sabato 31 gennaio 2015

Lo Spirito della Violetta

 Devo dire che questo studio è stato meno complicato di altri; non ho dovuto inseguire per mesi e mesi notizie e intuizioni su questo fiore, è venuto tutto molto spontaneo, in tempi piuttosto brevi (anche se nulla vieta che fra qualche mese mi metta a stravolgere ciò che ho scritto fin ora, in favore di più profonde conoscenze - spesso capita - aggiornamento: sì, in effetti ho corretto e allungato parecchio :D). Forse perché la Viola è uno dei primi fiori che ho imparato a riconoscere e salutare durante le mie passeggiate di bambina, è una di quelle piante che mi accompagnano da sempre; forse perché si  mostra anche in città e quindi è più facile passarci del tempo insieme; forse perché mentre ne scrivo inizia a sbocciare.
Questo è ciò che io ho colto di Lei.

A vederla sembra quasi un'erba timida, così ritirata all'ombra di alberi e siepi, e molto discreta. Poi però ne vedi un'altra un po' più in là, un'altra poco distante, ed un'altra ancora laggiù...sembra che crescano vicine, a macchie ravvicinate, per farsi compagnia in una indipendenza condivisa, ognuna ha il suo nucleo ma tutte sono prossime e collegate (anche dagli stoloni che creano nuove piante). E credo che questo esempio di modello di vita, comunitaria ma indipendente, in cui ognuna ha il suo posto ma condivide lo spazio con le altre, sia molto attuale. Inoltre si trovano in pieno prato, nelle crepe dei muri, fra le pietre dei muretti a secco, lungo gli argini e fra le radici degli alberi...cioè, si sanno adattare. E anche questo non è banale né scontato. Basta però che ricevano un po' d'ombra, di umido, di nutrimento; la Viola non è la Calendula selvatica che cresce anche fra i sassi, o una di quelle erbe di mare che spuntano nella sabbia. Qualche esigenza ce l'ha anche lei, e va rispettata, se no, non fiorisce.
Ma guardiamola più da vicino: la Violetta non ha fusti, non è unidirezionale, fiori e foglie spuntano direttamente dalla radice, e così le donne-Viola hanno molti e diversi interessi, qualità, caratteristiche, tutte che spuntano dalle loro radici, avvero dal loro centro, dal loro io più profondo e radicato.
E poi sono tutte così diverse! I fiori vanno dall'azzurro tenue al bianco, dal lilla al viola intenso, eppure, convivono tutte pacificamente, nessuna si chiede, insicura, se per caso l'una è più bella dell'altra, come facciamo spesso noi donne. Tra l'altro, è uno dei primi fiori a fiorire, e questo mi fa pensare che colei che incarna lo spirito della Viola sia una pioniera, una delle prime e lanciarsi nelle nuove sfide e stagioni, anche a rischio di trovarsi i petali scottati da qualche gelata.
E ci sono le foglie, di quel verde unico che solo a Primavera è dato vedere, con quella leggiadra forma a cuore, che ricorda l'inizio dell'Amore, quando tutto è ancora fresco e intatto in noi. Trovo che lo spirito della Violetta coincida proprio con il concetto di nuovo inizio, giovinezza, e freschezza; e in effetti non  sbagliavano di molto gli autori antichi, che la dicevano in grado di rinfrescare e curare i mali caldi, le infiammazioni, la febbre (concordemente alle moderne conoscenze). E quando si è giovani - non anagraficamente, ma come stato d'essere interiore - e freschi, si è in grado di dire ciò che si ha dentro, si è liberi di comunicare e respirare a pieni polmoni, e la Viola, simbolicamente, aiuta anche a fare questo, con la sua capacità di curare la tosse e risanare le vie respiratorie. Inoltre è lassativa e diuretica, ovvero aiuta a far scorrere, rimuovere i blocchi, alleggerire, illimpidire, ma attenzione, un eccesso di spirito "violesco" porta a rigettare indiscriminatamente, infatti in dosi massicce provoca vomito e diarrea.
Non so a voi, ma a me fa pensare ad una giovane ragazza, ancora sospesa fra fanciullezza e maturità, ingenua forse, ma intatta, non ancora provata da alcune durezze della vita, libera e spontanea, dotata di una bellezza leggiadra ma quasi inconsapevole. Ma questo tipo di stato, come già detto, non è legato ad un'età in particolare, torna a farci visita per tutta la nostra esistenza nei momenti in cui usciamo dai nostri inverni interiori e rifioriamo. È l'anima che riemerge dalla propria notte oscura. È la vita che rifiorisce, ritorna in una nuova e leggiadra forma, così come il fiore è nato dal sangue, dal dolore di Attis, così come è la Viola che attira Kore-Persefone verso la sua trasmutazione sotterranea da fanciulla a donna-Regina. Non mi stupirei se da qualche parte, in qualche tempo, la Viola fosse nata dal primo sangue mestruale di uno Spirito femminile della vegetazione.
Ed è forse proprio per questo che è cara alle ninfe, che sono le donne sempre nel fiore della giovinezza, mai domate da alcuno, infaticabili guardiane e nutrici della Natura-psiche selvaggia.
Così è per me lo spirito della Viola, quello che troviamo anche in noi ad ogni nuova alba della vita, ad ogni rinascita e ad ogni primavera interiore. E' la promessa di Rinascita che viene mantenuta, che si manifesta concretamente; non è il traboccare e lo splendere dei prati di maggio, ma è già un passare dalla potenzialità alle basi dell'atto.
Per tutti questi motivi, personalmente, associo questo fiore al periodo che va da Imbolc, il 2 di febbraio, la Festa delle Candele e della Luce,a Ostara, 21 marzo, quando la Primavera si è ormai palesata. E' il periodo della Luce che torna a splendere, della Terra che rinverdisce e sembra gioire dei suoi fiori, ornamenti della Giovane, della Fanciulla che è Essa stessa.
Foto mie scattate a Spotorno (SV) e Santuario (SV) nel marzo 2015.

Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte.

Vedi anche:
Violetta
La Violetta nell'antichità
Mitologia della Violetta
Alcune varietà di Violetta
Illustrazioni botaniche di Violette
Sciroppo di Violette

Aggiornato l'ultima volta il 19 marzo 2015.

giovedì 29 gennaio 2015

Mitologia della Violetta

La Viola fu un fiore conosciuto fin dalla più remota antichità, e questo fatto lega lo lega a culture precedenti quella greca propriamente detta, come farebbe intendere anche il fitonimo di probabile origine pre-ellenica.
A volte il greco íon viene tradotto semplicemente come "bruno, scuro", poiché è questa la sfera cromatica a cui si riferisce questo specifico termine, più che alla nostra idea di colore viola, come conferma la parola iodnephés "scuro come la Viola". Il termine ricorre in epiteti come iostéphanos "coronata di Viole" che veniva attribuito ad Afrodite, alle Muse, e persino Saffo, la poetessa di Lesbo, venne così chiamata dal suo contemporaneo Alceo. Ioblépharos "dagli occhi di Viola" è ancora Afrodite e con lei le Cariti, ióplokamos "dalle trecce di Viola", iókolpos "dal seno o dalla cintura di Viola" sono altre entità femminili o donne cantate dai poeti, e metterei l'accento su questo particolare riferimento a parti del corpo muliebre e alla sfera della bellezza, della grazia, della dolcezza; addirittura Luciano chiama una delle sue cortigiane Ioessa "Violetta" (1).
Al di là dello studio linguistico, i riferimenti mitologici che riguardano la Viola sono moltissimi: innanzi tutto, le Viole ornavano i prati magnifici intorno l'antro di Calipso, la bellissima ninfa che tentò di trattenere Odisseo presso di sé e di renderlo immortale.
Pausania poi, riporta una variante del ratto di Kore: la fanciulla intenta giocare e cogliere fiori con altre giovani, sarebbe stata attratta da un particolare fiore, solitamente il Narciso, ma in questa versione la Violetta. Non appena Persefone allungò la mano per cogliere il magnifico fiore, la Terra, che lo aveva fatto spuntare per attirarla e trarla in inganno, si aprì e ne emerse Ade, che, afferrata la ragazza, la trascinò nel suo sotterraneo reame. Forse a causa di questo inganno, Persefone rese le Viole più scure degli altri fiori, come dice Ateneo, ed anzi, da quanto si può desumere dalla sfera di significati legati alla Viola nella lingua greca, è proprio il fiore scuro per eccellenza, come per altro confermano altre sue denomiazioni, ovvero melanion "scuro/nero" e melanthium "fiore scuro/nero".
Un'altra traccia riguarda Io, la fanciulla argiva amata da Zeus e per ciò tramutata in vacca da Hera, costretta a vagare intorno al Mediterraneo, sferzata da un tremendo tafano. Un giorno la Madre Terra, impietosita per le sventure della donna-mucca, fece sorgere dai prati le Violette, affinché essa potesse cibarsene, e poiché erano spuntate per Io, da essa presero il nome (íon).
In entrambi i racconti è la Terra, l'antichissima e prima Madre a far spuntare i fiori, ciò potrebbe significare che la Viola appartiene ad una fase della storia dell'Ellade veramente molto antica, anche considerato che la maggior parte delle piante citate nei miti, sorgono da o grazie a divinità di generazioni successive.
Altra figura mitica legata alla Violetta è Ione, eroe eponimo degli Ioni, una delle antiche stirpi greche, il quale deve forse il suo nome alla Viola (2). Le Viole infatti sarebbero state conosciute grazie ad un dono che le ninfe ioniades, ovvero le "ninfe delle Viole" facero a Ione al suo arrivo in Elide; esse intrecciarono per lui una corona di questi fiori. Alle ioniades fra l'altro, era dedicato un santuario, sempre in Elide, dove si trovava una sorgente curativa in grado di guarire da ogni dolore e malattia. Si ritrova qui, anche su un piano mitico e non solo erboristico, la capacità curativa di questa pianta, legata a spiriti femminili delle acque, e ciò non dovrebbe stupire più di tanto, visto che la Viola ha proprietà sudorifere, depurative, diuretiche, dermopurificanti, emollienti, antinfiammatorie, e dunque legate simbolicamente all'acqua, alle sue proprietà e al suo scorrere.
Alla luce di tutto ciò Ileana Chirassi, una studiosa del mondo classico, teorizza che la Viola potesse essere una sorta di "pianta totemica" della stirpe degli Ioni, risalente ad un remoto periodo pre-cerealicolo, durante il quale era una delle piante consumate dagli uomini, e dunque investita di significati sacrali, poiché contribuiva alla sopravvivenza della specie, sia nutrendola che curandola.
Esistono però anche altre personificazioni della Viola, come Iole: costei fu amata da Eracle ma andò in fine in sposa al figlio Illo, dopo la morte dell'eroe. Alla sfera dei congiunti di Eracle appartiene anche Iolao, il quale avrebbe fondato una città in Sardegna e da lui sarebbe discesa la stirpe degli Iolaeis, per cui il suo nome significherebbe "popolo viola", e quindi "popolo scuro, nero".
In fine, Pindaro, nella sesta Olimpica, racconta di Iamo, il capostipite di una dinastia sacerdotale di Olimpia, gli Iamidi. Evadne "dalle trecce di Viola", avendo giaciuto con Apollo partorisce in un bosco, per non rendere nota la sua condizione, e adagia il bimbo fra "i raggi chiari e purpurei delle Viole", dalle quali egli prende il nome. Abbandonato, viene nutrito con miele da due serpenti con gli occhi splendenti, ed una volta cresciuto viene a conoscenza dell'identità dei suoi genitori e diviene indovino. Di nuovo troviamo una stirpe antica - ad Olimpia si trova uno degli antichi santuari panellenici - d'ascendenza divina che ha a che fare con le Viole. Inoltre il noto schema del bambino "speciale" abbandonato in un luogo naturale e nutrito da animali selvatici, potrebbe riferirsi a quasi dimenticati riti di iniziazione, che presumono un allontanamento dalla sfera del noto, dell'umano, del certo, verso ciò che è divino, naturale, selvaggio.

