mercoledì 12 febbraio 2014

Lo Spirito del Larice

"Ma i larici che personalmente ammiro e fors'anche venero, sono quelli che nascono e vivono sulle scaffe delle rocce che portano il tempo: sono lì nei secoli a sfidare i fulmini e le bufere, sono contorti e con profonde cicatrici prodotte dalla caduta delle pietre, i rami spezzati, ma sempre, a ogni primavera quando il merlo dal collare ritorna a nidificare tra i mughi, si rivestono di luce verde e i loro fiori risvegliano gli amori degli urogalli. E all'autunno, quando la montagna ritorna silenziosa, illuminano d'oro le pareti."
Mario Rigoni Stern, Arboreto selvatico

Da un po' di tempo sento il bisogno di scrivere di lui, l’aggraziato abitante delle vette,  l’amante del Sole che cresce nell’aria azzurra e rarefatta delle montagne che amo. E quando lo vedo così forte, tenero e inusualmente leggiadro non posso fare altro che sorridergli. A chi me l’ha chiesto, ho detto che in questo periodo della vita l’albero a cui mi sento più affine è lui, il Larice. Ho provato ad ascoltarlo a studiarlo e ad avvicinarlo con la mente e con la pancia e questo è ciò che ho ottenuto.

Intanto per capire lo Spirito di una pianta serve osservala: come cresce? In che ambiente? Come si comporta con gli altri vegetali? Come interagisce con gli altri esseri viventi? Cosa dice il suo aspetto?
Guardiamo il Larice:  ama le cime dei monti e da quelle grandi altezze si può dimenticare tranquillamente del tran tran delle grandi città, delle notizie di guerra e della plastica dietro ad ogni filo d’erba, non è uno di quegli alberi da centro urbano, non sopporta il rumore e le folle, no, lui punta ai luoghi in cui dimorano ancora solo vecchi, qualche pastore, pochi spiriti dei boschi e gli animali selvatici. Vive bene con i propri simili proteggendosi a vicenda, ma sa stare anche con quei pochi altri abitanti del confine estremo delle foreste: il Cembro, il Mugo, la Betulla… E poi, vogliamo parlare della libertà di quei Larici che crescono a guardia di poche mandrie e qualche malgaro, laddove gli altri alberi cedono il posto ai prati e all’infinito trionfo dei fiori e dei cespugli di mirtilli e rododendri? Vogliamo dire della sensazione esaltante di pace e compimento di quegli individui isolati in cima al mondo, come yogi o Buddha che ignorati da tutti hanno raggiunto  l’illuminazione? Sono i compagni di marmotte, aquile, volpi, qualche coppia di lupi ed altri piccoli animali laddove Natura merita ancora pienamente questo nome.
Ma lassù il Larice si sa adattare ad ogni condizione, affronta senza rimpianto per la pianura il clima mutevole delle vette e riesce a trarre nutrimento da qualsiasi terreno, anche poco ricco, basta che non sia pesante, zuppo e con acqua stagnante. Perché se c’è una cosa che il Larice proprio non sopporta è il ristagno, di acqua, di aria (infatti i lariceti sono piuttosto radi) e dell’energia vitale in generale,  per questo, secondo me, Larch come fiore di Bach aiuta le persone la cui vita è bloccata dalla mancanza di fiducia in sé stessi.
Cresce dritto, snello e slanciato se lo si lascia fare, quelli che invece hanno preso un po’ di bastonate e qualche tempesta di troppo sono più pesanti e contorti, ma lui, il Larice, resiste sempre, e più lo si mette alla prova più si fortifica e indurisce, e credo che sia anche per questo che giova a chi manca di stima per le proprie capacità.
E poi a guardarlo, il Larice ti inganna un po’: ok è una conifera pensi, ma non austero e folto come l’Abete, né massiccio e leggermente inquietante come il Tasso, ed è anche diverso dal Pino Mugo e dal Cembro che pure a volte gli crescono insieme, meno tozzo e pieno. E poi c’è anche quella questione della perdita delle foglie a confondere ulteriormente le carte. Forse è per questo che i tipi Larch negativi pensano di non saper affrontare le difficoltà, gli inverni dell’esistenza: li confonde il fatto di perdere le foglie, l’energia esterna che si concentra invece all’interno, in modo da lavorare nel profondo, per poter sopravvivere fino a primavera. Beh cari i miei amici Larch negativi, adesso ve lo dico e ricordatevelo: benché perdiate le foglie siete conifere, ovvero siete fatti per affrontare il freddo, l’inverno; voi nella neve ci sguazzate, se solo siete in grado di prendere la decisione di mollare la presa e tuffarvi nella vita.
