sabato 24 dicembre 2016

L'amante di Lady Chatterley

 L'amante di Lady Chatterley di David Herbert Lawrence, Mondadori, 1966.
Numero pagine: 418
Titolo originale: Lady Chatterley's Lover
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1928
Prima edizione italiana: 1945

Ho deciso di recensire questo libro intanto perché l'ho apprezzato molto, ed in secondo luogo per la maestria che Lawrence dimostra nel genere erotico, apprezzabile ancora oggi a quasi 90 anni dalla prima edizione, molto più di quella di alcuni romanzi moderni.
Il romanzo si apre nel 1920 con il ritorno di Clifford Chatterley, signore di Wragby Hall, nei Midlands inglesi, dalla prima guerra mondiale con la parte inferiore del corpo paralizzata. Clifford ci è descritto come ricco di vitalità, tanta da superare il trauma, ma anche pauroso ed insicuro, umanamente distante da tutto e tutti. Sua moglie Constance, Lady Chatterley, donna dei suoi tempi emancipata e essenzialmente libera prima del matrimonio, si ritrova a vivere come infermiera per il marito nella grande e malinconia magione avita, il cui cielo è adombrato da una nube di carbone che sale dalle miniere di famiglia, vicino al villaggio di Tevershall. E' in questo ambiente solitario (nettamente distaccato da quello comunque gretto e diffidente dei paesani) e sempre più grigio, sia nell'aspetto che nell'essenza, che Connie inizia a cercare conforto, o anche solo un momento di fuga, nel bosco che circonda la tenuta "Il bosco era il solo rifugio, il suo santuario. Ma non era un vero rifugio, un santuario, poiché non aveva nessun rapporto con lei; era soltanto un luogo dove poteva evitare tutto il resto. Non aveva mai veramente toccato lo spirito del bosco [...]" (pag. 60). Intraprende un breve rapporto con un giovane artista, Michaelis, ma è uno scambio immaturo e in realtà solitario.
E' durante una passeggiata nel bosco in carrozzella che Clifford suggerisce a Connie di prendersi un amante, in modo da aver un figlio e proseguire la stirpe, essendo il loro legame più forte di un mero e semplice atto fisico, e non tanto importante la paternità biologica quanto l'educazione. E' in questo scenario silvestre che poco dopo, compare per la prima volta Mellors, il guardiacaccia di Whragby. Connie è intimidita dal distacco di quest'uomo del popolo, chiuso e beffardo eppure ancora in possesso di un certo calore umano.
La vita di Lady Chatterley si fa sempre più soffocata e striminzita, tutta presa nell'accudire il marito e compiacerlo, tanto che grazie all'intervento della sorella viene assunta un'infermiera, Mrs Bolton, per prendersi cura di Clifford.
Durante successive passeggiate solitarie Connie ed il guardiacaccia s'incontrano più volte, e qui Lawrence costruisce poco a poco, senza fretta, una danza in crescendo, piena di sensualità all'inizio invisibile, che poi cresce a permeare la scena, così come il bosco, teatro degli incontri dei futuri amanti. Mellors si definisce piano piano, come un uomo ferito da una donna, sua moglie, che ha scelto di ritirarsi dal mondo, eppure è ancora vivo dentro, desidera e teme Connie, la quale impiega più tempo a cedere alla malia sensuale dei loro incontri. Solo dopo il primo orgasmo insieme, Lady Chatterley si scioglie e si affida davvero a Mellors, benché preoccupata che l'adorazione per un uomo la renda schiava del suo volere.
Mrs Bolton capisce che il guardiacaccia è l'amante di Lady Chatterley ma serba il segreto, ed anzi, durante un dialogo fra le due in cui l'infemiera racconta della morte di suo marito avvenuta in gioventù, sembra quasi che ci sia approvazione da parte di Mrs Bolton: "[...] Continuai a credere che sarebbe tornato. Soprattutto di notte [...] doveva ritornare a giacere al mio fianco, così che potessi sentirlo con me. [...] Quante scosse nervose, la notte, prima che capissi che non sarebbe più tornato Anni, mi ci vollero, anni!"
"Il contatto del suo corpo..." disse Connie.
"Proprio così, signora. Il contatto del suo corpo. Fino ad oggi non l'ho potuto dimenticare, e non potrò mai." [...]
"Ma può un contatto durare così a lungo?" Domandò improvvisamente Connie. [...] "Oh, signora, che cosa c'è d'altro che possa durare?"

Così il rapporto fra il guardiacaccia e Lady Chatterley si fa sempre più saldo, mentre entrambi scoprono via via la tenerezza e rinunciano alla paura, immergendosi sempre di più in una sensualità sana e vitalistica, nuda e anticonvenzionale: "Quanto mendaci i poeti, e tutti gli altri! Vogliono far credere che si ha bisogno di sentimento, mentre non si ha supremamente bisogno che di quella sensualità penetrante, bruciante e forse terribile. Trovare un uomo che osi far questo, senza vergogna, senza peccato, senza rimorsi! [...] Occorre sensualità, schietta sensualità, anche per purificare e ravvivare lo spirito." (pag. 318).
Una gravidanza verrà a sciogliere l'intreccio, spingendo i due amanti a tentare di liberarsi del passato per vivere un futuro insieme, e Lady Chatterley sarà in grado di rinunciare al titolo e a tutto quello che comporta, pur di realizzare una vita inseme a Mellors. Il libro si chiude con una lettera di quest'ultimo a Connie, durante una provvisoria separazione. Lawrence lascia sospeso quello che potrebbe essere un lieto fine.

Vedete come questo non sia esattamente il modello delle moderne novelle erotiche, con protagonisti maschili belli da paura, ricchi ed autoritari, un po' dannati ma buoni dentro, e donne belle senza saperlo, ingenue ed inesperte, tendenzialmente asociali e fragili, ma in grado di assumersi l'onere della felicità di lui. In questo racconto c'è umanità, paura del contatto profondo con un altro ma anche desiderio di questo, il sesso non è sempre perfetto, sia Connie che Mellors si mostrano più volte incerti, si usano parole come fica, culo, scopare, e si parla anche di peli pubici.
Nelle prime pagine si esprime la convinzione di Connie, come della sorella Hilda, che il sesso non sia altro che un ricadere negli istinti primitivi, un necessario corollario al ben più interessante rapporto intellettuale, "una delle relazioni, una delle sottomissioni più antiche e più sordide" (pag. 43) per quanto lo si possa colorire di sentimentalità, a cui gl'uomini non sono disposti a rinunciare, ed allora loro, le donne libere, cedono pur senza donarsi interamente e veramente: "una donna poteva prendere un uomo senza concedersi in realtà" (pag. 44)
La storia con il suo primo amante Michaelis, si conclude una notte in cui, dopo che lui ha raggiunto l'orgasmo, Conni continua a muoversi per trovare piacere. L'uomo prende come un affronto personale la cosa, sembra quasi che si senta usato: "Non potresti godere con me? No vero? Ti piace recitare da sola!" [...] "Ma vuoi che anche io sia soddisfatta, non è vero?" ripeté. "Oh, certo! Si capisce! Ma star lì ad aspettare che la donna goda non è un bel divertimento per un uomo..." (pagg. 98-99)
E più avanti ancora dice: "[La sensualità] era scomparsa dagli uomini. Avevano i loro meschini spasmi della durata di due secondi come Michaelis; ma non la sana sensualità umana che riscalda il sangue e rinnova." (pag. 117)
Forse gli uomini potrebbero trovare esagerato questo passaggio, eppure credo che alcune donne potrebbero riconoscervisi: il percepire come la propria sessualità sia tenuta in minor conto di quella maschile, e come questa comunque sia a volte piuttosto meccanica ed automatica, fredda, è un'esperienza che è toccata a molte di noi.
Il primo rapporto di Conni e Mellors, quasi inaspettato dopo più di 150 pagine, pur non essendo un apice esistenziale come ci si aspetterebbe nei romanzi erotici moderni, è qualcosa che riavvicina entrambe alla vita. E poi, si parlano, si confrontano. Fantascienza.
La sensualità di Mellors è di tutt'altro tipo rispetto a quella degli altri uomini: "...quella gentilezza aveva curiosamente il potere di calmarla e confortarla. E poi era appassionato, sano e appassionato. Forse non era abbastanza personale: poteva comportarsi con qualsiasi donna, come con lei. [...] A guardar bene, ella non era per lui che una femmina. Ma forse era meglio così. Dopo tutto, egli era gentile con la femmina che era in lei, e nessun uomo lo era stato fino allora. Gli uomini erano molto gentili con lei come persona, ma piuttosto crudeli con la femmina, che disprezzavano o ignoravano del tutto. [...] Egli invece non si interessava di Constance o di Lady Chatterley: si accontentava di accarezzarle dolcemente i lombi e le mammelle." (pag. 175)
Siamo in quello stadio in cui il sesso è vita, indistinta ed impersonale, e non solo per il guardiacaccia: "Oh, essere appassionata come una baccante, come una baccante in fuga attraverso i boschi alla ricerca di Iacco, il fallo splendido che non avesse una personalità indipendente dietro di sé, ma fosse il dio servente della donna! E che l'uomo, l'individuo, non osasse intromettersi. L'uomo non era che un servo del tempio, colui che portava e custodiva il fallo splendido, il quale non apparteneva che a lei." (pag. 191)
Tuttavia alcune delle scene più belle, più ben costruite e verosimili, poiché sono ricche di quei piccoli rituali, di quelle dolcezze che gli amanti si scambiano all'oscuro del resto del mondo, sono quelli in cui Connie passa la notte al cottage di Mellors, ed egli da voce al suo pene col nome di John Thomas, o quando s'intrecciano fiori selvatici nei peli del pube: "E aggiunse tra i peli un bocciolo rosa di violetta selvatica. "Ecco! Questo rappresenta me nel posto dove non mi dimenticherai! [...] " (pag. 291)
"Aveva portato aquilegie, violette selvatiche, fieno tagliato di fresco, ciuffi di quercia, e boccioli di madreselva. Intrecciò freschi ramoscelli di quercia intorno ai suoi seni, unendovi ciuffi di campanule e violette, e sull'ombelico pose una violetta rosa, e fra i peli dell'amore alcuni nontiscordardimé e alcune asperule. "Eccoti in tutto il tuo splendore!" disse. "Lady Jane e le sue nozze con John Thomas." (pag. 295)