In ambiente romano, il mito più noto che parla delle Viole è sicuramente quello di Attis, d'origine frigia ma importato a Roma già in età repubblicana.
Il mito, piuttosto lungo e complesso inizia con il desiderio di Zeus per la Grande Madre chiamata in Frigia Cibele, ovvero la Terra, sulla quale il Dio rilascia il proprio seme. Da esso nasce un'essere androgino, Agditis, dotato di grande furia e forza a causa della sua doppia natura; gli Dei allora lo evirano, e dal suo membro reciso spunta un Melograno (o un Mandorlo).
Nana, la figlia del fiume Sangario si posa in grembo un frutto del magico albero, e così concepisce un figlio. Sangario persuaso della dissolutezza della figlia, tenta di farla morire di fame, ma la Grande Madre la nutre con delle mele e la aiuta a partorire. Tuttavia il padre espone il bambino in un canneto, ma il piccolo viene fortunatamente salvato ed allattato da una capra (detta attagos in frigio, da cui il nome di Attis).
Cresciuto, diviene un giovane bellssimo, che suscita l'amore sia di Cibele che di Agditis. Quando Attis si reca a Pessinunte per sposare la figlia del re, di nome Ia, Agditis lo rende folle,  tanto da spingerlo ad evirarsi sotto un Pino; dal suo sangue versato spuntano le Viole. La ferita lo porta alla morte e la stessa Ia, addolorata per la fine dello sposo, si suicida e anche dal suo sangue nascono fiori di Viola.
Cibele porta il Pino nella sua grotta e Agditis pentito chiede a Zeus di riportare in vita il bel giovane, ma esso rifiuta, promettendo però di renderne il corpo incorruttibile. Agditis diventa quindi il primo sacerdote del culto di Attis a Pessinunte ed istituisce le feste primaverili in suo onore.

Benché l'epilogo di questa storia si concluda con eventi di morte, il culto di Attis e della Grande Madre sottointendeva un ritorno alla vita del giovane. Infatti le feste di Cibele a Roma si svolgevano dal 22 al 28 Marzo, nel periodo dell'Equinozio di Primavera, quando i giorni iniziano ad essere più lunghi delle notti.
Dopo una settimana di purificazione detta castus matri "digiuno della Madre" dal 15 al 21 marzo, il 22, detto arbor intrat "l'albero entra" o dies violae "giorno della Viola", i sacerdoti di Cibele tagliavano un Pino e lo ornavano con bende di lana, l'effige di un giovane - certo il bel Attis - e serti di Viole, il fiore nato dalle stille del suo sangue. L'albero veniva condotto al tempio con una grande processione. Nei giorni successivi il Pino veniva sepolto con manifestazioni di lutto e tristezza, ma il 25 marzo, detto hilaria "giorno di gioia" si celebrava con grande allegria il ritorno alla vita di Attis, con travestimenti e licenze d'ogni tipo, come nel nostro Carnevale.
Per affrontare tutti gli aspetti della storia di Attis e della sua liturgia servirebbe un libro intero, ma volendo trattare della parte che le Viole hanno in esso, ciò che io penso, è che mentre il Pino sempreverde che sfida l'inverno rappresenta una promessa di sopravvivenza, di rinnovamento della vita, della Natura e degli stessi uomini, le Viole sono il mantenimento di quella promessa, sembrano dire "Ecco, è vero, la vita è tornata, e noi ne siamo le annunciatrici", sono testimonianza che la morte si tramuta in vita, il sangue versato in fiore. Anche per questo forse le feste di Attis e Cibele si collocano proprio nel periodo primaverile.
Un tale modo di vedere le cose, cioè senza una vera opposizione di morte e vita, ma con un loro continuo mutarsi l'una nell'altra, in un armonico ciclo vita-morte-ritorno alla vita, sembra essere tipico di culture molto antiche, basate sull'osservazione dei ritmi naturali e fondamentalmente egualitarie. Può darsi dunque che per esse il ritorno della primavera, del tempo delle Viole, fosse una delle molte conferme del fatto che ad ogni morte succede sempre una rinascita. Da questo nucleo originario, potrebbe essersi originato il ciclo mitico comune anche ad Adone, Osiride, Tammuz e ad altri Dei che muoiono e risorgono, inizialmente in forma di vegetali spontanei ed alberi, e solo in seguito come simbolo dei cereali.

Note
(1) I nomi delle cortigiane greche si rifanno spesso a nomi di fiori, o a concetti come la dolcezza, la grazia, la bellezza.

(2) Questo secondo Ileana Chirassi, per cui anche la Ionia, altro non sarebbe stata che un'enorme aiuola di Viole; altri tuttavia propongono etimologie differenti. A confermare la sua supposizione potrebbe venire il fatto che Atene, città degli Ioni per eccellenza, viene definita "coronata di Viole", ad esempio in Pindaro ed Aristofane. Inoltre il mar Ionio prende questa denominazione secondo alcuni in seguito al passaggio di Io, secondo altri da Ione, sarebbe dunque "il mare di Viola" ovvero scuro; al di là di queste incantevoli suggestioni tuttavia, ci sono forti dubbi su queste etimologie.

Fonti classiche
Arnobio, Adversus nationes (V, 5 storia di Attis e Ia, qui in inglese)
Ateneo, Deipnosofisti (XV, 681 D Ioniades dette tali per il dono di corona di viole a Ione) (XV, 684 b-c Violette rese scure da Proserpina)
Catullo, Carmina, 63 (evirazione di Attis)
Diodoro Siculo, Biblioteca storica IV 29-30 (Iolao in Sardegna, capostipite degli Iolaeis)
Eschilo, Prometeo incatenato (nome delle Viole da Io)
Omero, Odissea, (V, 72 Viole sui prati davanti all'antro di Calipso)
Pausania, Periegesi, (IX, 31, 9 Viola fiore del ratto di Kore) (VI, 22, 7 santuario delle Ioniades) (VII, 17, 10-12 storia di Attis)

Fonti
Dizionario di mitologia classica, G. L. Messina, Signorelli Editore, 1959
Elementi di culture precereali nei miti e riti greci
, I. Chirassi, Edizioni dell'Ateneo, 1968
Florario, A. Cattabiani, Mondadori, 2009
Il ramo d'oro, J. Frazer, Bollati Boringhieri, 2003
La letteratura greca, G. Guidorizzi, Einaudi, 1997
La religione dei romani, J. Champeaux, Il Mulino, 2002
Lirici greci, M. Cavalli, G. Guidorizzi, A. Aloni, Mondadori, 2007
Vocabolario della lingua greca, F. Montanari, Loescher, 2004


Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte.

Grazie alla sempre cara Rebecka, che mi ha prestato il libro di Ileana Chirassi.

Vedi anche:
Violetta
La Violetta nell'antichità
Lo Spirito della Violetta
Alcune varietà di Violetta
Illustrazioni botaniche di Violette
Sciroppo di Violette

Aggiornato l'ultima volta il 24 Marzo 2015.

martedì 27 gennaio 2015

Tisane, liquori, grappe e altri rimedi naturali


Tisane, liquori, grappe e altri rimedi naturali di Laura Turati, Dementra, 1994.