Ma continiuamo, vediamo il portamento: chiaramente non è un come il Nocciolo dai mille fusti, né come la Quercia dai molti e possenti rami, ma neanché immita la Betulla sempre in ordine e leggiadra; no, la forma è quella tipica delle pinacee, il cono. Il Larice ha la sua direzione e segue quella, non si allarga di qua e di là a tastare e conoscere cose diverse, lui sa da che parte andare, e cioè verso il Sole. E così fa crescendo veloce, dritto e diretto, ma con brio. Infatti i suoi rami maggiori, crescono più o meno tutti alla stessa angolazione, ma se lo guardate quando è spoglio, i rametti più piccoli, frastagliati dai brachiplasti, sembrano andare dove vogliono loro, a volte riversandosi in basso a cascata, altre puntando verso l’alto proprio prima di finire (sembrano i capelli di una vecchia strega! Di quelle di campagna un po’ nonne e un po’ megere, vagamente inquietanti, appena appena ridicole, sicuramente sapienti). Però anche quando ha le foglie la chioma rimane ariosa e leggera, aperta, e con quel senso di scapigliato adorabile, misto a una grazia tutt’altro che artefatta e posata. Insomma, fra le altre cose non mi stupisce manco un po’ che le leggende dolomitiche lo facciano derivare dal velo da sposa dell’amante del Sole!
E quelle foglie, appuntite, è vero, ma diciamocelo: è tutta apparenza, il Larice non punge, quella sua aria di minaccia serve solo come arma preventiva per tener lontani compagni indesiderati. Quando deve dir loro addio lo fa in grande stile, con il verde tenero che a poco a poco si trasforma in una cascata d’oro e poi in un tappeto ramato; si prende il suo tempo ma lo fa.
Veniamo alla sua abbondanza di linfa, quel suo sangue vegetale delle mille proprietà che nei tempi passati si raccoglieva e lavorava in tante maniere, grazie ai molti saperi pratici degli uomini e delle donne della montagna, che nel suo seno duro ma generoso trovavano tutto. Questa sua resina chiarisce quel senso di fluido e acquoreo che mi dà l’albero nel suo insieme, ed infatti essa stessa aiuta a far scorrere le acque e disperdere i ristagni: è diuretica, ed il fiore di Bach aiuta a sbloccare le situazioni di mancanza di fiducia (l’acqua rappresenta l’emotività e la sensibilità, doti di cui spesso gli sfiduciati sono ricchi, ma che non sanno bene come esprime e liberare al meglio). E poi, aiuta a respirare liberamente, infatti giova in caso di tosse e come rimedio floreale ci aiuta a respirare di nuovo, ad aprirci così come aperti ai venti sono le chime dei Larici ed il bosco che formano, a tirare un sospiro di sollievo dopo esserci tolti un peso, tacitando quel giudice interiore inviperito che ci portiamo appresso, che ci dice sempre che no, non ce la possiamo fare, che non vale manco la pena provare, che comunque non siamo capaci di farlo, che il fallimento rovinoso è certo ecc. ecc.
Da notare che è proprio l’abbondanza di resina che rende il Larice tanto resistente all’usura del tempo e degli elementi, quindi, non lamentatevi della vostra sensibilità e dei vostri sentimenti se veri, fluidi e trasparenti come la linfa dell’albero: sono proprio loro che vi mantengono vivi, vitali e in grado di far fronte agli eventi.
E poi il rosso, gente; vorrebbe quasi nasconderlo, sembra, ma la sua corteccia lo mostra chiaramente, in superficie se è giovane e sotto alle scaglie grigio-brune se è più vecchio, i suoi fiori lo dichiarano apertamente e per chi avesse ancora dubbi le sfumature del suo legno lo confermano per molti anni a venire (tutti i lunghi anni in cui travi e assi resistono diligentemente alle intermperie). Ed il rosso vuol dire Eros, vuol dire Amore, voluttà, malizia, sensualità soprattutto, ma diffusi e leggeri, quasi diluiti e sfumati. Come le volute che creano le gocce d’inchiostro nell’acqua, se avete presente, o il karkadé quando lo si mette nella tazza (che paragoni!).
I frutti: sono i figli dell’albero, ciò che esso genera, ciò che reca i semi di nuove generazioni. Ma i figli non sono solo fisici, sono tutte quelle idee, opere, pensieri, progetti che una donna concepisce, sviluppa, nutre ed in fine affida al mondo. Ed all’individuo Larice piace conservare i suoi frutti dopo che hanno rilasciato i semi, gli piace ornarsi delle sue conquiste e delle sue vittorie, dei suoi successi e delle buone idee che ha avuto per poterne fare uso ogni volta che serve. Li riprende e li riusa, li approfondisce e chiarisce. Quando poi non servono più, perché la vita si evolve e va avanti, li lascia cadere scienza rimpianto con rametto e tutto.