Il bosco partecipa degli umori dei protagonisti, c'è corrispondenza fra la natura e coloro che la abitano in cerca di sé stessi e dell'altro. La natura è spesso presa come simbolo di tutto ciò che è vitale, semplice, essenziale, mentre il villaggio così come la modernità sono definiti negativamente come ciò che spegne la vita, esteriore (ambiente) ed interiore (anima, sensualità). "...aveva anche lei un po' della delicatezza dei giacinti selvaggi, non era un impasto di gomma e platino come la donna moderna. [...] Ma egli l'avrebbe protetta col suo cuore per qualche tempo. Per qualche tempo, prima che il mondo di ferro incapace di sentimento, e il mondo dell'avidità meccanizzata avessero avuto il sopravvento su di loro, su di lei come sopra lui stesso." (pag. 173)
"Ella era come una foresta, come il cupo intreccio di un bosco di querce, il quale mormorasse silenziosamente attraverso miriadi di gemme in rigoglio. Nello stesso tempo gli uccelli del desiderio dormivano nel vasto intrico del suo corpo." (pag. 194)

Una bellissima storia di umanità e sensualità, non quella finta e pruriginosa, né quella stanca e ripetuta, meccanica, ma una passione della vita per la vita che coinvolge tutto l'essere, non solo il corpo. Consigliato davvero a tutti gli amanti del genere, agli uomini e alle donne ancora in grado di immaginare, desidera ed apprezzare questo tipo di unione.

Piccole donne crescono

 
Piccole donne crescono di Luisa May Alcott, Giunti, 1989.
Numero di pagine: 278
Titolo oroginale: The Little Woman or Meg, Jo, Beth and Amy
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1869
Prima edizione italiana: 1908

Per gli stessi motivi che mi hanno portato a recensire Piccole donne, includo anche il sequel, che in America benché originariamente pubblicato l'anno successivo, è generalmente raccolto in un unico volume con Piccole donne.
Dagli eventi narrati nel primo libro sono trascorsi tre anni: Meg si sposa finalmente con John Brooke e si trova alle prese con la vita di coppia e poi con la maternità; Jo continua i suoi esperimenti letterari mantenendo il suo carattere libero ed irruento; Amy fattasi una ragazza attenta alle consuetudini di società, si dedica modestamente all'arte, ed accompagna la zia March in un viaggio per l'Europa; Beth continua ad essere il pacifico angelo della casa.
La proposta di matrimonio di Laurie a Jo, respinta, spingerà la giovane donna a cercare nuovi orizzonti a New York dove incontrerà il signor Bhear, un attempato professore tedesco che saprà farsi strada nel suo cuore. Ma tutto cambia con il progressivo indebolimento di Beth a causa della scarlattina contratta in tenera età (raccontato in Piccole donne). Jo tornata a casa la accompagnerà fino alla fine in una delle scene più vive e toccanti del libro. Amy ancora in Europa incontra Laurie, amareggiato per il rifiuto di Jo e sbandato senza meta apparente; sarà grazie alle sue sollecitazioni che il giovane prenderà in mano gli affari di famiglia e la sua vita, dopo essersi reso conto di essere un mediocre musicista; nella stessa maniera Amy, accortasi di non aver talento sufficiente per la pittura, accoglierà Laurie e fra i due sboccerà un amore meno idealizzato di quello che Laurie nutriva per Jo, ma sicuramente più pragmatico.
Così Jo rimane a badare alla famiglia, consumandosi però in qualcosa che non le appartiene, che non la nutre veramente, finché una visita del professor Bhaer porterà l'amore a risvegliare il suo cuore.
Il romanzo si chiude con l'eredita di una grande casa lasciata dalla zia March a Jo, che la trasforma in una scuola, e con una scena campestre che coinvolge tutte le sorelle con i rispettivi sposi e figli e la madre.
Rispetto a Piccole donne, qui sono forse più evidenti le convenzioni dell'epoca, che insistevano tanto sulle apparenze, la gravità di rimanere zitella, i doveri di una buona moglie, e di nuovo la figura della signora March appare fin troppo perfetta, ma profondamente necessaria, una sorta di Madre del clanche da consigli alle donne più giovani su come rapportarsi con sé stesse e con gli uomini. E torna anche il suo moralismo cristianeggiante che potrebbe disturbare alcuni.
In generale mi è piaciuto meno di Piccole donne, e non mi hanno convinto del tutto i personaggi di Laurie ed Amy, così come la loro unione (insomma, credo che quasi tutti abbiano sognato un felice matrimonio fra Laurie e Jo!); mentre colei che anche in questo caso appare più ben definita e soggetta ad evoluzione è Jo, impegnata nelle sue lotte interiori così come con quelle con il mondo e le regole sociali.
Come per il volume successivo consiglierei la lettura intanto per ritrovare le quattro sorelle e vedere come evolvono, poi per l'importanza del romanzo come uno dei primi scritti da una donna e con protagoniste femminili; ed inoltre come studio di costume su come le donne vivevano ai tempi della stesura.

Piccole donne

Piccole donne di Louisa May Alcott, Biblioteca Economia Newton, 1995
Numero pagine: 222
Titolo originale: Little Woman or Meg, Jo, Beth and Amy
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1868
Prima edizione italiana: 1908

Ho inserito questo libro nel sito un po' perché Piccole donne fa parte del bagaglio culturale di moltissime donne da generazioni, un po' perché è uno dei primi romanzi semi-autobiografici femminili, scritto da una donna per altre donne, uno dei primi libri per ragazzi con protagoniste femminili, e che tratta le piccole conquiste e lotte di un mondo per lo più al femminile. D'altra parte, da un'autrice che ha partecipato alla lotta per il voto femminile, ed è stata la prima ad averlo nella sua città, questo non giunge inaspettato.
Questo primo volume, a cui faranno seguito Piccole donne crescono, Piccoli uomini e I ragazzi di Jo, racconta la storia della famiglia March lungo lo svolgersi di un anno, da un Natale all'altro, durante la guerra civile americana in cui il padre è impegnato. Le quattro sorelle e la madre sempre attenta e solerte, si destreggiano nei piccoli e grandi inconvenienti dovuti alla povertà e alla condizione femminile: Meg la più grande, lavora come istitutrice; Jo come dama di compagnia di una arcigna zia zitella; Beth assolve i compiti casalinghi e la piccola Amy frequenta la scuola. Le ragazze sono affiancate da Anna, la vecchia serva, e dalla signora March, la dolce e sollecita madre che vigila sulle loro azioni e sul loro carattere. Ed a volte, questa serafica signora March, sembra quasi surreale, sempre perfetta, sempre pronta a cogliere i dispiaceri delle proprie figlie, sempre pronta con il consiglio giusto per la situazione, e con una conduttura morale con non ammette cedimenti. Un modello di madre angelicata difficile con cui confrontarsi e da trovare nella realtà.
Benché tutte le sorelle vengano presentate e seguite, quella che più viene delineata e che più colpisce è Jo, che fin dalle prime pagine solleva una questione d'interesse femminista: "Mi disgusta pensare che devo crescere, essere la signorina March, portare gonne lunghe e apparire composta come un fiore cinese. E' già abbastanza noioso che io sia nata femminina, quando mi piacciono tanto i giochi, le occupazioni e le abitudini dei ragazzi. Non posso dimenticare il dispiacere di non essere un maschio, ora più che mai, perché muoio dal desiderio di andare a battermi con papà e invece non mi rimane  che stare a casa a lavorare a maglia come una vecchia rammollita" (pag. 21).
Più avanti durante la prima discussione con Lauri, l'unico giovane uomo ammesso in questo mondo femminile, e poi durante la descrizione della biblioteca della zia March, si nota l'amore di Jo per la letteratura, ostacolato dal suo essere donna, e per di più con scarsi mezzi.
Ma il personaggio di Jo viene anche definito negativamente a causa dei suoi scatti d'ira, della sua aggressività, del suo essere attiva e del suo disprezzo delle convenzioni, caratteristiche additate come negative nelle donne, e generalmente tollerate negli uomini. Il lavoro di autocontrollo, o potremmo anche dire repressione, che Jo svolge su di sé ha qualcosa di preoccupante, ricordando come moltissime di noi si auto-privino di una parte sana e vitale di sé stesse, in favore del conseguimento del modello femminile indicato da una società patriarcale.
Sommuove anche la dedizione con cui Jo si dedica alla scrittura, la soddisfazione, dopo la prima pubblicazione di un suo racconto, per la possibilità di contribuire con la sua arte al bilancio famigliare.
Alcune scene, benché tracciate ormai molti anni fa, sono ancora verosimili e vicine, come quella del litigio fra Jo ed Amy, in cui l'invidia e l'amore si alternano senza escludersi; il confronto fra Jo e la madre, che le rivela per un fugace momento le sue debolezze e mancanze;l'incertezza di Jo, che è quasi possessività e gelosia, davanti alla proposta di matrimonio di Mr Brooke a Meg "Meg sarà assorta e non si curerà più di me: Brooke farà fortuna in qualche modo, la porterà via, lasciando un vuoto in famiglia; mi sentirò spezzare il cuore e tutto mi sembrerà maledettamente sgradevole. Oh, povera me! Perché non siamo nate tutti maschi? Almeno non vi sarebbero queste noie" (pag. 195).
Inevitabili per l'epoca, anche se non eccessivamente fastidiosi, i rimandi religiosi della signora March, con i quali esorta le figlie ad affidarsi a Dio, ed altre simili amenità.
Insomma, un romanzo per alcuni aspetti sicuramente datato, ma che ha invece ancora qualcosa da dire non solo alle giovani lettrici, che può essere letto come una sorta di studio socio-antropologico, oltre che come un importante pezzo della letterature femminile in lingua inglese.

