al di là di ogni speranza di Beren, tornò a lui mentre egli sedeva nel buio, e molto tempo fa, nel Regno Celato, pose la sua mano fra le sue. In seguito, sovente venne a lui, ed essi vagabondavano insieme in segreto per i boschi dalla primavera all'estate; e nessun'altro dei figli di Iluvatar aveva conosciuto gioia così grande, benché ratto scorresse il tempo."

"Poi, solo e sulla soglia del periglio finale, compose il Canto della Dipartita, in lode di Luthien e delle luci del cielo, persuaso com'era di dovere ormai dire addio sia all'amore che alla luce. Ed ecco alcune parole di quel canto:

Addio, mia terra, addio nordico cielo
benedetto poiché in esso la stella
spuntò, e poi lieve corse
sotto la Luna, e sotto il Sole sorse,
di Luthien l'Usignola,
bella che adirlo non basta parola.
Rovini pure il mondo tutto quanto
e sia dissolto in ogni membro, e infranto
ricada nell'abisso atemporale:
la sua struttura solo per questo vale -
sera, mattino, cielo, terra, mare -,
che Luthien lo ha potuto contemplare."


"Riportarono Beren Camlost figlio di Barahir su una lettiga fatta di rami...ai piedi di Hìrilorn, la grande betulla, Luthien li incontrò che andavano piano, alcuni di loro reggendo torce. Allora lei abbraciò Beren e lo baciò, pregandolo di attenderla al di là del Mare Occidentale; e prima che lo spirito lo abbandonasse, Beren guardò negli occhi di lei. Ma la luce delle stelle si era spenta, il buio era piombato anche su Luthien Tinuviel. Così ebbe termine la Cerca del Silmaril; ma il Lai di Leithian, Riscatto del Servaggio, qui non finisce.
Lo spirito di Beren infatti, per preghiera di lei indugiò nelle aule di Mandos, riluttante ad abbandonare il mondo, finché Luthien giunse a dare l'ultimo addio alle tetre sponde del Mare Estremo, donde gli Uomini che muoiono partono per mai più tornare. Ma lo spirito di Luthien piombò nel buio, e alla fine fuggì, e il corpo di lei giacque simile a un fiore che sia d'un tratto svelto e per un po' rimanga, incorrotto, sull'erba.
...Luthien però giunse alle aule di Mandos, dove stanno i luoghi riservati agli Eldalie, al dilà delle dimore dell'Ovest, ai confini del mondo. Ivi coloro che attendono se ne stanno nell'ombra dei loro pensieri. Ma la bellezza di Luthien era più che la loro bellezza, e il suo dolore più profondo del loro; e Luthien si inginocchiò davanti a Mandos e cantò per lui.
Il canto di Luthien al cospetto di Mandos fu il più bello che mai sia stanto contgesto in parole, il canto più triste che mai il mondo udrà. Immutato, imperituro, ancora lo si canta in Valinor, inaudibile al mondo, e ad ascoltarlo i Valar si rattristano. Ché Luthien intrecciò due temi di parole, quello del dolore degli eldar e quello della pena degli Uomini, le Due Stirpi che sono state fatte da Iluvatar per dimorare in Arda, il Regno della Terra tra le innumerevoli stelle. E mentre gli stava inginocchiata davanti, le lacrime cadevano sui piedi di Mandos come pioiggia sulle pietre e Mandos fu mosso a pietà, come mai era satato prima né mai è stato in seguito.
Ragion per cui convocò Beren e, proprio come Luthien aveva detto al momento della morte di lui, essi tornarono a incontrarsi al di là del mare Occidentale. Mandos però non aveva il potere di trattenere gli spiriti degli Uomini che morivano entro i confini del mondo, dopo il tempo della loro attesa; né poteva mutare i destini dei Figli di Iluvatar...
E queste sono le scelte che egli offrì a Luthien. A cagione delle sue fatiche e del suo dolore, sarebbe stata liberata da Mandos, per andare a Valimar e quivi dimorare sino alla fine del mondo tra i Valar, dimenticando tutte le pene che aveva sopportato in vita. Lì però Beren non poteva recarsi, non essendo permesso ai Valar di esimerlo dalla Morte, la quale è il dono fatto da Iluvatar agli Uomini. L'altra scelta invece era questa: che essa potesse tornare nella Terra di Mezzo portando con sé Beren, per abitarvi ancora, ma senza alcune certezza né di vita né di gioia. E sarebbe divenuta mortale, e soggetta a un secondo decesso, esattamente come lui; e allora avrebbe lasciato il mondo per sempre, e della sua bellezza sarebbe rimasta soltanto memoria nei canti.
Fu questa la sorte che Luthien scelse, voltando le spalle al Reame Beato e rinunciando a tutte le pretese di parentela con coloro che vi dimoravano; perché in tal modo, quale che fosse il dolore che potesse attenderli, i destini di Beren e di Luthien sarebbero stati uniti e i loro sentieri li avrebbero condotti assieme di là dai confini del mondo."

