lunedì 7 novembre 2016

Una spia nella casa dell'amore

Una spia nella casa dell’amore di Anaïs Nin, Bompiani, 1990.
Numero di pagine: 160
Titolo originale: A Spy in the House of Love
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1954
Prima edizione italiana: 1979

Sì, lo sapete già, viene dal mercatino dei libri usati.
Ho già letto varie cose di Anais Nïn, così c’è voluto poco per decidersi a prenderlo. Già il nome, quando ancora non ne sapevo nulla, mi suonava affascinante, esotico, ed invece Anaïs era d’oltralpe, una vicina di casa del secolo scorso.
Eppure, nonostante la distanza spazio temporale che ci divide, quando leggo pagine scritte da lei, ho sempre una sensazione di vicinanza. Forse perché essendo donna sapeva svelare i meccanismi interni delle donne (o di alcune donne?), sapeva dire la verità che sta dietro ad azioni, maschere, ritrosie. E poi, la libertà che, dalle sue parole, sapeva concedersi riguardo alla sua sessualità è ancora oggi un esempio attuale di franchezza.
In questo libro in particolare, la protagonista, Sabina, ha a che fare con quello che anche per me è un dilemma non da poco: chiudersi in un unico amore o viverne tanti? Sabina ha Alan, il marito che è un’oasi di sicurezza, Philip, il tedesco uscito dalle favole della Foresta Nera, Mambo, il suonatore di tamburi, John, il ragazzo ferito dalla guerra, e Donald,l’adulto-bambino abbandonato dalla madre. Tante Sabine, una per ognuno degli uomini che ama, ma è proprio questa frammentazione che rischia di mandare all’aria l’unità fondamentale del suo essere, è dalla mancanza di unità che viene l’ansia, il senso di colpa, l’agitazione che caratterizzano finanche i suoi gesti. Se per ogni uomo ci si converte in ciò che i suoi desideri chiedono, nascondendo tutto il resto, cosa resta della donna originale?
E così si diventa spie nella casa dell’amore, o di molti amori, indossando sempre una diversa identità, sperando di non venire scoperte ad appartenere anche ad altre fazioni, intessendo bugie e mezze verità.
E’ l’episodio iniziale, ripreso nel finale, che scioglie la molteplicità: l’amore deve essere in grado di comprendere tutte le facce di un essere umano, non cristallizzarsi solo su quella che per prima ha conosciuto. Questo è ciò che gli uomini di Sabina non sono stati capaci di fare…e lei?
“Mi liberi,” disse Sabina allo scopribugie. “Liberatemi. L’ho detto a tanti uomini:  ‘Riuscirai a liberarmi?’” Rise. “Ero pronta a dirlo anche a lei.”
“Deve liberarsi da sé. E succederà con l’amore…” rispose lo scopribugie.
“O, se bastasse questo, ho amato a sufficienza. Ho amato moltissimo. Guardi il suo taccuino. Sono sicura che è pieno di indirizzi.”
“Lei non ha ancora amato,” fece l’altro. “Ha soltanto provato, incominciato ad amare. La fiducia da sola non è amore, il desiderio da solo non è amore, l’illusione non è amore. Questi erano tutti sentieri che la portavano fuori di sé, è vero, e lei ha creduto che conducessero verso un’altra persona, ma l’altro non l’ha mai raggiunto. Era solo per strada. Adesso sarebbe capace di uscire e trovare le altre facce di Alan, che non ha mai cercato di vedere, o di accettare?
Riuscirebbe a scoprire l’altra faccia di Mambo, che lui le nasconde con tanta delicatezza? Lotterebbe per trovare l’altra faccia di Philip?” (pagg. 152-153)
[…] “E adesso sei in fuga, dalla colpa dell’amore diviso, e dalla colpa di non amare. Povera Sabina, non avresti mai smesso di girare. Hai cercato la tua interezza nella musica… La tua è una storia di non amore… e sai Sabina, se tu fossi stata arrestata e processata, ti sarebbe stata inflitta una condanna meno severa di quella che tu infliggi a te stessa. Noi siamo i giudici più severi delle nostre azioni.” (pag. 154)

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