Prima le donne e i bambini

Prima le donne e i bambini di Elena Gianini Belotti, Feltrinelli, 1998.
Numero pagine: 200
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 1980

Ecco un altro libro dei Elena Gianini Belotti; anni fa lessi il suo libro d'esordio Dalla parte delle bambine, e da allora cerco di mettere le mani su tutte le sue pubblicazioni saggistiche, avendo grandemente apprezzato il metodo e le considerazioni di questa studiosa.
Nell'introduzione, da cui il titolo, l'autrice parla di come durante l'infanzia leggesse molti romanzi d'avventura ambientati in mare; in questi, immancabilmente, il capitano era l'eroe col quale identificarsi, mentre la donna, se presente, era una riservata e bella signora, magari con una bambina bionda al seguito. I personaggi femminili in queste storie avevano sempre ruoli marginali, e solo quando, durante fantasmagoriche tempeste, risuonava il grido "Prima le donne e i bambini", era loro accordata una certa dignità ed importanza. Eppure per tutto il resto della narrazione erano gli uomini quelli considerati importanti e fondamentali. E come fare i conti con l'opposto grido "Si salvi chi può!", ovvero tendenzialmente gli uomini? Fin da queste letture infantili dunque, l'autrice inizia ad intuire le differenze di comportamento e valore prescritte per i diversi generi, e le loro contraddizioni; la mancanza di comunicazione conseguente e le ferite che interessano entrambi.
Il saggio vero e proprio non segue un'architettura ben definita, ma partendo da episodi della vita quotidiana l'autrice porta le sue riflessioni su alcune questioni  di genere, come il valore del silenzio e delle diverse forme di comunicazione concesse a uomini e donne; la trasmissione di questi modi, spesso inefficaci per una vita emotiva sana, da una generazione all'altra; la gravità degli atti di violenza perpetrati davanti ai bambini che inevitabilmente assorbono conclusioni squilibrate sui rapporti fra i sessi; come a volte in una famiglia o in una coppia gli animali domestici vengano investiti di significati, usati come tramite o strumenti nei conflitti, così come i bambini; le differenze con cui ancora oggi si affronta e si giudica la sessualità femminile rispetto a quella maschile, soprattutto nell'infanzia/adolescenza; il rapporto con il proprio corpo, così come viene vissuto e trasmesso ai bambini di entrambi i sessi; come i metodi contraccettivi siano generalmente affidati alle donne, senza attenzione al loro piacere, e non mai il contrario; come modelli sessuali standardizzati e maschilisti abbiano minato la capacità di uomini e donne di fidarsi, comunicare, scambiare profondamente durante il rapporto; come la sessualità femminile venga derisa e repressa dopo una certa età, mentre quella maschile è accettata come segno di perdurante potenza, ecc.
Mi ha particolarmente interessato la parte in cui l'autrice parla dei gruppi esclusivamente femminili, sottolineandone l'importanza: "si tratta di nuovi "spazi", come si suol dire, che le giovani donne si sono conquistate tenendo duro sulla separazione, condizione essenziale per il recupero della propria identità, per l'organizzazione della lotta e anche per il riposo e la quiete quando si esce dal campo di battaglia. [...] Le rivoluzioni sono sempre state fatte contro qualcuno abbastanza distante ed estraneo da consentire sentimenti univocamente ostili contro di lui. Come si fa a lottare contro cui si ama? [...] E tutto non sapendo ancora chi sei e chi vorresti essere, cosa vuoi, rimettendo insieme brandelli d'identità, rifiutando di essere la te stessa che hai imparato a conoscere per mutare in un altra ancora non definita  [...] perché il primo nemico da sgominare è dentro di noi e non fuori, in quello che ci hanno insegnato a essere [...]" (pag. 118).
Inoltre ho trovato le sue considerazioni sulla sessualità femminile molto interessanti, sfruttano un angolazione diversa da quella a cui si è solitamente abituati, e mostrano lati bistrattati e sottovalutati della questione: "Sappiamo così poco dei nostri desideri, della nostra sessualità, se non che è stata violentemente condizionata alla riproduzione e solo come tale resa rispettabile. E' certo che è tanto più ricca, varia e imprevedibile di quanto la norma ci abbia indotto a credere: ma il pregiudizio, figlio della norma, non ci aiuta certo a liberarla e ad esprimerla." (pagg. 171-172)
Ed in fine riporto una pagina che mi ha molto colpita, quasi commossa, che se riguarda i bambini, potrebbe essere applicata anche agli adulti:
"Quello che ci siamo sentiti dire da bambini:
stai fermo, muoviti, fai piano, sbrigati, non toccare, stai attento, hai fatto la cacca, mangia tutto, lavati i denti, non ti sporcare, ti sei sporcato, stai zitto, parla t'ho detto, chiedi scusa, saluta, vieni qui, non starmi sempre intorno, va a giocare, non disturbare, non correre, non sudare, attento che cadi, te l'avevo detto che cadevi, peggio per te, non stai mai attento, non sei capace, non lo puoi fare, sei troppo piccolo, lo faccio io, ormai sei grande, vai a letto, alzati, farai tardi, ho da fare, gioca per conto tuo, prima devi finire, copriti, non stare al sole, stai al sole, non si parla con la bocca piena.
Quello che avremmo voluto sentirci dire da bambini:
ti amo, sei bello, sono felice di averti, parliamo un po' di te, troviamo un po' di tempo per noi, come ti senti, sei triste, hai paura, perché non ne hai voglia, sei dolce, sei morbido e soffice, sei tenero, raccontami, che cosa hai provato, sei felice, mi piace quando ridi, puoi piangere se vuoi, sei scontento, cosa ti fa soffrire, che cosa ti ha fatto arrabbiare, puoi dire quello che vuoi, ho fiducia in te, mi piaci, io ti piaccio, quando ti piaccio, ti ascolto, sei innamorato, cosa ne pensi, mi piace stare con te, ho voglia di parlarti, ho voglia di ascoltarti, quando ti senti più infelice, mi piaci come sei, è bello stare insieme, dimmi se ho sbagliato." (pagg. 79-80)

C'è una certa rabbia in questo libro, ma anche ironia, volontà d'indagine per cambiare le cose, capacità di andare oltre gli schemi comuni, convinzione nell'additare schemi di pensiero e comportamento controproducenti per entrambi i generi. Insomma, un libro che consiglio a qualsiasi donna interessata alla propria storia e alla propria libertà, ma anche agli uomini che vogliano guardare oltre i privilegi e i dolori affibbiati loro dalla società. Unico neo, anche se minuscolo è che essendo un saggio scritto parecchi anni fa alcuni particolari risultano datati, ma non certo le conclusioni generali!