Il Silmarillion di J. R. R. Tiolkien.


Immagine 1: "Beren and Luthien" di Meneldil Elda
Immagine 2: "Luthien Tinuviel di Matthew Stewart
Immagine 3: "The parting  - The Lay of Leithian" di Anke Eissmann
Immagine 4: "Luthien Tinuviel" di Alan Lee
immagine 5: "Of Beren and Luthien" di Ullakko

giovedì 14 marzo 2013

"Ma la mia vigna, la mia, non la guardai."


"I figli di mia madre si sono sdegnati con me:
mi hanno messo a guardia delle vigne;
ma la mia vigna, la mia, non la guardai."

In questi giorni di primavera, in cui tornano a sbocciare i fiori e a volare le farfalle, torna a farsi sentire anche la mia dolce Musa d'Amore, quella sensazione di languore e amore infondo al ventre. Uno dei testi che per primi mi hanno ispirato e segnato sulla Via di Amore è stato il Cantico dei Cantici, che si potrebbe chiamare anche "Il più bel cantico", un componimento davvero profondo e ispirato che parla il linguaggio di Amore, di Eros, e che miracolosamente è stato conservato nei libri sacri di ebrei e cristiani nonostante l'incredibile misoginina, maschilismo, sessuofobia e tendenza alla dominanza che ha cartterizzato molti degli esponenti di questi movimenti fideistici nel corso dei millenni.
Ma io ho una mia interpretazione del Cantico, che non vede Dio come lo Sposo e il popolo eletto come la Sposa; lo prendo per ciò che appare, ovvero un canto d'Amore mistico che inebria profondamente, così come le carezze dell'amata che sono "migliori del vino".
Ed il Cantico è davvero una fonte inesauribile di significati ed ispirazioni sovrapposti e sempre nuvoi; così negli ultimi giorni mi è balzata chiara agli occhi la bellezza di questi tre versi in particolare, in cui la Sposa, l'Amata, parla di sé stessa. Non smetterei mai di citare gli altri versi in cui con un linguaggio delicato e sensualissimo essa descrive il suo aspetto e quello dell'Amato con paragoni e metafore tratte dal mondo naturale; eppure questa volta mi limiterò solo ai versi citati.
Un niente direte voi, eppure ai miei occhi contengono una delle più pure testimonianze di indipendenza e stato di Verginità di una donna. Mi spiago: indipendenza perché NONOSTANTE l'ordine patriarcale e maschilista, nonostante i divieti della morale e della tradizione, nonostante gli ordini ricevuti dai fratelli, l'Amata si concede, dona il suo amore senza vergogna, senza pudore, senza false ritrosie, e lo dice chiaramente, lo canta in questo cantico. 
"Ma la mia vigna, la mia, non la guardai.": colui che è entrato nella sua vigna, che ha varcato il suo orto chiuso ed è sceso nel suo sacro giardino a gustarne le delizie non la fatto CONTRO di lei, contro il suo volere, ma con il suo completo e selvaggio assenso. E questo non è scontato; non credo di dover ricordare a qualsiasi donna che legga le volte in cui è stata prevaricata sessualmente. Al di là di vere e proprie forme di violenza sessuale, immagino che sia capitato quasi a chiunque di acconsentire di mala voglia ad un rapporto. Ebbene la Sposa invece canta di un rapporto veramente scelto, libero, e non inposto su ogni piano possibile.
 E qui sta la Verginità: studiando l'etimologia ti questa parola si evince che lo stato di Verginità in antico riguardava donne indipendenti e piene in sé stesse, non sottomesse al giogo del matrimonio monogamo di tipo patriarcale, e dunque padrone anche della loro sessualità, libere di mettere in gioco o negare il loro erotismo, il loro corpo; libere di dare e ricevere piacere, dolcezza, Amore; libere di essere sé stesse, naturali e quindi in un certo senso divine, così come è la Natura, ed in grado di donare la gioia e la luce che da questa condizione deriva; libere di chiamare e custodire dentro loro stesse Amore.
In questo senso l'Amata del Cantico è assolutamente Vergine: decide per sé, si dona e si nega a sua discrezione al di là di ciò che uomini e donne possano dire, fare, pensare.
L'Amata è libera di amare, godere o negare, e può farlo liberamente, totamente e selvaggiamente.
E tutto questo, anche se ai giorni nostri ci crediamo liberi ed emancipati sessualmente, non è poco né scontato.
E poi, con quanta leggerezza dice chiaramente di aver lasciato entrare l'Amato nella sua vigna? Sembra quasi che rida; sicuramente non pensa "Oddio, cosa ho fatto?" come millenni di patriarcato vorrebbero che facessimo anche noi...
Dunque lasciatevi sconvolgere ed inebriare anche voi da Eros che "squote la mente come le querce sul monte" (Saffo), e sicuramente sarete liberati e arricchiti.

