sabato 28 maggio 2016

Come fare tisane e infusi

Come fare tisane e infusi di Luigi Mondo e Stefania Del Principe, Gribaudo, 2008.
Numero pagine: 128
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 2008

Questo libretto l’ho trovato ravattando* nel cassetto di una credenza di una vecchia casa. Ce l’aveva messo una mia amica, ed io in realtà l’avevo visto varie volte senza mai aprirlo, mi sembrava uno dei classici testi fatti un po’ a caso, con una bella grafica ma di poca sostanza. Ovviamente mi sbagliavo, e me ne sono accorta ieri quando, preparando alcuni sacchetti di tisane mi è venuto un dubbio.
Così sono andata a recuperarlo e…ho trovato proprio quello che cercavo!
Dopo una breve ma seria introduzione, gli autori passano a parlare di come comporre una tisana e come conservare le erbe; accennano ai vari metodi d’estrazione (infuso, decotto, macerazione, digestione), quali dolcificanti utilizzare, con un approfondimento sui vari tipi di miele; come definire la quantità di erbe da usare; come raccoglie ed essiccare le piante; l’interazione con particolari alimenti; le controindicazioni delle singole erbe, tossicità ed interazioni di alcune piante, corredato da un elenco di piante da evitare in caso di particolari disturbi.
Arriviamo dunque al cuore del libro, in cui si trattano le singole piante: per ognuna sono riportati nome comune, nome botanico, proprietà, utilizzo, eventuali curiosità ed un disegno della stessa.
Seguono le ricette di alcune tisane e decotti per specifici disturbi, e quelle adatte ai bambini.
Chiaramente, essendo il libro piuttosto ridotto ogni argomento è trattato in maniera breve ma efficace, chiara ed utile. Sicché mi sento di consigliarlo a chiunque si stia avventurando in questo affascinante mondo verde e profumato.

*ravattando: termine d’origine dialettale, che indica lo scartabellare, il cercare fra i ravatti appunto, cose rotte o vecchie.

Donne che si fanno male

Donne che si fanno male di Dusty Miller, Feltrinelli, 1997.
Numero pagine:
Titolo originale: Women who hurt themselves
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1994
Prima edizione italiana: 1997

Solito mercatino dell’usato. Nel titolo c’è la parola “Donne”, ed in più ho letto da poco altri libri della stessa collana. Va bene, lo prendo. E’ un libro uscito in lingua originale nel 1994, un po’ datato quindi, ma l’ho trovato molto interessante (al di là del fatto che non essendo un’addetta ai lavori non posso sapere se sia una teoria valida o meno, se sia ancora considerata o meno, ecc.).
L’argomento, come da titolo, è il trattamento psicoterapico per donne autolesioniste. L’autrice, dopo aver a lungo studiato casi anche molto differenti fra loro, propone un approccio integrato, un metodo che possa essere utile a coloro che in qualche maniera infiggono sofferenza al loro colpo, sia tramite i disturbi alimentari, sia con eccessivi interventi estetici, sia provocandosi dolore fisico, sia abusando di farmaci o droghe.
La Miller individua la genesi di questi comportamenti in traumi infantili dovuti a violenze o trascuratezza o eccessiva cura durante l’infanzia; a causa di ciò la paziente non ha imparato a prendersi cura di sé stessa, non avendo avuto un modello di cura positiva nell’infanzia, per cui spesso presenta una triplicità interiore di vittima-violatore-spettatore non protettivo.
Compito del terapista, secondo l’autrice, è creare una dimensione di fiducia reciproca e sostegno, per poi, piano piano riuscire ad affrontare la storia della donna, secondo i suoi tempi specifici, e ricreare una parte della sua psiche in grado di avere cura della totalità della persona, in modo da interrompere i cicli di autolesionismo e favorire rapporti umani reali e solidi, non caratterizzati da silenzio, segreto e mancanza di comunicazione.
Indica il complesso dei vari aspetti dell’autolesionismo dovuto ad abusi con “sindrome da rimessa in atto del trauma”, sindrome di cui lei stessa è stata vittima. Nello svolgersi del libro, prende come riferimento principale le storie di quattro diverse donne, e ne cita altre in alcuni capitoli specifici.
Nella prima parte l’autrice traccia un quadro generale dei sintomi, delle motivazioni scatenanti, di come questi influenzino l’intera vita emotiva, sociale e fisica della donna, la quale è  l’unica esperta del suo personale cammino di guarigione”.
La seconda invece illustra il metodo da lei messo a punto per favorire una guarigione, ed è soprattutto rivolto a terapisti ed operatori del settore, infatti all’inizio pone una distinzione fra questo tipo di disturbo ed altri simili. Passa poi ad analizzare le tre fasi attraverso cui si snoda il suo approccio, sempre e comunque caratterizzate da un attento ascolto della paziente. Il libro si chiude con le parole delle quattro donne dopo il lungo percorso terapeutico.
Non è stata una lettura facile, sia per la sofferenza implicita nei racconti, sia per la specificità di lessico e richiami a teorie psicologiche che io personalmente non conosco bene. Ma è stato comunque utile e proficuo avere a che fare con quest’argomento altrimenti sconosciuto. Non una lettura leggera quindi, ma che sicuramente può dare spunti interessanti per sé e per tutti coloro che si trovano vicino a persone con questo tipo di problematiche.