Se fossi una strega

Se fossi una strega di Celia Rees, Salani, 2003.
Numerodi pagine: 266
Titolo originale: Sorceress
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 2002
Prima edizione italiana: 2003

Se fossi una strega è il sequel di Il viaggio della strega bambina. Questa volta però la storia si svolge in due tempi diversi: quello di Mary Newbury, la ragazzina accusata di stregoneria e fuggita dal villaggio puritano di Beulah, e quello di Agnes, giovane nativa americana dei giorni nostri.
Agnes, dopo aver letto la storia di Mary (contenuta nel primo volume della saga), tratta dai fogli cuciti in una antica trapunta, inizia a sperimentare uno strano contatto con quella ragazzina d'altro tempi, quindi, anche a causa alcune storie di famiglia che ricordano una donna bianca all'interno della sua stirpe, contratta l'autrice del libro, Alison. Dopo un primo incontro, le due intraprendono un viaggio insieme verso il Canada, ripercorrendo i passi della stessa Mary, ormai cresciuta, accolta dagli Indiani e divenuta madre.
Agnes raggiunge Zia M, sciamana e guaritrice così come ai suoi tempi lo fu Mary, che tramite la cerimonia della capanna sudatoria permette ad Agnes di ricordare, vedere la storia di Mary, che si snoda attraverso le guerre fra indiani e fra europei, facendo vittime innocenti in tutti i casi. Solo quando tutto sarà chiaro e narrato Mary lascerà Agnes, che potrà raccontare la sua storia.
Come per la prima parte del racconto, la finzione letteraria che fa da cornice al racconto vero e proprio da un tocco di verosimiglianza al testo, anche se poi, in questo volume come in quello che l'ha preceduto, i personaggi mi sono sembrati inconsistenti, mai veramente ben caratterizzati, così come anche ambienti e paesaggi. Se nel primo volume le aspettative di trovare elementi legati alla figura della strega vengono deluse, in questo caso ancor di più, poiché Mary più che una strega (cosa di cui anche in questo libro sarà accusata) è una sciamana, che acquisisce le sue conoscenze da Aquila bianca, un uomo medicina indigeno.
Comunque, come per Il viaggio della strega bambina, la scrittura è facile e scorrevole, quindi può essere una lettura leggera adatta anche a giovani lettori, giusto se ci si è affezionati al personaggio di Mary e si vuol sapere come va a finire la sua storia. Tuttavia non essendo una saga di quelle memorabili, consiglio di cercare entrambi i volumi in biblioteca o di farseli prestare.

venerdì 23 dicembre 2016

Il viaggio della strega bambina

Il viaggio della strega bambina di Celia Rees, Salani, 2001.
Numero di pagine: 197
Titolo originale: Witch Child
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 2000
Prima edizione italiana: 2001

Lessi questo libro molti anni fa, lo ricordavo appena, quando pochi giorni fa l'ho ritrovato nella libreria di un'amica. Mi piace rileggere a distanza di anni gli stessi libri, per vedere se ancora mi piacciono, come sono cambiata. Ricordo che questo non mi aveva particolarmente colpito, né positivamente né negativamente.

All'interno di una trapunta del XVII secolo, vengono ritrovati dei fogli, che contengono le annotazioni di una ragazza vissuta nella seconda metà del '600. La storia è appunto quella riportata in questo antico diario, narrata in prima persona da Mary Newbury, quattordicenne inglese, nipote di una guaritrice accusata e giustiziata per stregoneria. E fin dalla prima pagina, è la stessa Mary ad affermare di essere una strega.
Condotta altrove nel giorno della morte della nonna, sarà imbarcata insieme ad un gruppo di puritani su una nave che la condurrà nel Massachussets, prima a Salem e poi in una piccola città di puritani ai confini con i vasti boschi che nel loro verde grembo custodiscono Indiani, erbe medicinali ed animali che forse tali non sono. Ma in questo nuovo scenario, reso austero e rigido dalle norme religiose e sociali degli uomini in nero, l'antica accusa di stregoneria tornerà ad affacciarsi alla vita di Mary, giovane donna dal carattere forte ed indipendente, guaritrice ed amica degli indigeni.
Il racconto è interrotto bruscamente, ed il romanzo si chiude con l'esortazione dell'immaginaria studiosa del manoscritto, a fornire eventuali notizie sui personaggi citati nel testo, spunto che verrà proseguito nel volume successivo, Se fossi una strega.
La scrittura è semplice e scorrevole, la storia anche se breve piuttosto avvincente, ma anche disadorna: i luoghi e i personaggi non sono molto caratterizzati né visivamente né psicologicamente, solo quello della protagonista è tracciato con maggior chiarezza. Gli unici altri personaggi un po' più delineati sono quelli femminili: Martha la guaritrice, Rebekah l'amica puritana, Sarah la matriarca della famiglia. Inoltre mentre il titolo e l'introduzione lascerebbero presagire una maggior presenza dell'elemento stregonesco, questo appare solo superficialmente. Ho letto che l'autrice è una storica, tuttavia descrizioni precise o approfondimenti di costume che si trovano in altri romanzi sulle streghe, in questo sono assenti (il che non è necessariamente un punto a sfavore, dipende dal lettore).
Tuttavia questo romanzo rende l'idea di quanto poco bastasse per attirarsi sospetti di stregoneria, il clima di sospetto e la preoccupazione che dovevano provare le donne di questo ambiente, alle quali non era permessa la minima deviazione dal percorso stabilito dagli uomini e dalla religione.
Una lettura leggera dunque, non indispensabile ma neanche spiacevole, adatto magari a dei giovani alle prime armi col romanzo storico.

venerdì 16 dicembre 2016

Saranno le donne a salvare la madre terra

Saranno le donne a salvare la madre terra di Jean Shinoda Bolen, Excelsior 1881, 2007.
Numero di pagine: 220
Titolo originale: Urgent message from Mother: gather the women, save the world
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 2006
Prima edizione italiana: 2007

 L'autrice, Jean Shinoda Bolen, è una psicanalista ed attivista, di suo avevo già letto anni fa Le dee dentro la donna, che mi era piaciuto abbastanza ma senza convincermi del tutto. Per questo libro, ho un'opinione simile. 
Il titolo oroginale è, come spesso accade, molto più adatto al contenuto, Urgent message from Mother: gather the women, save the world, che in italiano suona Urgente messaggio dalla Madre: radunate le donne, salvate il mondo.
Il libro, come spiega l'autrice, inizia a prendere forma da un'iniziativa del 2003 volta a creare cerchi ed iniziativi di donne in occasione dell'8 marzo, intitolata appunto Radunate le donne, frase dal forte impatto come la Bolen sottolinea dicendo "E' tempo di "riunire le donne" - perché solo quando noi donne sia forti insieme possiamo proteggere fieramente ciò che amiamo." (pag. 7). Ed in questo movimento femminile ha avuto importanza anche un altro testo della stessa autrice, The Millionth Circle, Il Milionesimo cerchio, volto ad adunare le donne in gruppi orizzontali fino a formare una massa critica che provochi un cambiamento. Ma quale cambiamento? Innanzitutto di valori e metodo. In un mondo a base patriarcale i valori quali forza, paura, attacco, sono considerati molto più importanti di quelli tradizionalmente attribuiti ed esercitati dalle donne: accoglienza, tolleranza, ascolto, risoluzione pacifica dei conflitti, cura, come già ha rilevato ed illustrato Riane Eisler nei suoi saggi.
E qui mi si sono manifestate le prime obiezioni: c'è effettivamente questa differenza fra uomini e donne? E' possibile pensare che l'umanità sia divisa in due categorie così univoche, gli uomini prevaricatori e le donne pacificatrici? Trovo non sia utile criminalizzare gli uomini e glorificare le donne per partito preso.
Tuttavia la Bolen sottolinea come l'intento non sia sostituire il matriarcato al patriarcato, poiché sempre di potere gerarchico si tratta, cambia solo il vertice, ma bensì di portare in luce qualità che le donne in generale (ben sapendo che ci possono essere vasta eccezioni) hanno sviluppato, aggiungo io, a causa del loro ruolo sociale e culturale. Benché a tratti mi sembri sostenere decisamente questa differenza, sostiene anche che "la completezza è possibile quando le doti umane, ora abitualmente definite come maschili o femminili, vengono viste come parte integrante dell'insieme di chiunque" (pag. 59). Comunque mi rimangono alcune perplessità a riguardo.
Nel primo capitolo vengono individuate alcune iniziative e viene tracciata la loro radice storica, ripercorrendo brevemente le diverse ondate di femminismo ed identificando la terza, quella contemporanea, come quella volta a portare la pace, a partire dalle singole case, dove la violenza viene perpetrata di generazione in generazione, visto che i bambini che hanno subito violenza o hanno assistito ad atti di questo tipo saranno più facilmente portati a commetterli a loro volta. Dunque una priorità è fare in modo che le madri siano sane, al sicuro, consapevoli e libere di scegliere riguardo alla procreazione.
Nel secondo indaga le radici dell'identità fra la Madre Terra e la Grande Madre, citando fra l'altro gli studi di Marjia Gimbutas, Riane Eisler, Leonard Shlain; nota come la sensibilità sia favorita per le donne e repressa per gli uomini, anche quando è rivolta alla bellezza naturale. In seguito alle battaglie femministe le donne hanno avuto maggior possibilità di sviluppare entrambi i lati della personalità, quello più empatico e quello più decisamente analitico, mentre per gli uomini questo processo è stato ostacolato dagli stessi pregiudizi patriarcali che fondano il loro dominio. Questo porta le donne in generale ad essere più predisposte ad affrontare la crisi ambientale e sociale con soluzioni alternative.
Il terzo capitolo rileva come nelle principali religioni monoteiste la figura femminile sia stata messa in secondo piano, sia a livello concettuale che nella gerarchia ecclesiastica; sono appunto queste religioni e gli atteggiamenti sottesi alla base di guerre di religione e fondamentalismi vari. Le donne dovranno dunque decostruirne i messaggi, rendendosi conto delle influenze patriarcali inserite sulle dottrine originarie: "E' importante percepire il dolore di quanto è stato fatto in nome della religione, rendersi conto che i leader religiosi (come i genitori) possono sbagliare, e che voi (e le altre) non meritavate né trascuratezza né abusi." (pag. 83). Si parla quindi dell'importanza di fondare cerchi con centro spirituale, che tra l'altro dovrebbero recuperare anche la sacralità della sessualità.
Il quarto capitolo rileva come mentre la risposta femminile a situazioni di stress è generalmente "cura e assisti", negli uomini invece è "fuggi o combatti"; ciò si manifesta anche a livello dialogico fin dall'infanzia, contribuendo a creare e mantenere le gerarchie.
Il quinto prende in considerazione alcune iniziative portate avanti dalle donne riunite per ovviare a problemi di varia natura, quali lo sfruttamento in Nigeria, i desaparesidos in Argentina, gli stupri in India, il genocidio in Ruanda.
Il sesto riprende il concetto di Milionesimo cerchio e di massa critica. L'ultimo fa il punto della situazione tirando le fila di quanto detto fin ora.
Il volume si chiude con una breve serie di proposte riguardo all'eventuale discussione condivisa riguardo al libro in questione in cerchi di donne, ed una bibliografia divisa per capitoli.