(Pensavate voi "Ah, magari l'ha fatta finita con il monotematismo erotico, e invece no, puntale come sempre quando arriva la primavera, rieccolo!")
Fonti:
Il Cantico dei Cantici, a cura di G. Ceronetti, Adelphi
La sacra Bibbia
Le Vergini arcaiche, L. Berarné, Ed. della Terra di Mezzo

Immagine: To live di Mahmoud Farshchian

mercoledì 13 marzo 2013

Tintura di Calendula

 Come si sarà notato in questo periodo son iperattiva e iperproduttiva, una volta tanto, quindi fra latte di soia autoprodotto e tofu, creme spignattate e torte al cioccolato da urlo vi lascio la mia ricetta della Tintura di Calendula. Premetto che è la prima volta che la faccio quindi saprò darvi migliori e più approfondite indicazioni dopo che l'avrò usata per un certo periodo.
Sottolineo come al solito che non sono medico/erborista/omeopata e che manco mi voglio sostituire ad essi; per tanto le ricette qui riportate sono solo a scopo informativo. Magari su di me funzionano, su di voi non hanno effetto e sui vostri amici invece fanno disastri, ma non me ne assumo la responsabiltà, quando usate le erbe la responsabilità è solo vostra.

Ingredienti
  • 25 g di fiori secchi di Calendula
  • 155 ml di alcool a 95° (quello alimentare, assolutamente non quello rosa!)
  • 95 ml di acqua
 Raccogliete i fiori di Calendula officinale o selvatica (arvensis) quando sono nel pieno della fioritura, al mattino dopo che la rugiada si è asciugata, in luna crescente o piena, possibilmente nei giorni in cui la luna è in Scorpione oppure in un Giorno del Fiore (Gemelli, Bilancia, Acquario). Le tabelle del tempo balsamico (il periodo in cui le piante sono più ricche di principi attivi utili all'uomo) danno come mesi migliori Aprile e Settembre ma secondo il mio modesto parere un giorno adatto è anche quello di San Giovanni, ed anche i giorni intorno al Solstizio d'Estate che sono quelli tradizionalmente più adatti per raccogliere le erbe, in particolare per usi curativi esteriori e interiori.
Mettete a seccare su reticoli all'ombra in un luogo ventilato per almeno due settimane in modo che perdano la maggior parte dell'acqua. In alternativa i capolini già seccati si possono comprare in qualsiasi erboristeria.
Io ho usato la Calendula selvatica (calendula arvensis) che ha i fiori molto piccoli, ma se usate quella officinale dovrete spezzettare i fiori e poi metterli in un barattolo, meglio se di vetro scuro (io ho solo le bottiglie scure quindi ho optato per un vasetto trasparente da tenere però al buio). Mischiate l'acqua e l'alcool e versateli nel barattolo in modo che i fiori ne siano ricoperti. Chiudere e conservate al riparo dalla luce per tre settimane agitando una volta al giorno; trascorso questo tempo filtrare con una garza o un filtro da caffe e conservare in bottiglie di vetro scuro con debita etichettatura.
Come potete vedere dagli ingredienti ho optato per un rapporto droga:solvente di 1:10, con solvente a 60° e ho usato fiori secchi ma queste indicazioni variano a seconda dell'uso che si vuol fare della tintura e del tipo di droga che si ha a disposizione.
Vedete che procedimento è facile, ci vuole solo un po' di pazienza nell'attesa ma si fa praticamente da sola!