La Signora del gioco

 La Signora del gioco di Luisa Muraro, La Tartaruga edizioni, 2006.
Numero pagine: 337
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 1976

In questo periodo in particolare, ma anche negli ultimi anni, ho letto parecchi libri sulle streghe: l’argomento mi affascina, non la triste storia di come medichesse e donne emarginate siano state spazzate via da un sistema misogino e violento, ma la figura in sé, la presunta dimestichezza con erbe e Natura, il valore sovversivo che ha la sua immagine, ma anche il fatto che fra le streghe potesse essersi conservata una traccia di culti precedenti.
Questo libro in particolare affronta la questione dal punto di vista delle sue vittime – come recita anche il sottotitolo -.
L’autrice analizza i verbali di alcuni processi avvenuti in Val Poschiavina, Val Camonica, Val di Fiemme, a Milano e nel Canavese in vari periodi. Considera l’impatto psicologico sulle imputate; il ruolo che nei processi interpretava la collettività, intesa come coloro che erano vicini alla presunta strega, famigliari e compaesani; il mischiarsi di sogno e realtà nelle testimonianze rese ai giudici; ed anche l’evolversi del modello del sabba o, come si chiamava in origine, del buon gioco, originariamente guidato da una Domina Ludi, la Signora del gioco appunto, chiamata Madonna Oriente, Erodiade ecc. che da dea-fata a capo degli incontri stregoneschi, diverrà una pallida superstizione, soppiantata dal Diavolo, onnipresente tentatore e seduttore. Inoltre evidenzia come da una visione della magia come pura superstizione e fantasia, si passi a credere che sia reale e sicuramente demoniaca e malefica.
E’ dunque un testo molto ricco ed articolato, che ha il grande pregio di riportare i verbali, le esatte parole delle imputate per stregheria (così come le edizioni critiche o stampate degli stessi).
Vi si trovano tutti quelli che diventeranno i luoghi comuni dei processi: come venga rinnegata la fede cristiana, come le streghe ricevano un’unguento dal diavolo che le conduce al sabba, come esse si nutrano di bestie ed uomini poi riportati in vita, che però troveranno la morte di lì a poco; come esse si concedano a rapporti con i demoni; come provochino malattie, mal tempo e morti agli altri solo per invidia o ripicca ecc.
L’autrice avanza anche alcune interessanti teorie sul perché venissero principalmente prese di mira le donne vecchie, le vedove o quelle per qualche ragione sole o isolate. Fra i processi presi in considerazione sono riportati anche quelli avvenuti contro medichesse e curatrici, che ho trovato particolarmente interessanti.
Scritto negli anni 70 e ripubblicato in questa nuova edizione, è ancora un libro interessante e degno d’essere letto.
Riporto solo una breve citazione di una donna di Pisogne, che rivolgendosi al vicario, lei accusata, mosse un atto d’accusa a sua volta: “Mi fate un grande torto. Gli altri devono saperlo, che siccome io non dicevo come voi volevate, mi avete detto “brutta vacca” e altre parolacce. E poi non mi avevi giurato di lasciarmi andare se avessi detto come volevate voi= Mi avrete sull’anima […] com’è vero che avete addosso un vestito. Tu sei peggio di me.”

In nome della madre

In nome della madre di Erri De Luca, Feltrinelli, 2011.