Come si può vedere da questo riassunto, il contenuto è vario e ricco, però i singoli paragrafi sono spesso slegati l'uno dall'altro ed anche l'argomentazione non appare propriamente consequenziale, si ha un po' l'impressione che l'autrice salti "di palo in frasca", senza costruire in maniera efficace e consequenziale la fasi del ragionamento. Tuttavia, il libro offre spunti interessanti, se si riesce a passare oltre alla succitata ambiguità riguardo alle presunte sostanziali differenze fra i generi, e da una certa esaltazione della democrazia americana.

mercoledì 7 dicembre 2016

Saltatempo

Saltatempo di Stefano Benni, Feltrinelli, 2001.
Numero di pagine: 265
Titolo originale: Saltatempo
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 2001

Direte voi, e che ci fa qui questo libro? Beh, ci sono varie buone ragioni per includerlo fra queste pagine. Tipo: l'umorismo di Benni è geniale (anche se a suo tempo mi è stato detto che per alcuni è incomprensibile). Questo romanzo in particolare parla di un paese di montagna, con tutti gl'imprevedibili collaterali: strane creature del bosco, personaggi di paese, la vita della terra che muta, viene intaccata dall'uomo, resiste. E' stata una delle letture più allegre degli ultimi tempi, che mi ha lasciato un sorriso sulle labbra, dopo averlo chiuso.
La storia è quella di Saltatempo, un bambino degli anni 50 che riceve in dono da un improbabile Dio Allegro, un orobilogio che gli permette di vivere in questo ma anche in altri tempi, intravisti in visioni fugaci. Dalla sua infanzia sulle rive del fiume del paese, in compagnia di Selene e degli altri bambini del luogo, si snoda la lotta dei paesani contro la progressiva snaturazione del luogo, gli interessi di potenti e immanicati politici, gli amori e le delusioni di un giovane che attraversa gli entusiasmi politici del 68, a metà fra la vita cittadina e le sue radici ben piantate sulla montagna, dove si aggirano strani gnomi che cambiano forma e dimensioni a seconda di come ci si rivolge loro.
Non anticipo altro, ma questo romanzo è davvero zeppo di personaggi indimenticabili, e sicuramente toccherà le corde di quei lettori che hanno visto avanzare, durante la loro vita, cemento ed interessi di pochi laddove regnava il bosco.

giovedì 24 novembre 2016

Paura dei cinquanta

Paura dei cinquanta di Erica Jong, SuperPocket, 2000.
Numero di pagine: 429
Titolo originale: Fear of Fifty: A Midlife Memoir
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1994
Prima edizione italiana:1994

Sì ci risiamo, chi legge questo blog da un po' avrà notato che sono una accesa sostenitrice di Erica Jong; ed anche se qui ho recensito solo la trilogia iniziata con Paura di volare, ho letto ed apprezzato quasi tutti i suoi libri.
Questo in particolare, già dal titolo si pone nella scia della sua trilogia, ma a differenza di questa, non usa la finzione del romanzo, è infatti un libro autobiografico, eppure Isadora Wing sembra sempre presente al fianco della Jong. Infatti Paura di volare ed i seguiti, romanzavano la vita reale dell'autrice, che qui viene narrata, con salti cronologici, prendendo in considerazione alcuni dei temi principali che riguardano le donne del nostro tempo, fra cui, come da titolo, la resa dei conti con l'età.
"La rabbia della mezza età è una rabbia feroce. A vent'anni, quando il successo e la maternità erano ancora di la da venire, potevamo sperare che qualcosa ci avrebbe salvato dall'essere persone di seconda classe. [...] Oggi sappiamo che nulla può salvarci. Dobbiamo salvarci da noi." (pag. 22)
Come far fronte, arrivate alla seconda metà della propria vita, alla perdita progressiva di quella bellezza stereotipata che sembra essere un dovere per tutte le donne dei nostri tempi?
E guardandosi indietro, come leggere matrimoni, divorzi, amanti, figli, andando oltre la lente che ci è stata messa sugli occhi da genitori e società?
"E che dire del bisogno, comune a donne e uomini, di prepararsi alla morte in una cultura che si beffa di ogni spiritualità tacciandola di pretesa new age? [...] Che dire della profonda solitudine che scaturisce da questa cultura individualistica? Che dire di una società che si fa beffe di tutto, tranne del far soldi e spenderli? [...] Ma soprattutto, che dire del significato, che dire dello spirito? Queste non sono parole vuote. Questi sono i nutrimenti di cui più abbiamo fame, invecchiando" (pag. 20).
E così partendo dalla crisi dei cinquanta, Erica Jong prende in considerazione la sua infanzia ed il rapporto con il padre, la madre, le sorelle; il suo status di donna ebrea; come la sua identità di donna sia sia formata, prima nell'adolescenza e poi durante l'età adulta, attraverso l'istruzione (carente di modelli femminili letterari), la sessualità, la scrittura di ciò che è quotidiano per le donne. Parla dell'amicizia fra donne come del continuo conflitto fra loro, istituzionalizzato e favorito da una cultura patriarcale, parla anche, molto, di femminismo.
"Quando impareranno le donne a non dividersi, ma a unirsi? E come possiamo imparare a essere alleate, dal momento che la società ci oppone, tuttora, come pedine le une alle altre?" (pag. 22).
"In un mondo non a misura di donna, critica e derisione ci perseguiteranno ogni giorno. Di solito, sono indice che stiamo facendo qualcosa di giusto" (pag. 24).
"La verità è che venivamo tutte discriminate semplicemente in quanto femmine; perché non riuscivamo a capirlo, questo? Donne che si ripudiavano a vicenda,per la loro impurità politica, non avrebbero mai solidificato ed espanso il femminismo. Avevamo bisogno di ogni sorta di femminismo. Ne abbiamo ancora bisogno. [...] Io definisco la femminista così: una donna che si conferisce da sé potere e autorità e che desidera lo stesso per le sue sorelle. Non credo che il termine "femminismo" implichi un determinato orientamento sessuale, un determinato modo di vestire, l'adesione a un determinato partito politico. Una femminista è semplicemente una donna che si rifiuta di accettare il concetto che il potere delle donne debba venire conferito dagli uomini, esser mediato dagli uomini, passare attraverso gli uomini" (pag. 382-3).
Tuttavia, anche se lo sguardo che Erica Jong detta sul passato risulti molto disilluso, l'amarezza non diviene vessillo e manto in cui avvolgersi, c'è una sorta di serenità nell'autoanalisi che questa donna riserva al suo passato ed al suo presente.
"Via via che invecchio, arrivo a rendermi conto che le ossessioni apparentemente autodistruttive, che ebbi in altre età [...] non erano solo autodistruttive. Erano anche autocreative. [...] I ribelli e i cattivi ragazzi da me amati erano gli araldi del mio amore per quelle medesime qualità in me stessa. Ho amato e abbandonato i bad boys, ma li ringrazio per avermi aiutato a far di me la forte superstite che oggi sono" (pag. 296-7).
"So che la mia anima è ciò ch'io debbo nutrire e sviluppare e che, da sola o con un compagno, i problemi connessi alla scalata della mia montagna non sono poi tanto differenti" (pag. 25).
"Può darsi che la depressione, nelle donne, sia inconscio desiderio di rinascita. Qualcosa preme per apparire. Non può essere un figlio. Dev'essere la madre. [...] Aggirandomi nelle primordiali caverne di me stessa, trovai un infante piangente. Non era mia figlia. Ero io stessa." (pagg. 258-9)
"Se sei padrona della tua anima, perché avere paura dei cinquanta?" (pag. 32).
Ed anche la chiusura del libro, lascia un sorriso d'approvazione per il dolore, la forza e le sfide affrontate in tutta una vita, anzi solo in metà di essa, perché chissà cosa ancora potrà succedere nella seconda metà.
Non che la Jong possa assurgere a modello per tutte le donne, ma mi piace davvero molto la sua capacità di raccontare davvero e senza filtri cosa ci può essere dentro una donna, la stimo per come rende letterario e degno d'essere scritto e letto tutto quel mondo di eventi e pensieri che in una società ed in una cultura a misura d'uomo è sempre stato mantenuto in ombra.