Il Larice, il Larice…il Larice.  Ecco quello che mi ha rivelato nei nostri taciti colloqui, ho capito che sposa forza e resistenza, perseveranza, semplicità, grazia ed una certa eleganza benché un po’ scomposta. Il suo messaggio è l’apertura, all’aria, alla vita, alla luce sempre però con un certo riguardo Questo messaggio è lo stesso che porta il fiore di Bach a coloro che invece si ripiegano e chiudono in sé stessi. Se loro cedono il passo ad altri, il Larice invece si prende lo spazio che gli serve, non ha bisogno di giustificazioni per farlo.

Abbandoni la confusione e la folla in favore della Natura (la tua natura o quella esteriore) da solo o con i tuoi fratelli, ed eccoti lassù dove non tutti arrivano e hanno le risorse e la forza per vivere, ma sappi che anche se credi di non farcela in realtà sei più versatile di molti altri che ti appaiono più ricchi e “ramificati”, vari; la tua vita creativa, la tua anima, è in grado di trovare nutrimento anche nelle situazioni più povere di nutrimento, anche quando i sassi e i fulmini della vita ti colpiscono a causa della tua posizione di pioniere. Non importa, cioè sì ma non è questo l’importante: tu vai e fai quello che senti e sii quello che sei, anche se ti sembra di non sapre come, anche se ci sono degli ostacoli e le avversità sembrano abbattersi su di te, non sono forza e resistenza che ti mancano. Fallo. Perché se segui il tuo spirito “non puoi mancare a glorioso porto” (per dirla con Dante) e ciò che non ti uccide (e sono poche le cose che possono uccidere il Larice) ti fortifica, e di molto. Lo spazio, la luce e la libertà non sono un optional o qualcosa che ti può essere concesso, ma ciò che tu devi a te stesso.
E poi, lo so, tu credi di non sapere quel’è la tua direzione, ma guarda in alto verso il Sole, la Luce e la Verità.
E vai.
Vi chiederete forse come faccio a parlare così, a parlare per il Larice…ebbene, ho detto che mi sento come Lui ora. Ma per molto tempo tutti i caratteri negativi che vengono curati da questo rimedio floreale sono stati i miei lati buii, i miei mali, che credevo insanabili. Sicché, compagni Larch, non disperate, si può guarire!
Questo viaggio con il Larice è stato lungo ed affascinante, mi ha dato molto e smosso dentro, così come il Cipresso ed il Frassino prima di lui, anche se di questi non ho scritto. Vedremo quale altro albero occuperà i miei giorni ed il mio cuore ora…

Buon viaggio e buona vita, gente!

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Vedi anche:
Larice
Illustrazioni botaniche di Larice
Mitologia del Larice.