Questo è un libro che dopo aver letto ho regalato a mia madre; parla in effetti di maternità, quella di una donna di Galilea di duemila anni fa di nome Miriam, per noi Maria. Quello che più mi ha colpito è che l’autore è un uomo, eppure sembra capire la maternità dall’interno, e i piccoli dialoghi fra futura madre e futuro figlio: “In questi giorni di fine estate prima delle nozze espongo il corpo al sole sul tetto al primo mattino, con la scusa di girare i fichi messi a seccare. Scopro il ventre, così attraverso di me arriva luce a lui. Gliela racconto “E’ quello che ti aspetta fuori […]” (pag. 31).
E così si snoda il racconto dall’Annunciazione alla Natività, nove mesi raccolti in poche pagine che contengono poesia e visioni
Non è strano in natura inseminarsi al vento, come i fiori.
Fiore è il nome del sesso delle vergini,
chi lo coglie, sfiora.
Miriàm/Maria fu incinta di un angelo in avvento
a porte spalancate, a mezzogiorno.
” (pag. 11)
E fin dalla prima pagina il sigillo, il perché del titolo: “In nome del padre”: inaugura il segno della croce. In nome della madre s’inaugura la vita.” (pag. 9)
Pagine che scivolano via in pochissimo tempo, solo una mezz'ora, ma che ti lasciano con un leggero sorriso sulle labbra.

lunedì 23 maggio 2016

Paracadute & baci

Paracadute & baci di Erica Jong, Bompiani, 1984.
Numero pagine: 334
Titolo originale: Parachutes & Kisses
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1984
Prima edizione italiana: 1984

Così si chiude la trilogia iniziata con Paura di volare e Come salvarsi la vita: Josh, incontrato alla fine del libro precedente, è diventato il terzo marito di Isadora, scrittrice di successo ora quarantenne; ma non solo, hanno avuto una figlia, Amanda. Ed anche questo matrimonio è in crisi. Josh se n’è andato, e lei si trova in un nuovo vortice di amanti ed incertezze, paura di rischiare il cuore e desiderio d’amore, ma sarà proprio questo grande dolore, a poco a poco, a segnare una nuova tappa di consapevolezza, a far fiorire una donna più saggia e in pace con sé stessa. Ed anche un nuovo amore, quello definitivo, forse.
La Jong scrive sempre con la stessa profondità ed ironia, rendendo il suo personaggio più che realistico, reale, portavoce dei grandi e piccoli dilemmi che caratterizzano la vita di una donna. In questo caso la trama è un po’ più lineare, ma sempre comunque intervallata da flashback e riflessioni che vanno dritte al sodo, senza risparmiarsi nulla.
E dà speranza, fa piacere leggere della nuova Isadora, in pace, finalmente, con sé stessa, in grado di accettarsi senza sminuirsi, di amare senza temere l’abbandono,  di coltivare sé stessa senza sentirsi in colpa verso gli altri. Una degna conclusione ai due libri precedenti.
Riporto solo una piccola parte questa volta, che può forse dare un’idea di come Isadora sia sia ricreata da sé stessa:
Sapeva di non essere russa, ma americana, di non avere radici a Odessa, ma nella propria anima. Sapeva che il taccuino e gli appunti perduti non avevano importanza, né l’avevano i quadri, i manoscritti perduti, sapeva che la torcia viene passata da una generazione all’altra attraverso la carne; attraverso le passioni, gli amori, la poesia di ogni giorno. Che vanità, pensare che tutto il resto sia più di un sogno! Perfino gli antenati sono sogni, creati per spiegare noi stessi. Sapeva di non essere l’ombra del nonno, ma se stessa: la creazione e la creatrice insieme, la poesia e la poetessa, la voce scritta e la voce parlata – riunite in un solo corpo, destinato a morire.
(pag. 320).
Non devo ripetermi vero, avendo già detto che le copertine dei libri della Jong sono per lo più decisamente orribili, ma che questo non dovrebbe intaccare il giudizio sul contenuto?