lunedì 21 novembre 2016

L'incanto di una storia

 L'incanto di una storia di Clarissa Pinkola Estés, Frassinelli, 1997.
Numero di pagine: 58
Titolo originale: The Gift of Story: A Wise Tale About What is Enough
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1993
Prima edizione italiana: 1997

Un altro libricino dell'autrice di Donne che corrono coi lupi; è appunto un volume piccolo e scorrevole, in cui viene evocata la figura della zia Irena, uno dei personaggi che fanno parte della tribù di narratori e gente semplice della famiglia dell'autrice. E' proprio questa colorita vecchina a fare dono alla Estés, allora bambina, di una storia su ciò che è importante nella vita, ciò che davvero conta. E così inizia un viaggio in cui una storia si incastra in un altra, fino ad arrivare al nucleo centrale, costrituito dall'amore, e dall'importanza di narrare e tramandare questa consapevolezza. Il modo di scrivere, semplice ma efficace e fiabesco della Estés, rende questo volumetto una piacevole lettura, magari da consultare vicino al fuoco, nella quiete di un pomeriggio autunnale.
Questa prima edizione è difficile da trovare, ma il testo è stato raccolto in Storie di Donne Selvagge, in cui si possono trovare anche Il giardiniere dell'anima, già pubblicato per Frassinelli, ed altri due scritti brevi.

Il giardiniere dell'anima

 Il giardiniere dell'anima di Clarissa Pinkola Estés, Frassinelli, 2006.
Numero pagine: 120
Titolo originale: The Faithfull Gardener: A Wise Tale about That Which Can Never Die
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1995
Prima edizione italiana: 1996

Come altri libri dell'Estés, questo è un regalo di mia madre, forse per ringraziarmi di averle fatto scoprire Donne che corrono coi lupi, o forse perché non sa mai cosa regalarmi, e così va sul sicuro. Fatto sta che questo libricino mi è arrivato come un piccolo dono; infatti è un volume breve, esteticamente curato, che contiene parole brillanti. L'autrice rievoca, mischiando il ricordo alle storie, la figura dello Zio Zovàr, reduce ungherese dagli orrori della guerra, venuto in America ad allargare le fila della colorita famiglia adottiva della Estés. Ed attraverso gli atti e i racconti di questo contadino d'altri tempi, si tesse una trama che parla di terra, fisica e bruna, a volte violata, incendiata, così come di anima, e di come guarire ed alimentare entrambe attraverso le storie, con la sicurezza che ci sono cose che non possono mai morire, ma solo trasformarsi e passare per oscuri cambiamenti.
In questo caso quindi le parole semplici ma grandemente evocative dell'Estés non sono rivolte solo alle donne, ma a tutti coloro che in qualche tempo hanno subito una ferita.
Questo testo è contenuto anche in Storie di Donne Selvagge insieme a L'incanto di una storia e a due inediti.

Storie di donne selvagge

Storie di Donne Selvagge di Clarissa Pinkola Estés, Frassinelli, 2008.
Numero di pagine: 173
Lingua originale: inglese
Prima edizione: non esiste un'edizione inglese che comprenda tutti gli scritti qui raccolti.
Prima edizione italiana: 2008

Da quando lessi per la prima volta Donne che corrono coi lupi, ormai più di 10 anni fa, la Estés è per me una garanzia, e chi mi sta intorno lo sa, così questo volumetto mi è arrivato in regalo.
Ad una prima esaltazione però, ha fatto seguito la constatazione della dura realtà: non si tratta di una nuova profonda indagine sul femminino selvaggio, ma bensì di una raccolta di testi per lo più già pubblicati e presenti nella mia biblioteca.
Storie di Donne Selvagge contiene infatti Il giardiniere dell'anima e L'incanto di una storia, e due altri testi brevi inediti: I maghi della pioggia e Care anime coraggiose...non perdetevi d'animo.
I maghi della pioggia parla di come in questo tempo non paradisiaco ognuno sia chiamato a curare la sua piccola parte di terra e di vita, per farla tornare a splendere come un giardino dell'Eden. Seguono due storie su due maghi della pioggia appunto, ovvero persone in grado di prendersi cura di ciò che cresce, che senza clamore sistemano e raddrizzano le cose, trasformando il mondo nel loro piccolo, prendendosi cura di ciò che è tenero e inerme.
L'ultima parte della raccolta contiene un'esortazione ad agire, anche nel nostro piccolo, senza perdere il coraggio, per dare il proprio personale ma fondamentale contributo a questa bisognosa Terra.
Come sempre il linguaggio dell'Estés è fiabesco ma anche vicino al quotidiano, parla alla mente ma tanto di più a ciò che sta dietro o più in basso rispetto ad essa, il cuore e l'anima selvaggia, questa volta non più solo delle donne, ma di tutti coloro che su questa terra possono creare desolazione o giardino.
Questi testi brevi, sono molto diversi da Donne che corrono coi lupi; benché il modo di raccontare e di trarre insegnamenti per l'anima dalle storie sia un carattere tipico e irrinunciabile dell'Estés, che costituisce il suo tratto più personale ed alimenti il fascino dei suoi libri, questo volume mi è sembrato molto meno incisivo e fondamentale del primo saggio dell'autrice. Tuttavia questa raccolta merita di essere letta, per cullarsi un poco nell'atmosfera fiabesca, calda e vicina all'infanzia che sa evocare. Certo però, se come me avete già altre edizioni dei testi pubblicati nel volume, e se, sempre come me, siete squattrinati, forse questo non è l'investimento più oculato che si possa fare...insomma, se proprio lo volete, provate a farvelo regalare anche voi!

Figlie del sole

Figlie del Sole di Kàroly Kerényi, Bollati Boringhieri, 2008.
Numero di pagine: 141
Titolo originale: Töchter der Sonne, Betrachtungen über griechische GottheitenLingua originale: tedesco
Prima edizione: 1944
Prima edizione italiana: 1948

Erano anni che volevo leggerlo, un po' perché scritto da Kerényi, che è se non una garanzia di chiarezza, quanto meno di interessanti riflessioni sul mito ed il suo linguaggio;  in più qui ci sono un commento di Pavese sul retro ed una prefazione di Brelich. Insomma, se non un Olimpo d'antichisti, almeno un Parnaso.
Per altro, l'argomento trattato, figure femminili nella mitologia greca, è una mia antica passione.
Figlie del Sole, in cui sono raccolti i testi di alcune conferenze tenute dall'autore, si apre con la suddetta prefazione in cui sono inquadrati il contributo e l'opera di Kerényi.
Nella prima parte intitolata "Il padre e il re", l'autore indaga, servendosi del mito, alcuni caratteri fondamentali del Sole, quali la luce intesa come fondamento della vista e la capacità paterna e generativa, che è anche auto-rigenerativa, in quanto Helios, che da luce e vita, è virtualmente anche Ade, colui che nel buio ctonio regna sui morti. Ma il sole si rigenera ogni mattino, riportando la luce. S'indaga quindi sull'origine di Helios, figlio del Titano Iperione e detto anch'esso Titano, insieme alla sua stirpe, che porta all'emergere del tema della regalità, che se in greco è esplicata nei termini basileus "re" e basileia "regina" era, forse in tempo pre-ellenico, appannaggio e dono principalmente femminile. Inizia dunque una ricerca della Regina nel mito greco.
Nella seconda parte "La ricerca della regina" l'indagine prosegue prendendo in analisi appunto le Figlie e le discendenti del Sole, partendo dalle Eliadi e dalla loro misteriosa madre, ed allargando poi a figure più ampiamente caratterizzate: la maga Circe e l'assassina Medea (rispettivamente figlia e nipote del sole), e più oltre ancora con Hera e l'aurea Afrodite. La chiusura avviene con Pasifae, figlia anch'essa del Sole, e con un accenno alle sue stesse luminose figlie, Fedra e Arianna.
Come rilevato dall'autore stesso, non si arriva ad una conclusione, che è comunque impossibile tracciare quando si parla di mitologia. Ma l'immagine celeste e ctonia, solare e notturna allo stesso tempo, ci appare come un arazzo intrecciato con fili d'oro e d'argento, nel quale seppure la figura della misteriosa Regina rimane celata, pur tuttavia se ne possono individuare le tracce.
L'unico neo, in particolare per un antichista, è la mancanza di note che rimandino ai testi originali.
Questa edizione, ora difficilmente trovabile, può essere sostituita da quella del 2014, nella quale spero abbiano aggiornato i caratteri di stampa, essendo quelli del presente volume antiquati.
Un libro piuttosto complesso dunque, sicuramente più facilmente accessibile a chi non fosse digiuno di mitologia e testi classici, ma comunque godibile per la capacità di Kerényi di unire termini specifici alla poesia del racconto mitologico.