Per uso esterno la Tintura di Calendula è adatta in caso di infiammazioni e arrossamenti in generale, ma viene specialmente indicata alle donne che hanno appena partorito in caso di infiammazioni intime e in presenza di punti (in questo caso si usa diluita in acqua come un normale detergente), inoltre può essere usata al posto di altri disinfettanti per la ciccatrizzazione del cordone ombelicale del bimbo. Applicata su eritemi, geloni, irritazioni da pannolino e acne (anche se in questi ultimi due casi io preferirei un unguento o una pomata privi di alcool) riduce infiammazioni e rossore e avvia la ciccatrizzazione.
Addizionata come ingrediente in creme autoprodotte apporta proprietà lenitive all'emulsione.
Per uso interno favorisce la ricomparsa di mestruazioni assenti o la diminuizione di quelle troppo abbondanti, se ne prendono 30-40 gocce, due o tre volte al giorno diluite in un bicchiere d'acqua o su una zolletta di zucchero a partire da una settimana prima della data presunta di inizio del mestruo. Tuttavia credo che i disordini del ciclo mestruale siano sintomi di disequilibri interiori in ambito femminile, sanabili solo con un lavoro di scoperta e accetazione di sè stesse, magari affiancate da ginecologi, naturopati, erboristi o altri esperti. Esistono comunque alcuni testi la cui lettura potrebbe facilitare un lavoro di questo tipo, e che nella mia esperienza sono stati sicuramente utili, come Luna rossa di Miranda Gray e Mestruazioni di Alexandra Pope. In qualsiasi caso credo che specialmente per risolvere problematiche  in questo campo siano più efficaci, sicuri e "compatibili" trattamenti naturali (la vita si cura con la vita, non o non solo con sostanze inerti di sintesi), dolci e che curano tutto il complesso della persona, non solo i sintomi fisici.

La Calendula è una di quelle piante che si usano dalla notte dei tempi, e che attraverso tutti questi secoli ha portato solievo e benessere laddove invece c'erano sofferenza e squilibrio, specialmente in ambito femminile, e mi piace pensare che fosse una di quelle erbe che le antiche Donne di conoscienza in grado di usare ma anche "capire" lo spirito delle piante usavano. Inoltre dopo questa ennesima ricerca sulla dolce Calendula, non posso che confermare l'impressione che già avevo avuto studiandone la parte mitologica e folklorica di pianta legata a Iuno/Giunone come dolce Signora delle donne che si occupa delle madri e dei bambini, intimamente legata al ciclo lunare e a quello muliebre.
Se penso alla Calendula penso oltre che al suo spirito materno e dorato anche alle Sacerdotesse, alle Guaritrici e alle Donne sapienti che l'hanno usata attraverso i secoli, magari all'interno di templi o di semplici capanne odorose di erbe, e sorrido, pensando di poter essere ancora oggi una diloro, una donna che ha fra le mani lo stesso potere risanatore.


Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte.

Vedi anche:
Arcadia: Tinture
Calendula
Lo Spirito della Calendula
Alcune varietà di Calendula
Illustrazioni botaniche di Calendule
La Calendula nell'antichità  
Mitologia della Calendula 
Oleolito di Calendula
Unguento di Calendula
Unguento alla Calendula e Iperico
Chryse - Unguento lenitivo di Camomilla, Calendula e Lavanda