Come salvarsi la vita

Come salvarsi la vita di Erica Jong, Bompiani, 1990.
Numero pagine: 367
Titolo originale: How To Save Your Own Life
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1977
Prima edizione italiana: 1977

Dopo aver letto la prima parte della trilogia di Erica Jong (Paura di volare, Come salvarsi la vita, Paracadute & baci), ho lasciato passare più di un anno per proseguirla; alla fine, visto che mi piace sapere come vanno a finire le storie, ho preso anche questo libro. Ricordavo vagamente il contenuto di Paura di volare, ma mi si era fissata l’irnonia, il realismo e la verosimiglianza della scrittura; per fortuna, quel poco che ancora avevo in mente era sufficiente per capire lo svolgersi di questo secondo romanzo.
La storia riprende un certo tempo dopo l’avventura della protagonista, Isadora Wing, con Adrian Goodlove ed il suo ritorno dal marito, Bennett Wing, psichiatra, narrati nel primo romanzo. Il tema principale del libro appare chiaro fin dal primo capito: parla della fine del secondo matrimonio di Isadora. Un distacco lento, doloroso, ma di giorno in giorno sempre più inevitabile; Isadora è diventata una scrittrice di successo, ma ora che ha ottenuto quello che pensava di volere, si rende conto che non è così facile la condizione che si è scelta. Inoltre la rivelazione di un antico tradimento di Bennett mette ulteriormente in crisi la situazione; e quindi inizia un susseguirsi di visite ad amici, amanti uomini e donne, psicoterapeuti, per riuscire a riprendere in mano la sua vita. Ma è la morte di un’amica a segnare la svolta ed un nuovo punto di crescita per Isadora.
Come per il primo libro più che la trama è interessante scoprire i pensieri e le considerazioni di Isadora, donna in un mondo a misura d’uomo. Riporterei molte citazioni ma una di quelle che più mi ha colpito è questa: “C’era la grande sollevazione della parte femminile della specie, la terra gli si staccava dalla faccia come dalle facce dei morti e lo spirito dionisiaco stava rinascendo attraverso i seni, la fica, l’utero.
Era arrivato il momento delle donne che indicavano la via e degli uomini che seguivano….almeno nel regno della spiritualità. […] Gli uomini saggi, sicuri di sé e desiderosi di imparare lo sapevano e non avevano paura. Non si vergognavano a prendere istruzioni spirituali dalle donne…non più di quanto si sarebbero vergognati a prendere le stesse istruzioni spirituali da altri uomini. Prendevano la saggezza da qualunque parte venisse e si arricchivano. Ma molto uomini erano terrorizzati e reagivano con la violenza.
” (pag. 191).
Il titolo invece viene da questo brano, che credo in molte dovremmo appenderci vicino alla scrivania e leggerlo ogni tanto:
“Come salvarsi la vita
di Isadora Wing
(Amanuense dello Zeitgeist)
1. Eliminare i sensi di colpa.
2. Non fare della sofferenza un culto.
3. Vivere nel presente
(o almeno nell’immediato futuro).
4. Fare sempre le cose di cui
si ha più paura;
il coraggio è una cosa che si impara a
gustare col tempo, come il caviale.
5. Fidarsi della gioia.
6. Se il malocchio ti fissa,
guarda da un’altra parte.
7. Prepararsi ad avere ottantasette anni.
(pag. 221)
In fine credo che vada citata anche la chiusura del libro, poiché credo che ogni persona che sia stata innamorata abbia pensato qualcosa di simile:
Tu credi,” disse lei, con la voce roca per il gran urlare, debole per l’amore “che molti amanti abbiano provato quello che abbiamo provato no e poi siano morti comunque?
(pag. 329).

Paura di volare

Paura di volare di Erica Jong, Club degli editori, 1976.
Numero pagine: 422
Titolo originale: Fear Of Flying
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1973
Prima edizione italiana: 1975