giovedì 10 novembre 2016

Storia notturna

Storia notturna - Una decifrazione del sabba di Carlo Ginzburg, Einaudi, 2008.
Numero pagine: 364
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 1989.

Udite udite, questo l'ho comprato. Non è stato un regalo (se non di me a me stessa), né l'ho recuperato roccambolescamente in qualche mercatino dimenticato da dio e dagli uomini. No, è pure nuovo.
Anche se ieri ne ho trovata una copia usata e mi sono mangiata le mani. Ma comunque.
Non è stato un libro facile, forse anche perché mi ha accompagnato in posti e situazioni insospettabili, tanto che c'è stato chi mi ha chiesto come faccio a leggere cose del genere, ma se si è interessati, come me, alla figura della strega, questo è uno dei primi libri in cui s’incappa, benché sia stato anche fortemente contestato.Così, dopo anni e anni dalla prima volta in cui l’ho trovato nella bibliografia di altri studi, in un giorno di malinconia mi sono fatta un regalo (oh, ognuno ha le sue gioie), e mi sono immersa nelle sue pagine.
E’ un libro molto complesso, che riporta miriadi di informazioni, un testo accademico se vogliamo, non sicuramente una lettura leggera.
Nell’introduzione, dopo aver brevemente tracciato gli elementi più comuni del sabba, l’autore pone la domanda fondamentale sottesa a questo studio: “Come e perché si cristallizzò l’immagine del sabba? Cosa si nascondeva dietro ad essa?” (pag. XIV)
Di seguito analizza le posizioni dei principali studiosi del fenomeno, senza tralasciare quella della Murray di cui alcuni l’anno detto seguace, aspramente criticata dagli altri accademici per il suo metodo nel teorizzare l’esistenza di un culto dianico d’origine preistorica, di cui le streghe sarebbero state gl’epigoni. E qui Ginzburg sorprendentemente, dà in parte ragione alla studiosa britannica: alcune delle credenze delle streghe verrebbero effettivamente da un substrato antichissimo (quantunque non organizzate in un vero e proprio culto così come la Murray l’aveva inteso) una cultura folklorica che si sarebbe scontrata e contaminata con quella dotta di inquisitori e demonologi.
Per sostenere questa tesi, nella prima parte si prendono in considerazione i fenomeni e i fatti storici che avrebbero favorito il cristallizzarsi del sabba: le persecuzioni medievali di lebbrosi in Europa, che avrebbero a poco a poco portato a galla l’idea di un complotto di minoranze-setta ai danni della cristianità.
Approfondisce poi i presupposti della persecuzione ebraica, che vedevano l’ebreo come il diffusore della peste. Nel corso del ‘300 però, poco a poco nell’immaginazione popolare a lebbrosi prima e ad ebrei poi, si sostituisce una nuova inquietante setta, quella delle streghe, in un progressivo allargarsi a macchia d’olio dei possibili adepti, sempre meno riconoscibili. Inizialmente poco distinguibili dagli eretici quali i Valdesi, poiché secondo l’ordine costituito ne condividevano alcuni atteggiamenti, quali il cannibalismo, la sessualità sfrenata sfociante nell’incesto, il rifiuto dei sacramenti, le cerimonie notturne, l’adorazione di un dio animalesco. A questo miscuglio di credenze ostili però, mancavano ancora alcuni elementi che poi sarebbero confluiti nell’immagine del sabba: la metamorfosi animale ed il volo notturno.
Nella seconda parte partendo dai documenti che parlano della Signora del Gioco (sia essa chiamata Diana, Erodiade, Oriente, Bensozia, Abundia, Fortuna, Richella e tutte le sue varianti) teorizza che i suoi cortei notturni, caratterizzati dai concetti di gioco ed abbondanza, seguiti soprattutto da donne, abbiano radici in culti estatici provenienti da un sostrato Celtico, e che la Signora stessa derivi da dee quali Epona e le Matres, alle quali in epoca romana s’era via via sovrapposta Diana.
Una sorta di corrispettivo maschile sarebbe la caccia selvaggia, seguita e guidata soprattutto da uomini.
In un capitolo dedicato a sanare le incongruenze della sua teoria, prendendo in considerazione, fra le altre cose, anche le credenze nelle “donne di fuori” siciliane, approfondisce il rapporto fra la Dea notturna e gli animali che è in grado di riportare in vita.
Passa dunque al tema del combattere in estasi per la fertilità, già tracciato parlando della caccia selvaggia, partendo dai Benandanti friulani (ai quali aveva già dedicato un saggio precedente, I beneandanti) ed avvalendosi di esempi provenienti da diverse aree d’Europa, in cui si riscontra nuovamente la presenza dei morti, la metamorfosi animale, la resurrezione degli animali, ma questa volta riferita principalmente a soggetti maschili. Rileva quindi i parallelismi con ciò che si sa dei culti sciamanici eurasiatici.
Analizzando alcune tradizioni legate alla fine dell’anno, che prevedevano il travestimento animale in un periodo cruciale per l’abbondanza, connette i temi trattati in precedenza, sostenendo che sarebbero ispirati ai viaggi estatici nel mondo dei morti, che si svolgono in precisi momenti dell’anno in cui la sopravvivenza viene minacciata e l’ordine cosmico va per tanto rifondato.
Nella terza ed ultima parte identifica la trasmissione di queste credenze dai nomadi centro asiatici attraverso Sciti, Traci, Greci e Celti fino nell’Europa tardo medievale, dove sarebbero confluiti nell’immagine del sabba così come noi lo conosciamo. La fonte comune di entrambi gli schemi, quello maschile e quello femminile, deriverebbe da un archetipo comune di connessione all’altro, l’altrove per eccellenza, che connette anime, animali e morti: l’al di là, il mondo dei morti. E le streghe furono chiamate ad incarnare proprio quest’altro inquietante, magico, ma anche traboccante.
Nella conclusione prende in considerazione l’appartenza dei voli estatici non solo al mito ma anche alla realtà tramite l’utilizzo di sostanze psicoattive quali la segale cornuta, l’ammanita muscaria e le secrezioni della pelle del rospo.
Il volume si chiude un indice dei nomi, indice dei luoghi, mentre la bibliografia è inserita nelle note ai singoli capitoli.
Come si può vedere da questo breve schema dei contenuti, questo è un lavoro molto complesso, in cui però la comparazione formale degli innumerevoli dati non intacca il rigore cronologico e geografico dell’autore. Certo le conclusioni non sono scontate, e non avendo gli strumenti per appoggiarle o contestarle, mi limito a suggerirne un’attenta lettura.

lunedì 7 novembre 2016

Una spia nella casa dell'amore

Una spia nella casa dell’amore di Anaïs Nin, Bompiani, 1990.
Numero di pagine: 160
Titolo originale: A Spy in the House of Love
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1954
Prima edizione italiana: 1979

