sabato 24 dicembre 2016

L'amante di Lady Chatterley

 L'amante di Lady Chatterley di David Herbert Lawrence, Mondadori, 1966.
Numero pagine: 418
Titolo originale: Lady Chatterley's Lover
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1928
Prima edizione italiana: 1945

Ho deciso di recensire questo libro intanto perché l'ho apprezzato molto, ed in secondo luogo per la maestria che Lawrence dimostra nel genere erotico, apprezzabile ancora oggi a quasi 90 anni dalla prima edizione, molto più di quella di alcuni romanzi moderni.
Il romanzo si apre nel 1920 con il ritorno di Clifford Chatterley, signore di Wragby Hall, nei Midlands inglesi, dalla prima guerra mondiale con la parte inferiore del corpo paralizzata. Clifford ci è descritto come ricco di vitalità, tanta da superare il trauma, ma anche pauroso ed insicuro, umanamente distante da tutto e tutti. Sua moglie Constance, Lady Chatterley, donna dei suoi tempi emancipata e essenzialmente libera prima del matrimonio, si ritrova a vivere come infermiera per il marito nella grande e malinconia magione avita, il cui cielo è adombrato da una nube di carbone che sale dalle miniere di famiglia, vicino al villaggio di Tevershall. E' in questo ambiente solitario (nettamente distaccato da quello comunque gretto e diffidente dei paesani) e sempre più grigio, sia nell'aspetto che nell'essenza, che Connie inizia a cercare conforto, o anche solo un momento di fuga, nel bosco che circonda la tenuta "Il bosco era il solo rifugio, il suo santuario. Ma non era un vero rifugio, un santuario, poiché non aveva nessun rapporto con lei; era soltanto un luogo dove poteva evitare tutto il resto. Non aveva mai veramente toccato lo spirito del bosco [...]" (pag. 60). Intraprende un breve rapporto con un giovane artista, Michaelis, ma è uno scambio immaturo e in realtà solitario.
E' durante una passeggiata nel bosco in carrozzella che Clifford suggerisce a Connie di prendersi un amante, in modo da aver un figlio e proseguire la stirpe, essendo il loro legame più forte di un mero e semplice atto fisico, e non tanto importante la paternità biologica quanto l'educazione. E' in questo scenario silvestre che poco dopo, compare per la prima volta Mellors, il guardiacaccia di Whragby. Connie è intimidita dal distacco di quest'uomo del popolo, chiuso e beffardo eppure ancora in possesso di un certo calore umano.
La vita di Lady Chatterley si fa sempre più soffocata e striminzita, tutta presa nell'accudire il marito e compiacerlo, tanto che grazie all'intervento della sorella viene assunta un'infermiera, Mrs Bolton, per prendersi cura di Clifford.
Durante successive passeggiate solitarie Connie ed il guardiacaccia s'incontrano più volte, e qui Lawrence costruisce poco a poco, senza fretta, una danza in crescendo, piena di sensualità all'inizio invisibile, che poi cresce a permeare la scena, così come il bosco, teatro degli incontri dei futuri amanti. Mellors si definisce piano piano, come un uomo ferito da una donna, sua moglie, che ha scelto di ritirarsi dal mondo, eppure è ancora vivo dentro, desidera e teme Connie, la quale impiega più tempo a cedere alla malia sensuale dei loro incontri. Solo dopo il primo orgasmo insieme, Lady Chatterley si scioglie e si affida davvero a Mellors, benché preoccupata che l'adorazione per un uomo la renda schiava del suo volere.
Mrs Bolton capisce che il guardiacaccia è l'amante di Lady Chatterley ma serba il segreto, ed anzi, durante un dialogo fra le due in cui l'infemiera racconta della morte di suo marito avvenuta in gioventù, sembra quasi che ci sia approvazione da parte di Mrs Bolton: "[...] Continuai a credere che sarebbe tornato. Soprattutto di notte [...] doveva ritornare a giacere al mio fianco, così che potessi sentirlo con me. [...] Quante scosse nervose, la notte, prima che capissi che non sarebbe più tornato Anni, mi ci vollero, anni!"
"Il contatto del suo corpo..." disse Connie.
"Proprio così, signora. Il contatto del suo corpo. Fino ad oggi non l'ho potuto dimenticare, e non potrò mai." [...]
"Ma può un contatto durare così a lungo?" Domandò improvvisamente Connie. [...] "Oh, signora, che cosa c'è d'altro che possa durare?"