Qusto libricino è uno di quelli che gira per casa da quando ho memoria. Nel corso degli anni l'ho letto, ripreso ed ho sperimentato alcune ricette. Si apre con una breve introduzione in cui si tratta anche la preparazione degli ingredienti e gli strumenti utili al moderno liquorista. Seguono moltissime ricette e fotografie dei preparati, fra i quali si possono trovare gli aperitivi, i digestivi, i curativi, quelli che conciliano il sonno, gli afrodisiaci ed una piccola sezione di analcolici riguardante sciroppi e succhi. Le ricette sono brevi e chiare, con gli ingredienti ben evidenziati e dosati.
Insomma, se vi interessa la teoria forse dovreste cercare un altro testo, ma se volete avere a disposizione un ampio numero di ricette pratiche questo è il libro che fa per voi!

lunedì 26 gennaio 2015

Alcune varietà di Violetta

Dopo aver scritto l'articolo sulla Violetta, ho raccolto alcune fotografie fatte nel corso degli anni di alcuni tipi di Viole spontanee; devo dire però che non sono in grado di distinguere le varie sottospecie, così se qualcuno dei passanti fosse in grado di aggiungere qualche ulteriore specifica o correggere eventuali errori, ne sarei davvero lieta!
Ed ora...prego! Inoltratevi fra le annunciatrici della Primavera...

 Violetta - Viola odorata
 

Viola selvatica - Viola canina

Viola del Pensiero - Viola tricolor


Violetta bianca - Viola alba


Viola di montagna - Viola calcarata(forse anche esponenti di Viola bertolonii?)



Violetta gialla - Viola biflora
 

Viola maggiore - Viola elatior o Viola jordanii


Vedi anche:


Aggiornato l'ultima volta il 15 marzo 2015.

Liquori - Grappe gelatine marmellate con erbe e frutti spontanei


Liquori - Grappe gelatine marmellate con erbe e frutti spontanei tipici o presenti in Piemonte Liguria e Alpi Occidentali di Riccardo Luciano e Renzo Salvo, Araba Fenice, 2013.

Ad una breve, ironica e condivisibile presentazione, segue una schematica l'illustrazione del metodo per immersione e di quello per sospensione. Poi le schede delle singole erbe ed alberi, corredate con grandi foto a colori (a volte anche di parti specifiche), che riportano nome comune e botanico, famiglia di appartenenza, descrizione della pianta, habitat, periodo di fioritura e/o fruttificazione e le varie ricette, soprattutto di grappe e liquori; ciò che più mi ha interessato però, sono state le marmellate e le confetture, ottenute con frutti dimenticati o misti con spezie. Le ultime due ricette utilizzano un certo numero di erbe e non solo una o due come nelle schede precedenti. Seguono l'indice dei nomi latini, quello con i nomi comuni, ringraziamenti e bibliografia.
Non sono molto esperta nella preparazione di bevande alcoliche, quindi il mio giudizio è molto parziale, ma trovo questo libro utile e ben fatto, adatto ad avventurarsi in questo mondo affascinante e a scoprire le erbe sotto una luce inconsueta.

Ombrellifere della Provincia di Cuneo


Ombrellifere della Provincia di Cuneo di Maria Laura Colombo e Riccardo Luciano, Araba Fenice, 2007

Non so voi, ma io agognavo, avevo veramente bisogno di questo libro! Ebbene sì, le Ombrellifere confondono: ce ne sono tantissime, grandi, piccole, medie, tutte con quegli ombrelli di fiori bianchi...e non c'è tanto da scherzare con loro, visto che ce n'è a bizzeffe di pericolose, una per tutte la Cicuta (una di quelle che ho astutamente imparato a riconoscere :D). Quindi siano lodati e ringraziati gli autori per questa pensata veramente utile!
Il libro si apre con una presentazione che per altro contiene idee condivisibilissime; segue l'introduzione che definisce la famiglia delle Ombrellifere e una descrizione generica delle piante appartenenti; vengono poi citate alcune fra le più diffuse e usate Ombrellifere (come Finocchio, Carota, Cumino, Prezzemolo ecc), e si chiude con una precisazione sull'ordinamento filogenetico (basato sull'evoluzione di determinati caratteri, dal più antico al più recente) in base al quale è organizzato il testo.
Le singole schede sono corredate da varie foto a colori, speso anche delle diverse parti della pianta utili al suo riconoscimento, ivi compresi fiori, frutti, foglie e fusti. Riportano il nome latino, quello volgare, una descrizione delle varie parti vegetali, l'habitat, il luogo ed il periodo di ritrovamento, la diffusione, le proprietà farmaceutiche ed eventuali usi in cucina e note. Il libro si chiude al solito con glossario di termini botanici e medici, bibliografia, indice dei nomi latini, quello dei nomi volgari ed indice generale.
Alcune delle schede sono simili a quelle di altri libri dello stesso editore come Cento erbe della salute, Erbe spontanee commestibili della provincia di Cuneo e Liquori Grappe Gelatine Marmellate con erbe e frutti spontanei, ma la particolarità e l'utilità di questo testo rendono la cosa marginale.
A differenza di Erbe spontanee commestibili della provincia di Cuneo, che tratta piante diffuse bene o male in tutto il Nord d'Italia, questo libro è un po' più specifico, quindi potrebbe essere adatto particolarmente a lettori interessati alla flora del Nord-Ovest.

Erbe spontanee commestibili della provincia di Cuneo


Erbe spontanee commestibili della provincia di Cuneo di Riccardo Luciano e Carlo Gatti, Araba Fenice, 2007.

Dopo una breve presentazione del libro si passa subito alle singole schede delle erbe mangerecce, che, come tutti i libri di questa collana, sono corredate da una o più utili foto a colori, con tanto di particolari e varietà, in alcuni casi. Seguono famiglia di appartenenza, nome volgare, descrizione, habitat, proprietà farmaceutiche, uso generico in cucina ed evenuali note. Oltre alle erbe commestibili trovano posto le erbe aromatiche, i frutti selvatici ed il libro si chiude con un'ultima sezione dedicata alle ricette che utilizzano alcuni dei vegetali esaminati nel corso del libro. Non mancano però, un glossario di termini medici e botanici, la bibliografia, un indice per nome comune e latino ed uno delle ricette.
Benché sia dedicato alla provincia di Cuneo la grande maggioranza delle piante descritte sono molto comuni in buona parte d'Italia, almeno al Nord, quindi può essere apprezzato anche da non piemontesi.
Le singole schede botaniche e le foto di alcune erbe sono molto simili se non uguali a quelle di altri libri dello stesso editore, come Cento erbe della salute, Liquori Grappe Marmellate Gelatine con erbe e frutti spontanei o Ombrellifere della Provincia di Cuneo, essendo uno o più autori comuni a tutti questi testi. La cosa però non disturba visto che ogni libro offre approfondimenti diversi e tratta aspetti complementari ma differenti.
Lo trovo un testo valido e pratico, che offre interessanti e inconsueti spunti culinari.

Cento erbe della salute



Cento erbe della salute - che vale la pena di conoscere per vivere meglio di Maria Laura Colombo, Giovanni Appendino, Riccardo Luciano e Carlo Gatti, Araba Fenice, 2010.

Dopo una breve introduzione si passa subito alle schede sulle singole erbe, che oltre ad una grande foto a colori, a volte corredata da foto più piccole di parti particolari della pianta, contengono il famiglia d'appartenenza, nomi volgari, descrizione della pianta, habitat e diffusione, le sostanze contenute, le proprietà gli usi generici, esterno, interno, popolare ed eventuali note o curiosità.
Seguono un indice per nomi volgari, uno per denominazioni botaniche, uno con descrizione delle proprietà ed elenco delle piante che le posseggono ed in fine un breve ed utile (almeno per me che ne sono quasi digiuna) glossario di termini chimici. In ultimo la bibliografia e l'indice generale.
Cosa penso di questo libro? Credo che sia fatto piuttosto bene, e che possa essere una buona base, con la quale magari integrare testi che approfondiscono di più o che trattano più piante, anche se gli autori sono sicuramente degni di lode per il loro lavoro. Quindi lo consiglio a chi vuole avere due o tre testi "enciclopedici" di riferimento sulle erbe più diffuse.
Questo libro non va confuso con quello del Firenzuoli dallo stesso titolo.

Scoprire, riconoscere, usare le erbe


Scoprire, riconoscere, usare le erbe di Umberto Boni e Gianfranco Patri, Fabbri Editore, 1979.

Questo è il mio libro di erbe per eccellenza. Come potete vedere dalla data di pubblicazione del mio volume, è piuttosto vecchio; esistono chiaramente edizioni più recenti, ma questo librone è quello che ancora bambina sfogliavo per guardare le figure, e che mia madre tirava fuori quando aveva dei dubbi su qualche erba o sua proprietà. E porta il segno degli anni: la copertina è tutta rigata e semi staccata dal dorso, ma ha per me un valore affettivo.
Se avete letto qualcuno dei miei approfondimenti sulle erbe avrete magari notato che questo libro è quasi sempre nella bibliografia, essendo a mio avviso molto ben fatto è completo.
Si suddivide in una breve serie di considerazioni sull'erboristeria, seguite da utili, precise ed esaurienti nozioni su come, dove e quando raccogliere le piante (questa sezione è corredata dalla tabella del tempo balsamico), come essiccarle, conservarle e prepararle all'uso.
Segue una chiara lista di preparazioni erboristiche (benché sia una facile operazione, nel libro viene riportato anche il rapporto alcol puro-acqua per ottenere soluzioni alcoliche a gradazioni diverse).
Arriviamo quindi ad un dizionario di voci botaniche e mediche.
Da qui iniziano le numerose schede sulle singole piante, ordinate in ordine alfabetico per nome comune. Ogni scheda è formata da: una foto, nome botanico, famiglia, nomi comuni e locali, portamento, descrizione delle varie parti, habitat, qual'è la droga e quando e come conservarla, proprietà e suggerimenti di uso divisi in uso esterno, interno e cosmesi, con dosi precise.
Segue una sezione di schede su piante curative non italiane, fra le quali varie spezie, ed una parte conclusiva che riporta le informazioni sulle piante velenose.
L'ultima parte è dedicata a descrivere varie ed interessanti ricette curative come confetture, gelatine, mieli medicinali, vini medicati, liquori, tisane, sciroppi. C'è anche una piccola sezione dedicata alla cosmesi naturale.
Seguono la bibliografia e gli indici, uno che per ogni proprietà riporta le piante che le possiedono, e quello generale.