martedì 11 febbraio 2014

Mitologia del Larice

Nelle valli dolomitiche, laddove il Larice occupa vasti pendii e sembra quasi che arrivi a lambire i cieli limpidi sopra le vette, e alberi e animali sembrano ancora essere lì lì per mettersi a fare accordi e narrare storie agli uomini, si narra di come vide magicamente la luce. In Val Costeàna, vicino a Cortina, si trovano il Col de la Merisana e poco distante il Ru de ra Vèrgines “il torrente delle Vergini”, così chiamato, secondo i racconti del luogo, perché abitato da incantevoli spiriti femminili delle acque, che nel caldo mezzogiorno uscivano dal fiume vestite di chiari abiti, e vagavano sul colle della Merisana. La collina prendeva il nome dalla loro regina, Merisana appunto, la bellissima signora delle Ondine, alla quale andavano il rispetto e l’amore di piante, animali, acque e spiriti naturali. Ma nonostante la vita beata e la bellezza del suo regno incantato, Merisana, non era felice, poiché il suo cuore pietoso le diceva che non esisteva felicità se qualcuno nel mondo soffriva, ed erano tanti coloro che ovunque si trovavano in questa condizione, secondo quanto le raccontavano ogni tanto i pastori. Un bel giorno però, il Rèi de Ràjes (Re dei Raggi), sovrano di un luogo poco distante, si trovò a passare lungo il rio delle Vergini, dove si fermò a riposare. Mentre fissava le limpide acque del fiume ecco apparire ai suoi occhi il volto di una splendida fanciulla, tanto bella come mai ne aveva viste, che per un solo istante lo fissava dal fondo del torrente, per scomparire subito dopo. Che dolcezza in quegli occhi, che grazia in quell’espressione amorosa, quale bellezza in quel volto!
Il Re dei Raggi tornò al suo regno, ma conservò chiaro e vivo nel cuore il ricordo della splendida fanciulla intravista nella corrente del rio, e per un intero anno rifiutò di prendere in sposa qualsiasi ragazza gli venisse proposta, per quanto bella, poiché sempre aveva davanti agli occhi quel volto dolcissimo.
Dopo quell’anno però gli venne rivelato che colei che aveva intravisto nei flutti, altri non era se non una delle fanciulle del fiume, e che poteva vederla emergere da esso ad ogni mezzogiorno. E così il Re dei Raggi fece in modo di trovarsi presso l’acqua nel fulgore del mezzogiorno, ed ecco che la bella fanciulla, che altri non era se non Merisana, emerse tutta adorna di gocce che rilucevano al sole. I due si parlarono, e per sei giorni lui si recò in quel luogo e si intrattenne lietamente con lei, e poi il settimo la chiese in sposa, ed essa disse che volentieri l’avrebbe sposato, ma prima avrebbe voluto trovare un modo per far cessare la sofferenza di tutti  gli esseri viventi. Il Re si consultò con i suoi saggi, ma questi gli riferirono che ciò che Merisana voleva era impossibile da realizzare; allora essa chiese che il dolore fosse bandito almeno per un giorno, quello delle sue nozze, ma ancora le venne detto che ciò non era fattibile. Così, alla fine essa acconsentì a condizione che tutti fossero felici almeno per un’ora, quella che lei aveva più cara, il mezzogiorno, durante il suo sposalizio.
Allora tutti si rallegrarono, gli alberi fronzuti, gli animali sui prati e nelle tane, le erbe piccole e grandi, i monti e i corsi d’acqua, perché per qualche tempo ogni loro dolore, ogni loro sofferenza fino al più piccolo fastidio furono sospesi. Allora la terra generò mille e mille fiori dagli infiniti colori e tutti li portarono come dono alla bella e gentile sposa che con il suo desiderio li aveva resi felici. C’erano così tanti mazzi di fiori quel giorno, che due nani presenti alla festa li raccolsero tutti insieme e diedero loro l’aspetto di un albero: il Larice. Ma il nuovo albero appassiva infretta poiché era fatto di fiori recisi, così Merisana rinunciò al suo velo di sposa e lo gettò sul Larice per dargli vita propria. Così sotto a quei rami sottili ornati di tutta la bellezza della terra e della riconoscenza di tutti i viventi per Merisana, si compirono le nozze fra lei ed il suo amato Re dei Raggi. Ed è proprio a causa della sua magica nascita che il Larice perde le foglie d’autunno a differenza delle altre conifere, e quando le riacquista in primavera e rinverdisce, si può intravedere in esso la trama sottile del velo da sposa della bellissima Merisana.