La mia avventura fra i libri di Erica Jong è lunga e dura da anni; li ho sempre trovati in mercatini dell’usato in giro per il Nord Italia e a poco a poco li ho raccolti quasi tutti. Credo sia difficile scrivere qualcosa che non sia ancora stato detto a riguardo, visto che è dagli anni 70 che questa scrittrice pubblica romanzi e non, e che la critica si è sbizzarrita a dare pareri. E’ spesso conosciuta come una scrittrice disinibita e provocatoria, femminista e simpatizzante della spiritualità al femminile.
Il suo primo libro che ho letto, è stato Paura di volare, il suo esordio come romanziera, a cui fanno seguito Come salvarsi la vita e Paracadute & baci, e ai quali si ricollega anche Ballata di ogni donna. Ora non ricordo dove, ma sicuramente avevo letto il nome citato in qualche altro libro che aveva a che fare con l’argomento “donna”, e così decisi di inoltrarmi nel mondo creato dalle pagine ironiche e “confidenziali” della Jong.
La protagonista della trilogia, in parte autobiografica, è Isadora Wing, scrittrice americana d’origine ebrea al secondo matrimonio con uno psichiatra freddo e distaccato.
La storia inizia con la partenza dei coniugi verso un congresso di psichiatri, dove Isadora incontra Adrian Lovegood, che diventerà il suo amante e col quale attraverserà l’Europa. Più della trama però, che procede in maniera non lineare ed è spesso intervallata da riflessioni e flashback, sono veramente interessanti le questioni che la Jong propone in chiave ironica ma realistica, quali la maternità, la fedeltà, il rapporto madre-figlia, il matrimonio, la scelta riguardo agli uomini, l’essere una scrittrice in un mondo a misura maschile, ecc. Leggendo ho realmente pensato più volte che quei pensieri esposti così sinceramente e nitidamente erano anche miei, mi ci riconoscevo chiaramente. Che bello che qualcuno finalmente ne parli, anzi, li ritenga argomenti degni di scrittura. Ed è proprio la capacità di raccontare la donna dall’interno, le aspirazioni, la sessualità, la dimensione spirituale, il rapporto con gli uomini, non in assoluto ma nella nostra società occidentale, senza mezzi termini, come se parlasse con sé stessa o con un’amica, che mi ha fatto apprezzare questa scrittrice; Erica Jong è in grado di mettere la complessità dei pensieri e dei dilemmi femminili su carta, ma senza pretendere di trovare soluzioni o risposte universali. Mi ha fatto rendere conto che molte delle questioni su cui rifletto non sono solo mie, ma che molte altre donne ci si confrontano, trovano le loro soluzioni, vanno avanti. Non sono sola con i miei disagi di ragazza in una società patriarcale, insomma.
Erika Jong, in questo come in tutti i suoi libri, parla di di sesso in maniera franca, realistica, attuale, non un sesso pornografico e costruito, non quello altrettanto irreale dei romanzi rosa, né quello con pretese trasgressive eppure egualmente inesistente nella vita delle donne comuni, che vari romanzi ora alla ribalta ci propongono. Non escludendo né la parte fisica, istintiva né quella sentimentale, interiore, la sua protagonista è un essere sensuale ma non privo di anima, personalità, partecipazione, un personaggio a tutto tondo, che esclude il binomio che così spesso ci è stato proposto: la femme fatale immorale e la moglie sottomessa ed innocente. Isadora Wing, così come, a ben vedere noi tutte, contiene gli opposti inestricabilmente mescolati in sé stessa.
Di questo libro è rimasta celebre soprattutto la definizione della “scopata senza cerniera”: “La scopata senza cerniera è molto più di una scopata pura e semplice. E’ un ideale platonico. Senza cerniera perché al momento buono le cerniere cadono come petali di una rosa sfiorita, la biancheria si sparge al vento coma la bambagia di un soffione. Le lingue si intrecciano e si liquefanno. L’anima scivola come un sospiro nella lingua e poi nella bocca dell’amante.” (pag. 22).
Ma una delle frasi che più mi è piaciuta è: “Dagli albori della storia fino a oggi i libri sono stati scritti con lo sperma, non col sangue mestruale.” (pag. 39).
Il fatto che il libro risalga ormai a più di 40 anni fa, non intacca minimamente la sua attualità; esistono un buon numero di edizioni che si possono trovare facilmente fra i libri usati o a casa di una zia sessantottina o di un’amica femminista di quegli anni, quindi se siete interessati, tenete gli occhi aperti e frugate tutte le librerie che vi capitano davanti!