Come potete vedere è un libro molto ricco e strutturato, e secondo la mia opinione uno dei migliori in commercio, una delle basi per lo studio per passione personale delle erbe, inoltre le edizioni più moderne hanno anche un costo non proibitivo (persino per me :D).

Cucinare con i fiori


Cucinare con i fiori - Centouno ricette profumate di Lina Marenghi, Priuli & Verlucca, 2011

Questo libricino davvero delizioso, mi è capitato in mano per caso (o meglio, è stato regalato a mia madre, ed io sono stata lesta ad arraffarlo :D) e mi ha conquistato fin dalla copertina. Aprendolo e leggendolo ho potuto apprezzarne i moltissimi disegni di fiori a colori, la grafica curata e graziosa, ma soprattutto, ho trovato tantissime ricette che utilizzano i miei amati fiori!
Dopo una breve prefazione in cui l'autrice racconta come è arrivata a scrivere ed illustrare il volume, ed alcune regole da seguire nella raccolta, si susseguono colorate ricette divise in antipasti, primi, secondi, insalate, salse e condimenti, dessert, marmellate e conserve, liquori e civetterie. Ce n'è per tutti i gusti insomma. Le singole preparazioni sono descritte in maniera breve e chiara, affiancate da bellissime illustrazioni. Completa l'opera un utile indice che per ogni erba o fiore usato, elenca le ricette che li richiedono. Alcune delle ricette che riporto nei vari studi sulle erbe sono ispirate da questo testo.
Insomma, un libro perfetto per farsi o fare un regalo!

Sciroppo di Rose


Anche questa ricetta mi è stata donata da una Donna dalle mille e uno conoscienze pratiche, che, se ne avesse la possibilità, credo sarebbe veramente in grado di autoprodursi il 90% di ciò che le serve. Sono quindi lieta e felice di poter condividere i suoi utili insegnamenti.
Ingredienti:
  • 6-7 Rose da sciroppo
  • 3 bicchieri d'acqua
  • 4 bicchieri di zucchero
Le proporzioni orginarie prevedevano un bicchiere d'acqua contro due di zucchero ma lo sciroppo risultava per me veramente troppo dolce, quindi ho modificato secondo mio gusto la ricetta, tuttavia voi potrete sperimentare e vedere quale versione vi piace di più.
Le Rose devono essere quelle molto profumate, da sciroppo appunto, se no lo sciroppo non saprà di nulla. Mettete l'acqua in un pentolino a fuoco vivo, versateci lo zucchero e mescolate finché la soluzione non sarà tornata limpida e lo zucchero sarà totalmente sciolto. Quando inizia a bollire versate i petali di Rosa e lasciate sul fuoco ancora 4-5 minuti. Quindi filtrate e versate in bottiglie che capovolgerete una volta chiuse per creare il sottovuoto.
Otterrete uno sciroppo appena appena vischioso, di un bel colore Rosa;  si può usare mescolato all'acqua per una gradevole bevanda dolce, per creare degli insoliti ghiaccioli o come particolare accompagnamento alla macedonia. Può essere usato per preparare dei dolci.
Le Rose avanzate dopo la filtratura non si buttano, si possono mangiare o spalmare sul pane.

Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte. 

Vedi anche:
Rosa
Alcune varietà di Rosa
Illustrazioni botaniche di Rosa (parte I)
Illustrazioni botaniche di Rosa (parte II) Marmellata di Rosa Canina
Sciroppo di Menta
Sciroppo di Violette

Sciroppo di Menta

Questa ricetta mi è stata donata da una Donna che ha vissuto per la maggior parte della vita in campagna, sa fare conserve più o meno di qualsiasi cosa, sa fare il vino, coltivare la terra e cucina dolci incredibili...
Ingredienti:
  • 3 bicchieri d'acqua
  • 4 bicchieri di zucchero
  • un mazzetto di Menta fresca
La proporzione originale sarebbe un bicchiere d'acqua e due di zucchero, ma personalmente trovo il risultato decisamente troppo dolce, così ho cercato di trovare una proporzione più gradevole. Secondo la mia maestra, la Menta dev'essere abbastanza per coprire tutta la superficie dell'acqua che si usa (sì lo so è una indicazione molto arbitraria!).
Si mette l'acqua sul fuoco e quando bolle vi si gettano i gambi della Menta tagliati a pezzi e si lasciano in infusione per 5-6 miniuti col fuoco acceso. Si aggiunge lo zucchero e si mescola bene finché non è del tutto sciolto, quindi si versano le foglie di Menta e si lascia bollire il tutto ancora per 4 minuti. Fatto questo si filtra e si imbottiglia ancora ben caldo, capovolgendo poi il contenitore per formare il sottovuoto.
Otterrete uno sciroppo appena appena denso, dal colore ambrato ed un buon sapore di Menta. Aumentando la quantità di foglie avrete chiaramente uno sciroppo più saporito, sperimentate e trovate la dose migliore per voi!
Questo sciroppo si può bere diluito nell'acqua, aggiungendo qualche cubetto di ghiaccio nelle calde giornate d'estate, oppure se ne possono fare dei ghiaccioli. Può anche accompagnare macedonie e dolci alla frutta.
 Le foglie avanzate dopo la filtratura non vanno buttate, si possono mangiare tipo caramelle o sul pane.

Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte.  

Vedi anche:
Menta
Sciroppo di Rose
Sciroppo di Violette

domenica 25 gennaio 2015

Vagina - Una storia culturale

Vagina - Una storia culturale di Naomi Wolf, Mondadori, 2013.

Ho letto questo libro con piacere, quando mi è capitato in mano per caso. E devo ammettere che non mi aspettavo di trovarmi davanti ad un testo così interessante. L'autrice parla della Vagina innanzi tutto a livello fisico-biologico-anatomico, e mostra come sia una parte fondamentale del nostro corpo, che condiziona la nostra percezione del piacere, la nostra creatività, la nostra fiducia in noi stesse, la nostra pace interiore, la nostra capacità di aprirci agli altri.
Affronta poi il fatto che i condizionamenti culturali riguardo ad essa determinano inevitabilmente la nostra percezione di noi stesse e della nostra sessualità. Una parte che mi è piaciuta molto è quella in cui riporta vari nomi con cui ci si riferiva alla vagina nella cultura C'han, negli scritti taoisti e nei testi Tantrici, come "loto d'oro", il "boschetto profumato", la "porta del paradiso", la "perla preziosa", la "porta celeste", il "globo rosso", la "porta di giada", la "valle misteriosa", la "porta del mistero", il "tesoro". L'autrice ci invita a immaginare come sarebbe stata diversa la nostra vita, se fossimo vissute in culture in cui la nostra Vagina è chiamata così, e non con tutti i nomi volgari o stupidi o eufemistici che si usano correntemente (se vi va di farlo con le vostre amiche, potrebbe essere un buon esercizio di "arte vaginale" e "terapia" femminile, inventare e cercare modi per voi adatti di chiamare la Vagina).
 Prosegue parlando del fatto che la Vagina ha una "memoria" e che quindi tende a "chiudersi" quando si trova in situazioni negative, fastidiose, violente, e che in seguito tutte le volte che qualcosa "le ricorderà" questo reagirà nella stessa maniera. Alla luce di questo fatto, lo stupro e qualsiasi atto deliberato contro le donne, dal far sesso quando non ne hanno voglia, alla semplice mano che ci sfiora contro il nostro consenso, dal più semplice al più grave, risulta ancora peggiore, poiché la Vagina tende a ricordare e quindi a reagire e rivivere in base a ciò che ha già esperito.
L'ultima parte intitolata "le ancelle della Dea", lungi dall'essere un'approfondimento su Divinità o culti femminili vaginali, come io mi aspettavo, parla dell'esperienza vissuta dall'autrice durante un seminario di massaggio tantrico alla vagina, degli insegnamenti e delle conclusioni che ne ha potuto trarre. Le ancelle della Dea sono quegli atti, condizioni e situazione che aiutano la donna e la Vagina ad essere liberamente sé stesse e a provare piacere (questa parte in particolare sarebbe altamente istruttiva per gli uomini).
Quindi in definitiva consiglio vivamente a tutte le donne, ma anche agli eventuali lettori questo libro, che trovo un saggio complementare ad altri testi quali I monologhi della Vagina di Eve Ensler, Il piacere è sacro di Rianne Eisler, ma anche Il corpo della Dea di Selene Ballerini, Mestruazioni di Alexandra Pope e Luna Rossa di Miranda Gray.