giovedì 7 marzo 2013

Oleolito di Calendula

 Ingredienti
  • fiori di Calendula
  • olio
Raccogliete i fiori di Calendula officinale o selvatica (arvensis) quando sono nel pieno della fioritura, al mattino dopo che la rugiada si è asciugata, in luna crescente o piena, possibilmente nei giorni in cui la luna è in Scorpione oppure in un Giorno del Fiore (Gemelli, Bilancia, Acquario). Le tabelle del tempo balsamico (il periodo in cui le piante sono più ricche di principi curativi) danno come mesi migliori Aprile e Settembre ma secondo il mio modesto parere un buon giorno è anche quello di San Giovanni, ed anche i giorni intorno al Solstizio d'Estate che sono quelli tradizionalmente più adatti per raccogliere le erbe, in particolare per usi curativi esteriori e interiori.
Oltre ai fiori, si possono raccogliere le sommità fiorite quando la maggior parte dei fiori sono sbocciati sempre nei periodi sopra indicati. Tuttavia io le raccolgo praticamente tutto l'anno, esclusi i mesi invernali, e non ho mai avuto problemi; solo il vostro oleolito potrebbe essere un po' meno ricco di proprietà medicinali, ma non temete, questo non vuol dire che ne sarà privo!
Mettete a seccare i fiori su reticoli all'ombra in un luogo ventilato per almeno una settimana. In vero ci sono opinioni contrastanti: c'è chi usa la pianta fresca e chi invece la secca, ma sembra che seccando perda parte della sua utilità; d'altra parte i fiori appena colti sono ricchi di acqua la quale potrebbe compromettere la conservazione dell'olio e generare muffe (se dovesse capitarvi questo, filtrate immeditamente in modo da "salvare il salvabile", potrete aggiungere nuovi fiori in seguito). Io sono arrivata al compromesso, come si può leggere, di far asciugare almeno un po' le Calendule e poi metterle nell'olio. Ma sperimentate e vedete quale metodo è migliore per voi!
Mettete i fiori in un barattolo di vetro senza schiacciarli troppo e poi copriteli d'olio, quello che preferite a seconda dell'uso che ne volete fare: per il viso ad esempio va bene l'olio di jojoba, più leggero dell'olio d'oliva e quindi adatto anche alla pelle un po' grassa del viso, oppure quello di vinaccioli. Se invece volete usare l'oleolito per far ciccatrizzare le piccole ferite e screpolature vanno benissimo anche quello d'oliva, girasole, riso, mandorle (attenzione, irrancidisce facilmente quindi maneggiatelo con cura) o un misto.
I fiori tendono ad assorbire l'olio per cui dopo qualche giorno se vedete che spuntano oltre la superfice del liquido aggiungetene ancora un po'. Lasciate macerare al buio in luogo caldo per un mese, o al sole coprendo il vaso con carta stagnola per almeno quindici giorni, smuovendolo il barattolo di tanto in tanto. A quel punto l'olio avrà assunto un caldo color giallo-arancio e sarà arrivato il momento di filtrarlo con una garza prima e con un filtro da caffè o cotone dopo, spremendo per bene i fiorellini in modo che rilascino tutto l'olio possibile. Si conserva in bottiglie di vetro scuro debitamente etichettate, al riparo dalla luce e dal calore.

Usi
Quest'oleolito si può usare su scottature, piccole ferite (quando si è già formata la crosta), screpolature, arrossamenti e per favorire la guarigione delle lesione provocate da psoriasi, eczemi, geloni, eritemi, dermatiti e simili. In combinazione con la Camomilla è particolarmente adatto alla pelle sensibile o dei bimbi e per curare arrossamenti e infiammazioni. Con l'aggiunta anche della Lavanda si avrà un olio perfetto per tutti i problemi della pelle. Con l'Iperico invece agisce in sinergia per favorire la ciccatrizzazione e la cura delle scottature nonché per sedare il bruciore.
Con quest'oleolito o con un misto di quelli sopra citati  e cera d'api si possono preparare unguenti dalle proprietà uguali a quelle dell'oleolito ma sicuramente più pratici da usare.
Può essere aggiunto anche a creme e saponi autoprodotti, o usato per massaggi.


Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte.

Vedi anche:
Arcadia - Oleolito: cos'è e come si prepara
Calendula
Lo Spirito della Calendula
Alcune varietà di Calendula
Illustrazioni botaniche di Calendule
La Calendula nell'antichità
Mitologia della Calendula   
Tintura di Calendula
Unguento di Calendula
Unguento alla Calendula e Iperico
Unguento lenitivo di Camomilla, Calendula e Lavanda
Oleolito d'Iperico

Aggiornato l'ultima volta il 6 Aprile 2015.