Un'ultima considerazione: per l'appunto non ho potuto fare a meno di notare che i libri di Erica Jong, in generale, hanno delle copertine terrificanti, e purtroppo, nella mia opinione, non solo perché la grafica degli anni 70-90 era sicuramente di gusto diverso da quello odierno, ma anche perché li si vorrebbe proporre come romanzi rosa per donne con un tocco piccante, di quelli che si trovano letteralmente un tanto al kilo in qualsiasi negozio di libri usati ma con pretese letterarie piuttosto modeste. Tutto il mio pontificare sovrastante avrebbe dovuto convincervi del contrario, quindi ricordate quello che diceva la zia Rosa, o la vicina di casa con la vestaglia a fiori: non giudicate i libri dalle copertine

Così ama una donna

Così ama una donna di Linda Jarosch e Anselm Grun, Periodici San Paolo, 2007.
Numero pagine: 169
Titolo originale: Konigin und wilde Frau. Lebe, was du bist!
Lingua originale: tedesco
Prima edizione: 2004
Prima edizione italiana: 2005

Vago nel solito mercatino dell’usato, fra gli scaffali pieni dei colori tutti diversi delle copertine, delle forme dei libri, più grandi, più piccoli, dell’odore leggero di carta vecchia, col sottofondo di gente che parla al telefono o contratta su un set di bicchieri e intanto leggo i titoli. Tutti. Così, alla fine, esco sempre con qualche volume sottobraccio. Questo in particolare ho avuto un po’ di dubbi a prenderlo, visto che anche il titolo mi sembrava un po’ pretenzioso, ma alla fine, visto il prezzo irrisorio ed un recente interesse per la figura di Eva, lo prendo.
Il libro è così strutturato: dopo una breve introduzione i due autori, sorella e fratello, attraverso 11 personaggi biblici espongono altrettanti archetipi che fanno parte dell’interiorità femminile; fra essi troviamo Eva, Maria, Maria Maddalena, Esther, Rut, Sara ecc. Alla fine di ogni capitolo si trova un breve scambio di battute fra Linda Jarosch e il fratello riguardo a come lei vive questi modelli o come li vede operare.
Fin qui l’idea poteva anche essere interessante, ma personalmente, ho trovato un po’ forzati i collegamenti fra le storie bibliche e gli archetipi identificati dagli autori come corrispondenti, un esempio per tutti è Eva, identificata con la Madre. Lei è la Prima Madre e Madre dei Viventi, ma non viene certo ricordata per questa sua caratteristica nella maggior parte dei casi; inoltre parlano di “dignità” riguardo ad Eva, che se mai mi sembra la cosa più calpestata e stravolta di lei nella vicenda della Genesi. Invece nel capitolo su Anna, la Saggia, c’è un accenno al racconto biblico, ma per lo più si fanno riferimenti ad altre figure come Frau Holle o la Sophia gnostica. Inoltre la mia percezione è che ogni modello venga proposto in maniera poco approfondita o convincente, manca di profondità e si mantiene a livello superficiale; anche il deciso indirizzo cattolico di alcune affermazioni mi ha disturbato, per quanto bisogna rilevare che alcuni pregiudizi che mi sarei aspettata di trovare in un uomo di chiesa (l’autore è un prete) sono in effetti assenti. Anche una certa presenza di stereotipi di genere e presunti ruoli e qualità solo femminili o maschili mi hanno fatto storcere il naso.
Quindi nel complesso è un libro che non mi è piaciuto per niente, benché come tutti, qualcuno possa trarne qualche piccolo spunto apprezzabile. Si inserisce nel solco di altri studi di psicologia archetipica femminile come Donne che corrono coi lupi, Le dee dentro la donna o La grazia pagana, ma innestata su personaggi biblici; tuttavia a mio parere non riesce ad avvicinarsi neanche lontanamente alla loro completezza, chiarezza, ispirazione e capacità d'ispirare.

mercoledì 4 maggio 2016

Il sentiero della Dea

 Il sentiero della Dea di Phyllis Currot, Sonzogno, 1999.
Numerodi pagine: 356
Titolo originale: Book of Shadows - A modern Woman's Journey into the Wisdom of Witchcraft
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1998
Prima edizione italiana: 1999