Violetta

 Fa parte della famiglia delle Violaceae e ne esistono tantissime varietà, ma la Violetta propriamente detta è la Viola odorata, anche chiamata Viola mammola. Il latino viola, affine al greco ion di uguale significato viene dallo stesso ceppo di viere "intrecciare, annodare" forse perché era una delle piante che rientravano nella creazione di ghirlande, tuttavia secondo altri sarebbe un termine pre-indeuropeo come molti altri fitonimi. Odorata si riferisce al profumo del fiore, che è l'unico di questa specie ad essere intensamente profumato. Altre specie fra le più conosciute sono la Viola tricolor o Viola del Pensiero, la Viola biflora o Violetta gialla che cresce in luoghi umidi sulle Alpi, la Viola calcarata diffusa nelle Alpi Occidentali, la Viola alba o Violetta bianca, ma in Italia esistono varie specie endemiche, molte delle quali alpine. Alcune di queste le ho fotografate nel corso degli anni: Alcune varietà di Violetta.
In questo studio ho deciso di concentrarmi sulla Viola mammola, più comune, conosciuta e studiata, e d'ora in avanti dicendo Viola intenderò questa in particolare.
Alcuni dei nomi popolari sono: Viunedda, Viuletta (Liguria), Violitta (Piemonte), Viola zoppina (Lombardia), Fior de Zennar, Zoppina (Veneto), Viola zopa, Viola d'foss (Emilia), Viola maura, Mammoletta, Violetta (Toscana), Vijole (Abruzzo), Jola (Puglia), Roseviole (Calabria), Viola di jardinu (Sicilia), Balcu, Bascu, Violedda (Sardegna). A volte viene detta anche Fiore di San Sebastiano perché inizia a fiorire intorno ai giorni in cui ricorre la festa del santo (20 Gennaio).
In inglese è Violet o Sweet Violet, in francese Violette, Fleure de Mars, in tedesco Veilchen, in spagnolo Violeta.
Descrizione: pianta erbacea perenne con rizoma dal quale si dipartono stoloni che emettono radici e formano nuove piante che fioriranno l'anno successivo. Le foglie verde scuro sono riunite in una rosetta (non ci sono fusti fogliari), hanno lungo picciolo e forma ovale o reniforme, incise alla base e più arrotondate all'apice, dentellate. I fiori profumati hanno cinque petali di colore fra il lilla ed il viola intenso, più chiari al centro, due in alto e tre in basso, di cui quello centrale forma uno sperone. Ad una prima fioritura all'inizio della primavera può seguirne una seconda, caratterizzata dal fatto che i fiori rimangono ad uno stato rudimentale e si auto-impollinano. Si possono trovare alcuni fiori anche in autunno. I frutti sono capsule rotondeggianti che si aprono a tre valve e contengono semi tondi, bruni con una sporgenza all'apice.
Frutti in maturazione


Habitat: pianta dell'areale mediterraneo ma diffusasi in buona parte dell'Europa, cresce dal mare alla montagna fino ai 1200 m, in tutta Italia, ma è più diffusa al Nord. Occupa boschi e luoghi erbosi, spunta sotto le siepi e all'ombra degli alberi.

Coltivazione: esistono moltissime varietà di Violetta e Viole del Pensiero da giardino. Si seminano in autunno (i semi hanno bisogno di essere esposti al gelo per germinare) in luoghi freschi ed ombrosi, su terreni umidi e ricchi di humus, ma si possono raccogliere anche alcune delle piante selvatiche prodotte da stolone e trapiantarle in giardino, senza depredare un intero prato ma prelevando solo qualche esemplare in ogni luogo.Visto che si diffonde molto velocemente sarà bene non piantarla vicino ad altre piante più deboli.

La droga è costituita dai fiori che si raccolgono sbocciati, fra gennaio e aprile a seconda della zona e del clima, di mattina dopo che la rugiada si è asciugata, in un giorno di luna crescente o piena, meglio se nei giorni caratterizzati da segni d'Aria (Gemelli, Bilancia, Acquario). Si lasciano seccare all'ombra in strati sottili il più velocemente possibile, e si conservano in barattoli ben chiusi al riparo dalla luce perché non si deteriorino.
Anche il rizoma ha proprietà officinali e si raccoglie d'autunno alla fine del ciclo vegetativo, in luna calante, meglio se nei giorni della Terra (Toro, Vergine, Capricorno); si lava bene e si raschia via la terra, poi si mette ad essiccare al sole e si conserva anch'esso al chiuso e al riparo dalla luce. Il suo uso però deve sempre rispettare le dosi consigliate poiché se assunto massicciamente può provocare vomito e diarrea.
Le foglie si raccolgono per tutta la primavera, meglio durante la fioritura, in luna crescente o piena nei giorni della Foglia (Cancro, Scorpione, Pesci).
Utilizzi
Come sempre prendete ciò che segue per una ricerca, sperimentata solo in parte, e prima di utilizzare qualsiasi erba assicuratevi che sia quella giusta, che sia lontana da strade e fonti di inquinamento, verificate di non essere allergici o ipersensibili a qualche componente e prima di fare qualsiasi cosa consultate il vostro medico/omeopata/erborista.
Le foglie hanno proprietà blandamente lassative, curano la tosse, sono diuretiche ed eudermiche, la forma più efficace è l'infuso, anche in associazione ai fiori.
I rizomi sono anch'essi bechici e lassativi e si usano in decotto.
I fiori sono espettoranti, sudoriferi, depurativi, diuretici, dermopurificanti, emollienti, antinfiammatori.
ATTENZIONE: se assunti in grande quantità i rizomi possono provocare vomito e diarrea.

Infuso: su 2 g di fiori si versano 100 ml d'acqua bollente, se ne bevono due-tre tazze al giorno per le infezioni delle vie urinarie e per i calcoli renali. Inoltre quest'infuso seda tosse, raffreddore e bronchiti e per potenziarne l'effetto si possono unire in parti uguali anche fiori di Verbasco e di Malva. Per uso esterno si imbevono dei batuffoli di cotone o della garza e si posizionano sulla parte interessata per lenire delicatamente infiammazioni, bruciature, eczemi, dermatiti e acne (sia per uso esterno in quanto eudermica che per uso interno come depurativo, tuttavia la Viola del Pensiero sembra essere più adatta), ma anche per curare la crosta lattea; in questo caso l'infuso può essere bevuto dalla mamma o mescolato al latte del bambino, od ancora secondo la tradizione popolare, si può versare del latte caldo sulla pianta contusa ed una volta a temperatura corporea si usa come cataplasma sulla testa del bambino. Compresse imbibite di infuso posizionate sugli occhi per dieci minuti, calmano le infiammazioni oculari.

Sciroppo: la mia versione di questo sciroppo, con differenti i tipi di procedimento, la trovate qui. Se ne prendono dei cucchiaini più volte al giorno in caso di tosse, bronchite, raffreddore ; inoltre è delicatamente lassativo, quindi adatto anche per anziani e bimbi. Tradizionalmente si preparava uno sciroppo per la tosse con fiori di Violetta, fiori di Verbasco, fiori di Malva, e fiori di Papavero ai quali a volte si aggiungevano fiori di Altea, Farfara e Antennaria; queste infatti erano le erbe pettorali più conosciute ed apprezzate.

Tintura: pianta intera fresca in alcool a 45°.

Essenza: si estrae tramite solvente dalle foglie (ebbene sì!), anche se a quanto ho capito il profumo dei fiori può essere estratto tramite enflourage (i fiori vengono immersi e pressati nel grasso, rinnovando i fiori un certo numero di volte, finché il grasso non è "saturo" di profumo, al che con un solvente si può dividere la sostanza profumata dal grasso) ma comunque il prodotto è costosissimo e dunque al di fuori della portata del mio naso e di buona parte del resto della gente, sicché non sono reperibili notizie sul suo possibile uso se non come ingrediente di profumi.

Rimedio omeopatico: serve per curare i dolori reumatici, soprattutto ai polsi.
Ricette culinarie
Viene usata come ingrediente di ricette dolci e salate da secoli: le foglie tenere e giovani possono rientrare in misticanze cotte, insalate, frittate, zuppe d'erbe (soprattutto quelle primaverili depurative), ripieni o possono essere lessate e ripassate in padella. I fiori oltre a colorare le insalate, aromatizzano le macedonie, le frittate d'erbe di campo, le creme dolci e perfino il gelato, le marmellate, lo sciroppo e rientrano nella produzione di liquori. Congelate nei cubetti di ghiaccio possono dare un tocco colorato e floreale a qualsiasi bevanda.

Insalata di fiori: questa è una ricetta della mia infanzia e per me è sempre stata circondata da un'aura un po' magica...insomma a mangiare fiori mi sentivo la principessa delle Fate! La preparazione è molto semplice, ci si può servire di una base di erbe di campo crude come foglie tenere di Piantaggine, Viola, Primula, Pimpinella, Tarassaco, Acetosella, Malva, Crescione, Nasturzio, Lattuga selvatica, cime di Finocchio e un'insalata a piacere dal gusto delicato come la Valerianella o la Lattuga. E via, aggiungete i fiori del periodo che possono essere Primula, Viola, Rosa, Calendula, Dente di leone, Nasturzio (i miei preferiti!), Borragine, Pratoline, Malva, Acacia, Salvia dei Prati, Erba cipollina, Cicoria, Trifoglio. Si può anche aromatizzare con qualche fogliolina tritata di Menta o Serpillo, o arricchire con semi, frutta secca, cubetti di mela, arancia. Si condisce appena prima di mangiarla con sale, olio e limone.

Violette candite: raccogliete due manciate di Viole e privatele dello stelo, dunque sbattete due albumi con due cucchiaini d'acqua senza farli diventare troppo schiumosi. Si immergono i fiori negli albumi, poi si raccolgono con una forchetta, lasciando gocciolare l'eccesso di liquido e si rigirano nello zucchero a velo, facendo attenzione a che siano ben ricoperti. Si lasciano asciugare per due o tre giorni su un foglio di carta da forno, e vanno riposti in una scatola di latta ben chiusa o in un barattolo. Si mangiano come caramelle o si usano per guarnire i dolci (ricetta tratta e adattata da Cucinare con i fiori).