Sì, lo sapete già, viene dal mercatino dei libri usati.
Ho già letto varie cose di Anais Nïn, così c’è voluto poco per decidersi a prenderlo. Già il nome, quando ancora non ne sapevo nulla, mi suonava affascinante, esotico, ed invece Anaïs era d’oltralpe, una vicina di casa del secolo scorso.
Eppure, nonostante la distanza spazio temporale che ci divide, quando leggo pagine scritte da lei, ho sempre una sensazione di vicinanza. Forse perché essendo donna sapeva svelare i meccanismi interni delle donne (o di alcune donne?), sapeva dire la verità che sta dietro ad azioni, maschere, ritrosie. E poi, la libertà che, dalle sue parole, sapeva concedersi riguardo alla sua sessualità è ancora oggi un esempio attuale di franchezza.
In questo libro in particolare, la protagonista, Sabina, ha a che fare con quello che anche per me è un dilemma non da poco: chiudersi in un unico amore o viverne tanti? Sabina ha Alan, il marito che è un’oasi di sicurezza, Philip, il tedesco uscito dalle favole della Foresta Nera, Mambo, il suonatore di tamburi, John, il ragazzo ferito dalla guerra, e Donald,l’adulto-bambino abbandonato dalla madre. Tante Sabine, una per ognuno degli uomini che ama, ma è proprio questa frammentazione che rischia di mandare all’aria l’unità fondamentale del suo essere, è dalla mancanza di unità che viene l’ansia, il senso di colpa, l’agitazione che caratterizzano finanche i suoi gesti. Se per ogni uomo ci si converte in ciò che i suoi desideri chiedono, nascondendo tutto il resto, cosa resta della donna originale?
E così si diventa spie nella casa dell’amore, o di molti amori, indossando sempre una diversa identità, sperando di non venire scoperte ad appartenere anche ad altre fazioni, intessendo bugie e mezze verità.
E’ l’episodio iniziale, ripreso nel finale, che scioglie la molteplicità: l’amore deve essere in grado di comprendere tutte le facce di un essere umano, non cristallizzarsi solo su quella che per prima ha conosciuto. Questo è ciò che gli uomini di Sabina non sono stati capaci di fare…e lei?
“Mi liberi,” disse Sabina allo scopribugie. “Liberatemi. L’ho detto a tanti uomini:  ‘Riuscirai a liberarmi?’” Rise. “Ero pronta a dirlo anche a lei.”
“Deve liberarsi da sé. E succederà con l’amore…” rispose lo scopribugie.
“O, se bastasse questo, ho amato a sufficienza. Ho amato moltissimo. Guardi il suo taccuino. Sono sicura che è pieno di indirizzi.”
“Lei non ha ancora amato,” fece l’altro. “Ha soltanto provato, incominciato ad amare. La fiducia da sola non è amore, il desiderio da solo non è amore, l’illusione non è amore. Questi erano tutti sentieri che la portavano fuori di sé, è vero, e lei ha creduto che conducessero verso un’altra persona, ma l’altro non l’ha mai raggiunto. Era solo per strada. Adesso sarebbe capace di uscire e trovare le altre facce di Alan, che non ha mai cercato di vedere, o di accettare?
Riuscirebbe a scoprire l’altra faccia di Mambo, che lui le nasconde con tanta delicatezza? Lotterebbe per trovare l’altra faccia di Philip?” (pagg. 152-153)
[…] “E adesso sei in fuga, dalla colpa dell’amore diviso, e dalla colpa di non amare. Povera Sabina, non avresti mai smesso di girare. Hai cercato la tua interezza nella musica… La tua è una storia di non amore… e sai Sabina, se tu fossi stata arrestata e processata, ti sarebbe stata inflitta una condanna meno severa di quella che tu infliggi a te stessa. Noi siamo i giudici più severi delle nostre azioni.” (pag. 154)

Il linguaggio dei fiori selvatici

 Il linguaggio dei fiori selvatici di Sheila Pickles, Gremese Editore, 1996.
Numero di pagine: 96
Titolo originale: The Language of Wild Flowers
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1995
Prima edizione italiana: 1996

Questo bellissimo volume, manco a dirlo, è usato. Mi è capitato in mano mentre tanto per cambiare scorrevo i libri alla ricerca di qualcosa d’interessante.
Il titolo ha colpito la mia curiosità da subito, ma il contenuto è diverso da quello che mi ero immaginata. Già rigirando il cofanetto fra le mani sono rimasta incantata dai disegni, non generiche rappresentazioni floreali, ma esemplari botanici ben definiti e riconoscibili a far da cornice alla scritta. Tiro fuori il piccolo volume e fin dalla rilegatura si capisce che è un libro di un certo pregio; appena lo apro rimango catturata dalle figure: donne vestite all’antica con mazzi di fiori dai molti colori, fanciulle sedute fra i prati primaverili, tavole botaniche curate nei particolari di alcuni dei fiori che amo.
L’introduzione, fin dall’esordio, mi piace molto: “Caro lettore, questo libro dovrebbe essere letto soltanto per puro piacere: non si rivolge agli specialisti, e si occupa del comune piuttosto che del raro”(pag. 5) E poi un’elogio dei miei cari fiori spontanei: “Mi auguro che questo libro possa essere utile per rievocare una parte di quel piacere infantile che ci dà la flora selvatica. Questi fiori dei campi, così familiari e ognuno con un suo carattere delineato dalla natura circostante, rappresentano la lingua madre della nostra immaginazione” (pag. 6) L’autrice, basandosi sul libro ottocentesco di Madame de la Tour, Le Langage des Fleurs, per ogni pianta, oltre a trascrivere nome botanico e significato nel linguaggio dei fiori, giustappone splendidi dipinti, poesie, credenze popolari, vecchie tradizioni ed usi casalinghi, in poche righe. I brani poetici di autori vari, hanno quell’atmosfera fiabesca da romanticismo inglese, che unisce la parola alla natura. Ma le immagini, che trasportano in giardini inglesi dell’ottocento, o fra i silenziosi boschi europei, sono forse ciò che più dà grazia al volume, insieme ad una veste tipografica accurata ed elegante. Ed in fine, una rara raffinatezza: le pagine sono state profumate con fragranza di Campanula, poiché, spiega l’autrice “è il profumo che rappresenta quasi perfettamente l’aroma forte, fresco e boscoso di questi splendidi fiori di campo” (pag. 6)
Se siete arrivati fin qui avrete capito che stiamo parlando di un testo davvero piacevole, pregiato e leggero, di quelli che si possono sfogliare anche solo per guardare le figure, o aprire ogni tanto per lasciarsi trasportare da qualche riga di poesia, od anche da tenere in casa aperto su qualche ripiano, quasi un quadretto mutevole, una finestra su un lontano giardino.

martedì 11 ottobre 2016

Storia della stregoneria

Storia della stregoneria di Giordano Berti, Mondadori, 2010.
Numero di pagine: 263
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 2010

Ok, lo ammetto, non ho resistito. L’altro giorno passavo un po’ sconsolata vicino ad una libreria, e per consolarmi mi sono comprata non uno ma ben due libri. Ognuno ha i suoi metodo per coccolarsi, in fondo.
Visto che per me questo è un periodo molto improntato sulla figura della strega, la mia scelta è caduta su Storia notturna di Carlo Ginzburg, che volevo leggere da anni, e su questa Storia della stregoneria. Non mi sono pentita dei miei acquisti.
Questa, come già indica il titolo, è una trattazione storica del fenomeno della stregoneria; niente giudizi dunque, niente revisioni romanzate, ma bensì il tentativo di esporre i nudi fatti, i testi e le leggi che hanno portato al nascere e morire del fenomeno della caccia alle streghe, ed alla rinascita moderna dei culti neo-pagani come la wicca.
Fin dall’introduzione ci viene chiarito che la stregoneria fu per molti versi, il capro espiatorio per i mali che affliggevano la società; la caccia che ne conseguì, tuttavia, assunse caratteristiche e dimensioni diverse a seconda dello spazio e del tempo, ed è secondo questa logica che sono suddivisi i capitoli, partendo dalle tre radici che alimentarono la cultura stregonica europea: quella ebraica, quella greca e quella romana, con particolare attenzione alla legislazione in tema di magia e stregoneria. Si passa dunque alla tarda antichità e al Medioevo, soffermandosi anche sul culto di Diana-Erodiade, sulle eresie alto-medievali, sull’evoluzione dell’Inquisizione; segue l’indagine sui prodromi delle grandi cacce, indicando i principali autori di documenti e testi che gettarono le basi della figura della strega e della sua persecuzione. Si procede dunque prendendo in considerazione singole aree: prima la Francia trecentesca, poi l’Italia, con una parte dedicata alla Signora del Gioco.
Nel capitolo sulla stregoneria nel 400 si prosegue l’indagine di alcuni processi rappresentativi in Italia, Svizzera, Francia e sono citati i principali trattati demonologici del tempo, fra cui il più celebre fu il Malleus maleficarum, “Il martello delle streghe”, vero e proprio vademecum del buon inquisitore, con tutto il suo armamentario di orrori, crudeltà e misoginia. Si prosegue ricostruendo la situazione della Spagna e poi prendendo in considerazione i principali processi nelle varie regioni italiane, per poi spostarsi nel resto d’Europa, e vedere a poco a poco spegnersi sia i fuochi, sia le discussioni riguardo alla veridicità dell’esistenza della terribile setta.
Chiude il libro un capito sulla stregoneria in epoca moderna, partendo dalla rivalutazione della figura della strega ad opera di studiosi come Michelet, fino ai testi di Leland, Murray, Gardner e alla nascita della wicca e delle sue diramazioni. Il volume è chiuso dalle note, molto utili e puntuali, dalla bibliografia e dall’indice analitico.
Consiglio la lettura di questo libro come base per tutti coloro che vogliono farsi un'idea generale del fenomeno, soprattutto ad alcuni esponenti neo-pagani ai quali mancano delle solide basi storiche.