Questo libro l’ho comprato durante una grandinata alle soglie della primavera. Camminavo sotto ai portici e, nonostante il tempo, c’erano alcune bancarelle di libri usati; io, che non posso resistere quando ho l’occasione di portarmi a casa qualche bel libro a poco prezzo, magari di quelli fuori stampa o ai quali do la caccia da anni, mi sono fermata a cercare qualcosa si interessante. Ho scambiato qualche parola con il signore del banchetto – sul tempo, chiaramente! -. E nel mentre mi è capitato questo libro. Non ho deciso di prenderlo subito, non leggo più libri sulla Wicca da quando avevo 16 anni, ma ricordavo il titolo e il prezzo era accessibile. Certo, la quinta di copertina ed il titolo di “Gran Sacerdotessa Wicca” non è che mi entusiasmassero, però alla fine l’ho comprato.
Ho iniziato a leggerlo pochi giorni dopo, e, tanto per cambiare, si è rivelato il libro giusto al momento giusto. L’autrice, come spiegato nella prefazione, racconta in questo libro il percorso che l’ha avvicinata a quella che chiama Vecchia Religione, passando da donna razionale, sofisticata e inserita nella società odierna, ma anche piena di paure e mancanze, a seguace di una spiritualità basata sulla Natura, l’intuito, la sacralità di ogni cosa che ci circonda. In ogni capitolo si snoda la sua storia, riportando anche parte degli insegnamenti ricevuti dalle sacerdotesse del suo cerchio, ma soprattutto, ciò che mi ha più interessata, è come lei cerchi di conciliare questo mondo magico e interiore con la società in cui vive, con i suoi paradigmi e limiti materialistici. Mi sono risuonati i dubbi, le piccole epifanie, il lavoro interiore, le intuizioni. Mi ha anche ricordato, riportandomi indietro di anni, le basi del lavoro “magico”, ma forse sarebbe più chiaro dire, “energetico”, con erbe, pietre, colori ed elementi.
Per anni ed anni ho mantenuto un certo distacco da tutto ciò che è Wicca, un po’ per il fatto che molti dei suoi seguaci mi sembrano come ragazzini in vena di sceneggiate ed in cerca di attenzione, un po’ perché mi è sempre parso un calderone di credenze messe insieme alla rinfusa, e un po’ perché molti dei suoi insegnamenti vengono spesso presi come dogmi e non indagati, vissuti, messi in discussione, e solo dopo ciò, eventualmente, accettati. Insomma, un misto di pregiudizi e brutte esperienze. Eppure questo libro mi ha fatta in parte ricredere, o meglio, mi ha ricordato che come per tutto, anche nella Wicca ci sono persone dotate di spirito critico, di ricerca, preparate, desiderose di approfondire e cercare la loro verità, in grado di affrontare passo passo le proprie insicurezze e di vivere la spiritualità non come un colorato baraccone per richiamare sguardi e prestigio, ma come una via interiore di evoluzione e trasformazione. E così anche tutto l’apparato di piccoli incanti naturali e simboli che questa Tradizione porta con sé.
Un altro punto che mi ha sempre fatto storcere il naso riguardo alla Wicca è l’uso indiscriminato di termini potenti e dai significati profondi come “strega” o “sacedotessa”, ma a riguardo cito una piccola parte del libro che mi ha indotto a mitigare la mia intransigenza (pur continuando a pensare che spesso e volentieri tali titoli siano immeritati ed abusati):
Sapevo che la congrega era un gruppo di streghe ma non mi sentivo ancora pronta a considerarmi una “donna saggia”. Ora capivo perché Sophia si definiva una strega – era un atto di sfida e una conferma di potere – come se in questo modo il mondo fosse obbligato a confrontarsi con i suoi stereotipi negativi e con la storia dei secoli oscuri e misogini in cui erano nati. Usando quel termine, Sophia affermava il suo potere femminile.” (pag. 73)
Ed ancora:
Potrete sempre rivolgervi a me […] e io condividerò con voi la mia conoscenza e le mie opinioni. E’ per questo che esistono le sacerdotesse. Non siamo qui per intercedere per voi presso il divino o per dirvi in cosa credere o che cosa fare. Questa è una vostra responsabilità a cui dovrete far fronte da sole. Una sacerdotessa è come un’insegnante e noi condivideremo con voi tutta la saggezza che ci è stata tramandata, tutte le tecniche in cui ci siamo perfezionate. Ma il vostro viaggio è solo vostro.” (pagg. 77-8)
Anche se personalmente intendo il termine sacerdotessa in maniera un po’ diversa per la profondità del suo significato, questo brano mi ha un po’ riconfortato rispetto al fiorire di grandi sacerdotesse, sciamane e iniziate ai mistici segreti di chissà quale tradizione, che forse usano questi titoli non per elevarsi al di sopra degli altri o peggio per denaro, ma perché si percepiscono come insegnanti, donatrici disinteressate di una qualche tecnica o conoscenza.
Inoltre l’attenzione riservata all’ecologia e alla questione femminile, temi che mi stanno molto a cuore e che personalmente trovo inscindibili da un percorso di spiritualità femminile, mi hanno ulteriormente convinto della genuinità e della profondità di visione dell’autrice.
Chiude il volume un piccolo elenco di corrispondenze, alcuni riti, e una breve descrizione della Ruota dell’Anno.
Sicché mi sento di consigliare questo libro, che anche se ambientato nell’America di alcuni decenni fa, può sicuramente mettere in luce conflitti e dubbi che anche le donne di oggi sulla via del proprio labirinto interiore, possono provare. Inoltre la scrittura è piacevole e scorrevole, adatta ad esprimere il mondo interiore di questa donna ma senza la magniloquenza che a volte si incontra in testi analoghi. Niente manie di grandezza insomma. Sicuramente però, lo integrerei con altre letture, visto che a volte le citazioni mitologiche sono imprecise, unica pecca che ho riscontrato.
Insomma, questa è un’altra spirale che torna dove è passata ma con una profondità ed un’ampiezza diversa, le cose che ho “studiato” da ragazzina mi si ripropongono con una nuova veste…vedremo dove porterà questo nuovo giro :)
Esiste anche un'edizione più recente, del 2012, della Venexia Edizioni.