Merisana sembra essere una forma di “meridiana” (dal latino “mezzo giorno”), l’orologio solare che grazie all’ombra gettata da una punta su un piano numerato permette di sapere che ore sono. Strumenti di misurazione solare però sono diffusi in tutto il mondo dai più antichi primordi umani, e a questo ambito appartengono anche tutti quei luoghi costruiti in modo che i raggi di sole di un determinato giorno (solstizio, equinozio ecc.) colpiscano un punto particolare della struttura. Ma esistono anche meridiane naturali, costituite da pietre, cime di monti ed altro ancora, e una di queste si trova poco lontano dal luogo in cui si svolge la storia di Merisana, e prende il nome di Bèco de Mesodì “Becco di Mezzodì”.
Il nome
Rèi de Ràjes indica chiaramente il Sole, e tutta la leggenda è piena di riferimenti solari.
Il Larice è dunque il dono di nozze di una delle Amanti del Sole, una delle Luminose Signore delle Acque e della Luce, una Dispensiera di Gioia, una portatrice di bellezza e pace, colei che dona agli esseri viventi la quiete e la dolcezza, una Signora di compassione. Ed il suo albero non può che conservare parte di questo spirito lieto e donarlo a chi gli s’avvicina con rispetto e meraviglia.
Questa atmosfera luminosa e solare mi porta ad intravedere un legame fra il Larice e la festa del Solstizio d’Estate, quando il Sole è al massimo della sua forza ed il giorno dura a lungo, ma richiama anche la dea Diana nel cui tempio non esistevano ombre, ed anche quelle dee che ricevevano l’appellativo di Lucina (dal latino lux “luce”) o Lucifera “che porta luce” come la stessa Diana o Giunone. Ma Merisana mi fa pensare anche ad Amaterazu, la Dea-Sole dello shintoismo giapponese, ma anche alla compassionevole Tara del buddhismo indiano e tibetano, e a Kwan Yin del buddhismo estremo orientale.

Nel Tirolo il Larice era anche associato alle Salg Fräulein o Selige Fräulein, dove selig è traducibile come “beato, felice, benedetto, saggio” mentre fraulein significa “signorine”. Erano costoro soavi fanciulle biancovestite, che potevano essere viste cantare all’ombra dei vecchi Larici, e da loro potrebbero discendere le Salighe che ancora popolano i racconti del basso Tirolo. Si sa pochissimo di questi spiriti naturali, ma come molte loro sorelle, queste Dame bianco vestite, a metà fra fata, strega e saggia Donna mortale incarnano lo sprito della Natura e del bosco, e possono essere benevole e concedere favori e aiuto ai montanari, oppure dimostrarsi avverse a coloro che le importunano.
Presso alcune popolazioni siberiane come Ostiachi e Turaniani, il nostro albero sarebbe stato l’Albero cosmico (benché in questo caso non parliamo più di Larix decidua, ma di un’altra varietà) ed i boschi sacri che li ospitavano venivano ornati con pelli, frecce, oggetti in metallo, stoffe, pellice ed ospitavano le immagini degli Dei del luogo.
Di alcune altre interessanti notizie riguardanti il Larice non sono riuscita a trovare le fonti, come per esempio riguardo le Hexenrüttel, bacchette di Larice che in Germania si appenderebbero su porte e finestre il 30 aprile per tenere lontane le streghe, o la tradizione secondo la quale i bambini avrebbero indossato un collare fatto di corteccia di questo albero per tenere lontano il diavolo. Non dubito però che tradizioni simili siano esistite, ed in parte ancora si tramandino, nei luoghi in cui il Larice cresce presso le case ed è uno dei compagni della vita degli uomini. Tante piccole consuetudini ed atti d’amore e rispetto per questo saggio e luminoso fratello maggiore. Non ho dubbi che chissà dove e chissà quando donne e uomini di conoscenza hanno attinto allo spirito solare e leggero di quest’albero, lasciandosi guidare e consigliare da esso.

Fonti
Arboreto selvatico, M. Rigoni Stern, Einaudi, 1996,
Donne selvatiche
, C. Risé
Encyclopedia of Fairies in World Folklore and Mythology
, T. Bane,
2013
Florario, A. Cattabiani, Mondadori, 2009
I Monti Pallidi, C. F. Wolf, Cappelli Editore, 1987
Leggende delle Alpi, M. Savi-Lopez, Editrice Il Punto, 2011
Lo Spirito degli Alberi, F. Hageneder, Ed. Crisalide, 2004
The Forest in Folklore and Mythology, A. Porteous, Dover Publication, 2002
The Lore of the forest, A. Porteous, Cosimo, 2005
Leggendiario - Le Nozze di Merisana


Fotografia mia scattata a Quarzina (CN).

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Vedi anche: 
Larice 
Illustrazioni botaniche di Larice
Lo Spirito del Larice.