Zucchero alle Viole: si raccolgono i fiori e si mondano dallo stelo, poi si pongono in un barattolo alternando uno strato di fiori e uno di zucchero. Dopo averlo lasciato un mese al sole, avendo cura di agitarlo di tanto in tanto, lo zucchero aromatizzato è pronto e può essere usato in creme e dolci vari. Ho provato una volta questa ricetta ma personalmente mi sembrava che fosse minimamente fermentata, cosa che non è un problema per il resto del mondo, ma io che sono astemia rifuggo l'odore ed il sapore dell'alcool. Merita comunque qualche altro tentativo!

Frittelle di Violette: raccogliete mazzolini di dieci Violette e legateli con uno stelo, dunque preparate una miscela di 50 g di zucchero e un bicchierino di maraschino e immergetevi i mazzetti per un ora, rigirandoli di tanto in tanto. Nel frattempo preparate la pastella con 250 g di farina bianca, due tuorli d'uovo, mezzo bicchiere di latte, due cucchiai di zucchero e due di olio e lasciate riposare un'ora. Trascorso questo tempo si uniscono gli albumi montati a neve e un pizzico di sale e si intingono nella pastella i mazzolini di viole sgocciolati e si friggono in olio ben caldo fino a doratura, si scolano, si rigirano su carta assorbente e si servono ammonticchiati e cosparsi di zucchero a velo (ricetta tratta e adattata da Cucinare con i fiori).

Marmellata alle Viole: sono in realtà marmellate di mele aromatizzate in maniera più o meno consistente con i fiori, la variante che più mi è piaciuta è questa: si prepara uno sciroppo con 800 g di zucchero e 100 ml d'acqua, quando fila si aggiungono 150 g di fiori di Viola e 400 g di purea di mele. Da quando riprende il bollore si lascia cuocere per 10 minuti e poi si invasa. Può essere usata oltre che sul pane per golose merende, per confezionare particolarissime crostate (ricetta tratta e adattata da Il Prato nel Piatto).

Conserva di Violette: si prepara uno sciroppo con 1,5 kg di zucchero e due bicchieri d'acqua. In un mortaio si pestano 200 g di fiori (senza gli steli) con due cucchiai di zucchero (si può anche fare con un mixer ma attenti a non surriscaldare i fiori). La pasta ottenuta dalle Viole si aggiunge allo sciroppo quando inizia a bollire, mescolando; si cuoce a fuoco basso finché lo sciroppo inizierà a salire, dunque si invasetta e capovolge per fare il sottovuoto (ricetta tratta e adattata da Cucinare con i fiori).

Gelato fiorito: a del gelato alla vaniglia, crema o fior di latte si miscelano delicatamente alcune Violette, poi si rimette nel congelatore e si fa di nuovo rapprendere. Si serve decorando con alcuni fiori freschi (ricetta tratta e adattata da Il Prato nel Piatto).

Gelato di Violette:su 10 g di Violette e 4 foglie di Viola si versano 150 ml di acqua bollente e si lascia macerare fino a completo raffreddamento, poi si filtra strizzando bene. Dunque si montano 200 g di panna e si battono 2 tuorli con lo 70 g di zucchero e si montano a neve gli albumi. La panna va stemperata con l'infuso di Viole, dunque si aggiungono prima i tuorli e poi gli albumi e si mescola delicatamente. Si trasferisce il tutto in una gelatiera o in freezer. Il gelato sarà pronto in tre ore (ricetta tratta e adattata da Il Prato nel Piatto).

Sorbetto di Violetta: su 15 g di fiori e 50 g di zucchero si versano 250 ml di acqua bollente e si lascia in infusione finché non si è raffreddata del tutto. Fatto ciò di filtra spremendo bene il residuo e si unisce un albume d'uovo montato a neve e si mette nel congelatore, mescolando di tanto in tanto perché si mantenga granuloso. Si deve servire in giornata perché dopo si rassoda troppo (ricetta tratta e adattata da Il Prato nel Piatto).

Vino alla viola o violaceum: è una rielaborazione del vino preparato al tempo dei Romani con fiori di Violetta perché, sembra, sostenevano che allontanasse e curasse i sintomi delle sbronze. Si mescolano e lavorano con un mestolo di legno una tazza di Violette e tanto zucchero quanto basta per creare una crema densa, fatto ciò si lascia riposare per mezz'ora, poi si aggiungono due cucchiai di alcool a 90° mescolando delicatamente. Si lascia macerare per una mezza giornata e poi si aggiunge un litro di vino bianco secco e si lascia a riposare in una bottiglia per una settimana, dunque si filtra (ricetta tratta e adattata da Il Prato nel Piatto).

Liquore di Viole: in un vaso si pongono 200 g di fiori di Viola e si coprono con 600 ml di alcool a 95° e si lascia a macerare per qualche giorno. Dunque si prepara uno sciroppo con un litro di acqua e 800 g di zucchero e una volta raffreddato vi si aggiungono le Viole filtrate dall'alcool e ben tritate. Si può ora unire lo sciroppo con l'alcool e dopo alcuni giorni il preparato va filtrato ed imbottigliato (ricetta tratta da Liquori - Grappe gelatine marmellate con erbe e frutti spontanei).

Fonti
Cucinare con i fiori, Lina Marenghi, Priuli & Verlucca, 2011
Dizionario di fitoterapia e piante medicinali, E. Campanini, Tecniche Nuove, 2004
Erbe delle valli alpine, M. Vaglio, Priuli&Verlucca, 2014
Flora e fauna delle Alpi, T. Schauer e C. Caspari, Mondadori Editore, 1978
Il libro delle erbe, P. Lieutaghi, Rizzoli Editore, 1981
Il prato nel piatto, A. Lanzani Abbà, Mondadori Editore, 1989
Liquori - Grappe gelatine marmellate con erbe e frutti spontanei, R. Luciano e R. Salvo, Araba Fenice, 2013
Manuale pratico di fitoterapia - vol. 1, E. Lazzarini e A. Lonardoni, Edizioni Mediterranee, 1985
Orto e giardino biologico, M. L. Kreuter, Giunti Editore, 2011
Scoprire, riconoscere, usare le erbe, U. Boni e G. Patri, Fabbri Editori, 1979
Actaplantarum - Viola odorata
Arcadia - Il mondo delle erbe officinali
Erbeofficinali.org - Viola mammola
Etimo.it - Viola
Infoerbe.it - Viola mammola
Fotografie mie scattate a Maclino (Bs) nell'Aprile 2013 e a Spotorno (SV) in Marzo 2015, tavola botanica d'autore sconosciuto.

Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte.

Grazie a mia madre che alle volte proprio c'ha un sacco di pazienza, e a Claudia che ha allietato la mia scrittura a tempo di musica.

Vedi anche:
La Violetta nell'antichità
Mitologia della Violetta  
Lo Spirito della Violetta
Alcune varietà di Violetta
Illustrazioni botaniche di Violette
Sciroppo di Violette

Aggiornato l'ultima volta il 19 marzo 2015.

venerdì 23 gennaio 2015

Pioppo Nero

Il genere Populus appartiene alla famiglia delle Salicaceae e conta una trentina di specie, fra le quali le più comuni in Italia sono il Pioppo Nero (Populus nigra), il Pioppo Bianco (Populus alba), il Pioppo Tremulo (Populus tremula) e il Pioppo Grigio (Populus x canescens ibrido di Bianco e Tremulo).
Populus, secondo un'etimologia popolare diffusa già nella Roma antica, deriva dal fatto che il Pioppo era l'albero del popolo; secondo i linguisti moderni invece l'etimologia è incerta, e probabilmente viene da una radice non indoeuropea (come d'altra parte molti altri fitonimi assorbiti da greci e latini); secondo altri deriverebbe dal greco pallo "ondeggio, agito" per la caratteristica delle foglie dal lungo picciolo di tremare ad ogni alito di vento. Una simile etimologia si propone anche per il termine greco indicante il Pioppo Nero, ovvero aigeiros, dalla radice AG=EG, IG- "muoversi, agitarsi, tremare". Il Pioppo bianco veniva invece detto leuke cioè "bianco".
Avevo in mente uno studio generico sul Pioppo, ma essendo alberi molto diversi fra loro credo che ci sia bisogno di uno studio approfondito per ognuno, benché lo spirito di fondo sia similie; ho quindi deciso di concentrarmi sul Pioppo Nero a me più vicino e familiare, e d'ora in avanti dove non specificato altrimenti, per Pioppo intenderò lui. Può essere che non sempre le notizie che ho raccolto specifichino il genere di Pioppo a cui sono riferite, ma ho deciso di riportarle comunque laddove mi siano sembrate particolarmente significative, specificando comunque l'incertezza del riferimento.
Nomi popolari: Arbare, Pibula (Liguria), Poja, Albaro (Piemonte), Pobbia nera, Alnia (Lombardia), Talpon negro (Veneto), B'dolla, Fiopa (Emilia Romagna), Populo nero, Oppio da pali (Toscana), Bidollo (Marche), Albuccio (Lazio), Chioppe (Abruzzo), Chioppa, Cuduli bianchi (Campania), Zizuigo (Puglia), Chiupparella (Basilicata), Agiocu, Candelise (Calabria), Arvanu Arbaneddu niuru (Sicilia), Fustialvu nieddu, Linarbu (Sardegna).
In inglese è Aspen, in francese Peuplier, in tedesco Pappel, in spagnolo Almo.