Storie di masche

Storie di masche di Maria Tarditi, Araba Fenice, 2012.
Numero pagine: 253
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 2008

Maria Tarditi mi è piaciuta subito, questa vecchietta che rievoca i suoi ricordi di ragazza sui monti piemontesi, a breve distanza dalla mia terra ligure, mi ha conquistata fin dal primo libro. Storie di masche era il regalo di compleanno per mio padre, nipote di contadini piemontesi, nella cui fattoria ha ascoltato storie simili a quelle narrate da quest’anziana signora. Ok, sì, era un regalo interessato, visto che tutto ciò che riguarda la streghe, le masche in questo caso, mi interessa.
Ho letto varie raccolte di brevi racconti e aneddoti sulle streghe di varie regioni, simili a questo, e in tutti, oltre alla dimensione magica e misteriosa, emergono anche la durezza della vita contadina, della condizione delle donne sole, o troppo belle, o troppo brutte, o in qualche maniera emarginate. La masca è colei che si teme ma della quale si ricerca anche l’aiuto, è la seduttrice ma anche la donna ripugnante, è colei che incanta ma anche colei che toglie il malocchio, è la strega e la guaritrice di campagna, spesso è pure un capro espiatorio per la comunità.
Le storie prendono vita dal ricordo di come, finita la stagione dei lavori agricoli, uomini e donne si riunissero nelle “veglie”, presso le case ora dell’uno ora dell’altro, ed allietati dai poveri ma generosi viveri degli ospiti, narrassero, rievocando per gli altri, eventi del passato, strani incontri, fatti misteriosi. E così la cultura comune, popolare, passava da bocca ad orecchio, mutando eppure conservandosi di generazione in generazione. Ed oggi che le veglie sono dimenticate, quei saperi semplici ma profondi, antichi come l’uomo, ci sono consegnati nelle parole della Tarditi. Ogni storia è raccontata alla giovane Maria da un personaggio diverso del paese, ognuno con un suo trascorso, una storia nella storia insomma.
Oltre alla raccolta che dà il titolo al volume, sono riportati aneddoti riguardanti altri esseri soprannaturali, casi curiosi ed episodi in cui le masche agiscono per aiutare il prossimo.
Ci tengo a riportare l’epilogo del libro, che lascia intendere lo spirito della raccolta e dell’arzilla signora che l’ha scritta:
Ogni sera, dopo aver sentito (e visto) l’ultimo telegiornale con la razione quotidiana di terrori che opprimono il nostro povero mondo, sento nostalgia della masche, delle anime del Purgatorio e di tutti i misteri che, quando era bambina, mi sembravano tanto spaventosi.
E mi si stringe il cuore. Poveri bambini di oggi costretti anche a “vedere” le diavolerie del terzo millennio, spatarate sul teleschermo senza misericordia! A colori!! In diretta!!!
Ogni epoca ha i suoi mostri. D’accordo.
Ma i nostri erano meglio.
Alcuni racconti sono già apparsi nel volume Il diavolo, l’acqua santa e la paura del 2002 per Primalpe.