Apple Butter: ovvero Burro di Mele speziato


Era un po' di tempo che volevo realizzare questa ricetta in cui mi sono imbattuta quasi per caso, e alla fine sono riuscita a farla. Anche solo il nome conquista alla prima lettura: burro di mele. Ed il sapore devo dire che è stato all'altezza delle aspettative!
Così un pomeriggio sono andata al mercato; non è un posto dove vado spesso non sopportando troppo la folla e le vecchie che ti spingono come forsennate, ma ogni tanto mi piace girovagare per le bancarelle, soprattutto quelle di fiori e di verdure, e lasciarmi stupire da colori, forme, odori...
E dunque come mi era stato consigliato, ho trovato un banchetto che vendeva mele di seconda scelta assortite e me ne sono portata a casa ben due chili, sbandando un po' sulla bicicletta che pendeva tutta da una parte.
E già qui c'è stata una soddisfazione: molte mele a basso prezzo, e poi che mele! Non quelle giganti dei supermercati, che sembrano uscite da un frutteto nei pressi di Cernobil, ma piccole e fragranti meline dalla polpa soda e croccante (lo ammetto, mentre le tagliavo ho rubacchiato qualche boccone!) e dalla buccia giallo-rosata, o verde che sfuma nel rosso scuro, od ancora verde chiaro come le foglie di acacia appena spuntate (purtroppo le foto non rendono a pieno le sfumature).
E poi le spezie, che mi rendono sempre felice quando posso infilarle da qualche parte, e l'odore delle mele cotte che invadeva la cucina già piena di sole...insomma, spero che questa ricettina possa far contente anche voi, alle soglie della primavera, quasi fuori dalla porta dell'inverno.

La mia ricetta, come al solito, è un po' approssimativa in quanto credo fermamente che la cosa migliore sia sperimentare e che ognuna si trovi la propria combinazione perfetta e speciale. Dunque prendetela per ciò che è, ovvero una traccia. Soprattutto le spezie sono molto soggettive, scoprite voi quali vi piacciono di più e in che combinazione!


Ingredienti
- 2 kg di mele anche miste
- il succo di un limone
- 500 ml di succo o sidro di mela biologico
- zucchero di canna
- cannella, pepe, noce moscata, cardamomo, chiodi di garofano a piacere

Sbucciate le mele, togliete il torsolo e tagliatele a pezzi, spruzzandole con il succo del limone perché non anneriscano. Quando avete finito di pulire tutte le mele pesatele e segnatevi il peso: a me dai 2 kg iniziali erano rimasti circa 1,450 kg. Mettetele in una pentola ampia dal fondo spesso a fuoco medio coperte e aspettate che diventino belle morbide mescolando di tanto in tanto; quando iniziano a disfarsi e sono molto morbide frullatele con un frullatore ad immersione o un passa verdure (secondo altre versioni è a questo punto che la polpa va pesata) in modo da ottenenere una purea omogenea e densa. Rimettete sul fuoco con mezzo litro di succo di mele o sidro di mele e aggiungete le spezie tritandole finemente e lo zucchero in quantità pari a metà del peso delle mele; nel mio caso avendo 1,450 kq di mele avrei dovuto mettere circa 700 g di zucchero, ma non amando le cose troppo dolci ho preferito diminuire fino a 500 g che comunque non sono pochi.
Lasciate cuocere a fuoco basso mescolando spesso finché non ha assunto un bel colore ambrato e si è addensata, considerando sempre che da fredda sarà un po' più solida che da calda. A questo punto versate in barattoli di vetro ben puliti, riempite fino a circa un centimetro dal tappo, chiudete e girateli in modo che si formi il sottovuoto; in alternativa lasciate raffreddare i barattoli scoperti, poi chiudete e bollite i barattoli per almeno 40 minuti in modo da sterilizzare la conserva. In entrambi i casi l'apple butter si conserverà fuori dal frigo, in dispensa come tutte le altre marmellate. Una volta aperto il vasetto va tenuto in frigo e consumato entro pochi giorni visto che la quantità di zucchero non è quanto quella delle marmellate propriamente dette e dunque dura molto meno, iscché consiglierei di usare barattoli non troppo grandi.
Per il mio personale gusto, nonostante abbia usato una quantità minore di quella dovuta di zucchero, risulta ancora un po' troppo dolce, quindi ne basta una piccola quantità per insaporire il pane (forse "piccola quantità" per me equivale a "quantità normale" per voi, visto che di solito abbondo con le marmellate! Per me il pane dev'essere interamente coperto da uno strato ben visibile di confettura :D, quindi regolatevi voi).