Descrizione: albero a foglie caduche, alto fino a 30 metri con fusto solitamente dritto ma spesso con protuberanze negli esemplari adulti. La corteccia grigio-marrone è liscia negli individui giovani ma più avanti si screpola con tagli orizzontali. La chioma è ampia ed avolte piramidale o tubulare, con molti rametti giallastri. Le foglie sono alterne, disposte a spirale lungo ai rami, con un lungo picciolo ed hanno forma triangolare o romboidale, dentellate con apice acuminato, verde tenero lucente a primavera per poi scurirsi una volta sviluppate; d'autunno diventano giallo dorate. Le gemme sono coperte di brattee brune glabre e vischiose. I fiori maschili e femminili si presentano su piante diverse; quelli maschili sono amenti penduli rossastro-bruni di circa 10 cm, che spuntano prima delle foglie fra febbraio e aprile, quelli femminili sono più esili e verde-gialli. I frutti sono capsule contenenti piccoli semi provvisti di lanuggine bianca, che ne favorisce la dispersione grazie al vento.
Non è molto longevo, può raggiungere i 90 - 100 anni.

Habitat: Cresce in tutta Italia dal mare alla montagna fino ai 1200 m, spesso coltivato, soprattutto nella pianura Padana. Spontaneo si trova solitamente lungo fiumi o laghi, a volte al margine di boschi ma mai nel fitto, poiché ha bisogno di luce e acqua per svilupparsi. Cresce sia in boschetti puri che in compagnia di Salici e Ontani, anch'essi amanti dei corsi d'acqua.
Il Pioppo può ospitare un gran numero di insetti, e animali quali scoiattoli, picchi, falchi, pipistrelli che trovano ricetto nelle cavità degli alberi adulti. Sulle sue radici cresce il Piopparello o Pioppino (Agrocybe aegerita), un fungo commestibile e saporito.

La droga è costituita dalle gemme che si raccolgono in primavera prima che si aprano, in tarda mattinata, possibilmente in luna crescente o piena, e si fanno seccare in luogo ben areato e ombroso, per poi coservarle in barattoli di vetro ben chiusi e al riparo dalla luce. Fresche si usano anche per la preparazione di gemmoderivati. Anche la corteccia ha proprietà medicinali, si raccoglie all'inizio della primavera, prima della ripresa del ciclo vegetativo, si taglia in strisce e si lascia seccare al sole, si conserva in vasi di vetro o ceramica ben chiusi.

Utilizzi
Come sempre prendete ciò che segue per una ricerca, sperimentata solo in parte, e prima di utilizzare qualsiasi erba assicuratevi che sia quella giusta, che sia lontana da strade e fonti di inquinamento, verificate di non essere allergici o ipersensibili a qualche componente e prima di fare qualsiasi cosa consultate il vostro medico/omeopata/erborista. ATTENZIONE: il Pioppo contiene salicilati, presenti anche nell'aspirina, dunque in caso di allergie o ipersensibiltà evitarne l'uso. Evitare anche durante cure con farmaci anticoagulanti.
Le gemme hanno proprietà: astringenti, antinfiammatorie, balsamiche, depurative, anticatarrali, diuretiche, antimicrobiche, batteriostatiche, leggermente analgesiche.

Infuso: si gettano 2-5 g di gemme in 100 ml d'acqua e se ne bevono una-due tazzine al giorno per calmare la tosse e eliminare il catarro, magari in associazione al Timo, anche per gargarismi contro il mal di gola. E' anche un rimedio per la cistite ed è un buon diuretico, al quale si possono associare le foglie di Betulla. Inoltre, calma i sintomi influenzali e i dolori che vi si accompagnano.
Per uso esterno può essere utile in caso di emorroidi, per detergere zone infiammate e congestionate, e per lenire piccole scottature, contusioni  o escoriazioni anche in forma di compresse (cotone o garze imbevute di infuso e applicate sulla zona interessata).

Sciroppo: non che sia un'esperta ma per quanto ho potuto capire e provare un metodo di preparazione di sciroppo potrebbe essere questo: si mettono le gemme contuse in un barattolo, coprendole di zucchero ed aggiungendo un po' di alcool a 95°. Si lascia poi macerare al sole per qualche mese, finché lo zucchero non sarà quasi del tutto sciolto; a questo punto si filtra e si conserva lo sciroppo in bottigliette di vetro e si prende a cucchiai in caso di tosse e mal di gola. Una buona variante potrebbe avere il miele al posto dello zucchero, e spesso gli sciroppi si preparano anche partendo dall'infuso al quale si aggiunge una pari quantità di zucchero, ma non ho ancora fatto molte prove in merito...prima o poi! :)

Oleolito e unguento: non ho ancora provato a farlo, e l'unica ricetta che ho trovato usa il metodo della digestione a caldo, ovvero: si mettono le gemme fresche e l'olio di oliva (in proporzione 1:10) a macerare a bagnomaria per almeno 30 minuti, trascorsi i quali si filtra l'olio. Personalmente però preferisco ottenere gli oleoliti per macerazione a freddo, anche se il processo è più lungo, ma in tale modo non si rischia di surriscaldare e rovinare l'olio. In questo caso però potrebbe essere utile per far evaporare l'acqua contenuta nelle gemme e sciogliere la resina, responsabile delle eccellenti proprietà del Pioppo...non resta che sperimentare!
Quest'oleolito viene usato soprattutto per lenire il dolore dato dalle emorroidi e miscelandolo con cera d'api (ed eventualmente oleoliti o estratti di altre erbe adatte come Ippocastano e Achillea) se ne può fare un valido unguento. Fino a pochi anni fa l"'unguento populeo" era ottenuto dalla macerazione delle gemme in strutto o altro grasso animale, ma spesso si aggiungevano varie altre erbe come la Belladonna, il  Giusquiamo, la Morella o il Rosolaccio (anche in questo caso, se qualcuno reperisse o fosse a conoscenza di una ricetta attendibile, sarei lietissima di leggerla e sperimentarla! ATTENZIONE: gran parte di queste erbe sono pericolose poiché molto attive anche in piccole dosi e possono provocare avvelenamento).
Il Mattioli riporta anche che le donne ai suoi tempi pestavano le gemme e le univano al burro, lasciando a macerare per un certo periodo. Usavano quest'unguento dopo averli lavati per "per far belli i capelli".

Vino medicato: si lasciano a macerare 5 g di gemme in 100 ml di vino rosso per 10 giorni; se ne consumano bicchierini nel corso della giornata per sedare la tosse ed eliminare il catarro.

Tintura madre: si prepara con droga fresca in rapporto 1:2, a macero per tre settimane in alcool a 95°. Con droga secca il rapporto è 1:5 e la gradazione alcolica 75-90° (informazioni tratte da Infoerbe.it).

Gemmoderivato: si usa nella cura della tosse, delle malattie delle vie respiratorie e per eliminare il catarro. 

Come per gli altri alberi, anche del Pioppo si usano varie parti, come il legno, che è di colore chiaro, tenero, leggero ed agevole da lavorare, ma non si conserva a lungo poiché viene facilmente aggredito da insetti o muffe. Un tempo veniva usato per soffietti da forgia perché non si deforma essiccandosi, mentre oggi se ne producono imballaggi e cassette da frutta, fiammiferi, stuzzicadenti, e carta.
Con i batuffoli che circondano i semi si potevano imbottire cuscini, inoltre potevano essere usati come materiale isolante. Il carbone di Pioppo viene a tutt'oggi assunto dopo i pasti per contrastare l'acidità di stomaco, il meteorismo e la fermentazione. Con i grani di resina solidifcati si facevano i rosari.
Un'altro importantissimo e naturale prodotto derivato da quest'albero, è la propoli. Questa infatti viene prodotta dalla lavorazione da parte delle api di alcune resine, ed in Europa la fonte principale è data appunto dalla sostanza vischiosa che ricopre le gemme del Pioppo (1). Le api la usano come materiale da costruzione insieme alla cera, per mummificare corpi estranei penetrati nell'alveare, chiudere o restringere eventuali buchi, rivestire le cellette delle larve inquanto ha importanti proprietà antimicrobiche ed antimicotiche. Inoltre è antinfiammatoria, ciccatrizzante, antiossidante, per le api ma anche per le piante, gli animali e l'uomo, sicché può essere usata in moltissimi modi anche in agricoltura (come antifungino ed antiparassitario), arboricoltura (come ciccatrizzante dopo grandinate, tempeste e potature), veterinaria ecc.
Per quanto riguarda l'uomo, la forma più diffusa è quella della tintura alcolica, indicata nel mal di gola, dolori ai denti, infiammazioni della bocca o piccole ferite e vesciche, ma può anche rientrare nella formulazione di creme e unguenti per ustioni, abrasioni, piccole ferite, irritazioni, che contribuisce a guarire e ciccatrizzare in fretta. Inoltre, essendo come già detto, antimicrobica e antimicotica può rientrare nella formulazione di prodotti per curare l'herpes e la candida.

Note
(1) Finché non ho fatto questa ricerca ero completamente all'oscuro di come le api producessero la propoli, anzi non me l'ero mai chiesta in realtà; ed è stato infinitamente affascinante approfondire quest'aspetto della vita delle api, vedere ancora una volta come la Natura è un "sistema di sistemi" che si alimentano ed equilibrano perfettamente. Tra l'altro, se vi capita di passare sotto un Pioppo verso Febbraio, potrete trovare ai suoi piedi qualche rametto con ancora le gemme attaccate, o magari qualche gemma caduta: provate a sfregarle fra le dita sentirete un odore misto fra il balsamico e il profumo del miele...ed io personalmente sono rimasta stupefatta, è proprio l'odore della propoli!


