lunedì 23 maggio 2016

Paracadute & baci

Paracadute & baci di Erica Jong, Bompiani, 1984.
Numero pagine: 334
Titolo originale: Parachutes & Kisses
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1984
Prima edizione italiana: 1984

Così si chiude la trilogia iniziata con Paura di volare e Come salvarsi la vita: Josh, incontrato alla fine del libro precedente, è diventato il terzo marito di Isadora, scrittrice di successo ora quarantenne; ma non solo, hanno avuto una figlia, Amanda. Ed anche questo matrimonio è in crisi. Josh se n’è andato, e lei si trova in un nuovo vortice di amanti ed incertezze, paura di rischiare il cuore e desiderio d’amore, ma sarà proprio questo grande dolore, a poco a poco, a segnare una nuova tappa di consapevolezza, a far fiorire una donna più saggia e in pace con sé stessa. Ed anche un nuovo amore, quello definitivo, forse.
La Jong scrive sempre con la stessa profondità ed ironia, rendendo il suo personaggio più che realistico, reale, portavoce dei grandi e piccoli dilemmi che caratterizzano la vita di una donna. In questo caso la trama è un po’ più lineare, ma sempre comunque intervallata da flashback e riflessioni che vanno dritte al sodo, senza risparmiarsi nulla.
E dà speranza, fa piacere leggere della nuova Isadora, in pace, finalmente, con sé stessa, in grado di accettarsi senza sminuirsi, di amare senza temere l’abbandono,  di coltivare sé stessa senza sentirsi in colpa verso gli altri. Una degna conclusione ai due libri precedenti.
Riporto solo una piccola parte questa volta, che può forse dare un’idea di come Isadora sia sia ricreata da sé stessa:
Sapeva di non essere russa, ma americana, di non avere radici a Odessa, ma nella propria anima. Sapeva che il taccuino e gli appunti perduti non avevano importanza, né l’avevano i quadri, i manoscritti perduti, sapeva che la torcia viene passata da una generazione all’altra attraverso la carne; attraverso le passioni, gli amori, la poesia di ogni giorno. Che vanità, pensare che tutto il resto sia più di un sogno! Perfino gli antenati sono sogni, creati per spiegare noi stessi. Sapeva di non essere l’ombra del nonno, ma se stessa: la creazione e la creatrice insieme, la poesia e la poetessa, la voce scritta e la voce parlata – riunite in un solo corpo, destinato a morire.
(pag. 320).
Non devo ripetermi vero, avendo già detto che le copertine dei libri della Jong sono per lo più decisamente orribili, ma che questo non dovrebbe intaccare il giudizio sul contenuto?

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