Fonti
Alberi, A. J. Coombes, Fabbri Editori, 2008
Come usare la propoli, Edizioni del Baldo, 2009
I discorsi ne i sei libri della materia medicinale di P. Dioscoride, P. A. Mattioli
Ierobotanica rituale e fitonomie sacre greco-italiche di M. Giannitrapani in Silvae, n. 13, Gennaio-Giugno 2013
Scoprire, riconoscere, usare le erbe, U. Boni e G. Patri, Fabbri Editori, 1979
Actaplantarum - Populus nigra
Apicoltura2000 - La Propoli: preparati per uso agricolo
Associazione micologica e botanica - Populus nigra
Erbeofficinali.org - Pioppo
Etimo.it - Pioppo
Figlia dell'erborista - Propoli
Infoerbe.it - Pioppo
Mieli d'Italia - Propoli
Waldwissen.net - Il pioppo nero

Immagini: la tavola botanica di Otto Willhelm Thomé.

Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte.

Aggiornato l'ultima volta il 31 Gennaio 2015.

domenica 4 gennaio 2015

Frammenti della Llorona

E' notte, buia e fresca dopo il caldo e la polvere del giorno, però le stelle brillano. C'è un fiume, un rio fra le erbe alte che mormora piano. E presso il fiume, sulla sponda più distante, una donna, in piedi, vestita di bianco e azzurro tenue, con lunghi e fluenti capelli neri. O forse quelli sono coperti da un velo? Sembra che guardi davanti a sé, o che guardi proprio te mentre passi. Per alcuni momenti sembra solo molto triste, incommensurabilmente senza speranza, mentre immobile ti fissa con gli occhi scuri, non sorride, non fa nulla, è solo un volto che osserva, ma senza luce dietro. Lacrime copiose le scorrono lungo le guance esangui. E questo è tutto. Rimane fredda e distante, al di là del rio.
Lei, sempre lei, ma così bella circondata dal suo dolore, come una Madonna piangente, a tratti sembra fragile, ma le lacrime di dolore hanno lasciato solo la roccia dentro di lei, hanno consumato tutto il resto. E' forte, oltre che fragile.
Invece un altro momento, sembra ripiegata su sé stessa, le mani che nascondono il viso, e piange con forti singhiozzi, che le scuotono le spalle, in maniera così pietosa, che avresti voglia di consolare quel dolore, di far smettere il pianto, ma invece Lei deve piangere tutte le sue lacrime, tutte quelle che verranno. Fra i singhiozzi solo una frase, con voce rotta e acuta "Ay de mi, ay mis hijos!" si ripete come un ritornello. Le sue lacrime cadono nel fiume, e i suoi singhiozzi non si distinguono dal rumore dell'acqua.
E' un bel po' che penso di scrivere della Llorona, la Donna Piangente del folklore messicano, eppure non l'ho mai fatto. L'ho sognata, ho letto e riletto le notizie che la riguardano, ho fatto indagini sulla Malinche, sulle Dee Azteche dalle quali potrebbe derivare, sono tornata spesso sul capito che la riguarda in Donne che corrono coi lupi, ho cercato delle sue immagini, ho ascoltato la sua storia da una meravigliosa ragazza messicana, ho cantato e cantato e cantato la sua canzone, cercando e apprezzando tutte le varie versioni e strofe, così dolci e struggenti...
Volevo mettere insieme tutte queste cose, ma non è il momento per me di scrivere cose organiche ed organizzate...oggi voglio lasciar fluire cos'è per me questa Donna vagante, piangente, abbandonata.
Forse perché è un fantasma che abita anche in qualche recesso di me stessa.
La Llorona vaga e piange perché è stata abbandonata dal suo amore, erra sulla terra alla ricerca di ciò che ha perduto, i suoi figli. Per la Estes questa storia è simbolo della vita creativa della Donna, che come il fiume della Llorona viene inquinato e così i figli, i prodotti della nostra vita interiore, sono destinati alla morte.
Ma nelle canzoni la Llorona torna ad essere una donna amata, e molto, da coloro che la vedono. Eppure, io sento che la Llorona è la donna ferita, che nessun amore può far rifiorire perché deve piangere e piangere finché non avrà lavato via tutto il suo dolore. Non temete però, è solo una fase, la Donne si rialzano e si rigenerano da sé stesse. Però l'amore per la Llorona porta sofferenza anche i suoi nuovi amanti...innamorarsi di una donna-Llorona è difficile, o meglio è facile perché ha profondità, bellezza, tenerezza, ma bisogna essere pronti a un lungo lavoro, a sostenerla mentre versa le sue lacrime e ad aiutarla mentre medica le sue ferite. Molto probabilmente vi lascerà avvicinare, ma solo fino ad un certo punto; teme che un nuovo hidalgo venga a riaprire le sue piaghe. Non è una cosa che tutti sono disposti a fare, ed è giusto così. Non si può curarla. Solo lei può farlo per sé stessa.
E' giusto che pianga per sé stessa, per i suoi figli che non hanno potuto vivere, perché in lei c'è una landa desolata e devastata, perché quanto di più prezioso, bello e tenero aveva è stato disprezzato, rifiutato, si è preferito dell'altro. E' legittimo piangere, anzi, è necessario, e la Llorona ce lo ricorda sempre...

Due bellissime versioni della canzone della Llorona sono state fatte da Joan Baez e da Chavela Vargas; ma io ho molto cara anche il rifacimento di Natalia Doco.

Immagine 1: Will O'the Whisp di Larry McDougall
Immagine 2: La llorona di RadiusZero

Frammenti di Elena

Siamo in una città in fiamme. Bianche mura possenti, avvolte dal fumo, che già si anneriscono. Travi di legno che bruciano, odore di fuoco, urla di donne in lacrime. Corpi di guerrieri distesi di traverso lungo le strade, uno straniero che getta un bambino dalla rupe più alta della città. Vecchi uccisi, donne trascinate via. E' una città che cade, nella notte e da domani non sarà più che un cumulo di macerie senza più nome. Ma questa notte mentre i guerrieri stranieri impazzano fra le case, c'è ancora una stanza che non è stata raggiunta. E' nel palazzo. Un biondo e possente combattente spinge la porta con forza, e cede con rumore secco di legno spezzato. Nella stanza una donna. La Donna. La Donna più bella che il mondo abbia mai visto, simile nell'aspetto alle Dee immortali. E' per lei che sono lì, è per lei che una delle più potenti città del mondo è stata distrutta. Lei è Elena di Troia, già Elena di Sparta. Intorno a lei riecheggiano le grida di dolore e disperazione delle troiane, condotte via dai corpi morti dei loro figli, padri, amanti. Deifobo, il suo ultimo marito - ultimo prima del primo - è già sceso all'Ade.
E l'eroe biondo, la vede, i suoi occhi da sotto l'elmo mandano guizzi di una luce strana. Solo l'aria li separa, pochi metri di impalpabile aria sono fra loro. E Menelao, il guerriero, alza la spada, che non ha mai lasciato la sua mano, e dopo un solo istante di immobilità si muove, carica, verso Elena.
E lei, nel momento supremo della morte che viene...che fa?
Alza la mano alla fibbia tiepida che riposa sulla sua spalla, e la slaccia. Un momentaneo turbinare di stoffa bianca, ed ecco la valle dolce dei seni rosei, tondi, mirabili, è scoperta e offerta alla vista.
Un tonfo acuto di metallo contro la pietra. La spada. Menelao l'ha lasciata cadere.
Non esiste nient'altro per lui in quel momento. Non Troia che brucia, non gli Achei che uccidono e i Troiani che muoiono, non i dieci anni appena trascorsi né l'alba ormai prossima che vedrà i Greci cancellare Ilio dalla terra. Esistono solo quelle dolci rotondità perfette, di Dea, di Donna, di Dea Donna. Esiste solo l'ardente richiamo a posare la mano nello spazio che le divide, a toccare quei boccioli rosati che le coronano, a percorrere la curva del loro profilo col palmo ben aperto.
Forse non vede più nemmeno Elena, la sposa che è venuto a riprendere al di là del mare, rimane solo quell'attributo femminile denudato davanti alla violenza di una spada, lasciata cadere.

Elena, è una figura quanto mai indefinibile. Nelle pagine dei diversi autori che tracciano la sua storia, appare come un essere metamorfico, sposa fedele rapita o donna che non rinuncia a ciò che ama, amareggiata dalla guerra che ha provocato, pro o contro gli Achei di volta in volta, pentita del suo abbandono della propria casa...come ricavare un ritratto a tutto tondo del suo personaggio? Per alcuni, non è manco mai arrivata a Troia, al suo posto c'era con Paride un eidolon, un simulacro fatto di nuvole.
Ma in questo gesto, in questo preciso momento della saga troiana, in cui Elena scopre il seno, e Menelao depone la spada, credo sia racchiusa parte della sua essenza, dell'Elena come Afrodite terrena, come Donna in  senso assoluto.
Mi ritiro un attimo dal mito e penso: "Certo, se capitasse di essere aggredita e dovessi scoprirmi il seno, il mio ipotetico aggressore lo prenderebbe più per un invito a fare di peggio..."
Lo so.
Eppure questo episodio è affascinante ai miei occhi come pochi altri, perché parla della furia che si placa, si dissolve, nella contemplazione della Donna.
Anche Cuculhain, l'eroe irlandese, quando veniva preso dalla furia guerriera poteva essere placato solo dalla visione di donne nude.
Anche il gesto antico dell'anasyrma, cioè alzare le vesti e mostrare i genitali nella loro semplice e un po' magica nudità, a volte aveva il significato di placare la violenza, la prevaricazione, era un rimprovero all'uomo.

Quest'Elena così sfuggente e complessa, come se composta da più aspetti anche divergenti fusi insieme, ha molto da dire, ma per ora...

Immagine: Cratere a figure rosse del 450-440 a.C. trovato ad Egnazia, ora conservato al Louvre. A sinistra Afrodite, in centro Elena, a destra Menelao che lascia cadere la spada (si intravede in basso nell'estrema destra), fra loro un erote che da Elena vola verso lo sposo.