Così il rapporto fra il guardiacaccia e Lady Chatterley si fa sempre più saldo, mentre entrambi scoprono via via la tenerezza e rinunciano alla paura, immergendosi sempre di più in una sensualità sana e vitalistica, nuda e anticonvenzionale: "Quanto mendaci i poeti, e tutti gli altri! Vogliono far credere che si ha bisogno di sentimento, mentre non si ha supremamente bisogno che di quella sensualità penetrante, bruciante e forse terribile. Trovare un uomo che osi far questo, senza vergogna, senza peccato, senza rimorsi! [...] Occorre sensualità, schietta sensualità, anche per purificare e ravvivare lo spirito." (pag. 318).
Una gravidanza verrà a sciogliere l'intreccio, spingendo i due amanti a tentare di liberarsi del passato per vivere un futuro insieme, e Lady Chatterley sarà in grado di rinunciare al titolo e a tutto quello che comporta, pur di realizzare una vita inseme a Mellors. Il libro si chiude con una lettera di quest'ultimo a Connie, durante una provvisoria separazione. Lawrence lascia sospeso quello che potrebbe essere un lieto fine.

Vedete come questo non sia esattamente il modello delle moderne novelle erotiche, con protagonisti maschili belli da paura, ricchi ed autoritari, un po' dannati ma buoni dentro, e donne belle senza saperlo, ingenue ed inesperte, tendenzialmente asociali e fragili, ma in grado di assumersi l'onere della felicità di lui. In questo racconto c'è umanità, paura del contatto profondo con un altro ma anche desiderio di questo, il sesso non è sempre perfetto, sia Connie che Mellors si mostrano più volte incerti, si usano parole come fica, culo, scopare, e si parla anche di peli pubici.
Nelle prime pagine si esprime la convinzione di Connie, come della sorella Hilda, che il sesso non sia altro che un ricadere negli istinti primitivi, un necessario corollario al ben più interessante rapporto intellettuale, "una delle relazioni, una delle sottomissioni più antiche e più sordide" (pag. 43) per quanto lo si possa colorire di sentimentalità, a cui gl'uomini non sono disposti a rinunciare, ed allora loro, le donne libere, cedono pur senza donarsi interamente e veramente: "una donna poteva prendere un uomo senza concedersi in realtà" (pag. 44)
La storia con il suo primo amante Michaelis, si conclude una notte in cui, dopo che lui ha raggiunto l'orgasmo, Conni continua a muoversi per trovare piacere. L'uomo prende come un affronto personale la cosa, sembra quasi che si senta usato: "Non potresti godere con me? No vero? Ti piace recitare da sola!" [...] "Ma vuoi che anche io sia soddisfatta, non è vero?" ripeté. "Oh, certo! Si capisce! Ma star lì ad aspettare che la donna goda non è un bel divertimento per un uomo..." (pagg. 98-99)
E più avanti ancora dice: "[La sensualità] era scomparsa dagli uomini. Avevano i loro meschini spasmi della durata di due secondi come Michaelis; ma non la sana sensualità umana che riscalda il sangue e rinnova." (pag. 117)
Forse gli uomini potrebbero trovare esagerato questo passaggio, eppure credo che alcune donne potrebbero riconoscervisi: il percepire come la propria sessualità sia tenuta in minor conto di quella maschile, e come questa comunque sia a volte piuttosto meccanica ed automatica, fredda, è un'esperienza che è toccata a molte di noi.
Il primo rapporto di Conni e Mellors, quasi inaspettato dopo più di 150 pagine, pur non essendo un apice esistenziale come ci si aspetterebbe nei romanzi erotici moderni, è qualcosa che riavvicina entrambe alla vita. E poi, si parlano, si confrontano. Fantascienza.
La sensualità di Mellors è di tutt'altro tipo rispetto a quella degli altri uomini: "...quella gentilezza aveva curiosamente il potere di calmarla e confortarla. E poi era appassionato, sano e appassionato. Forse non era abbastanza personale: poteva comportarsi con qualsiasi donna, come con lei. [...] A guardar bene, ella non era per lui che una femmina. Ma forse era meglio così. Dopo tutto, egli era gentile con la femmina che era in lei, e nessun uomo lo era stato fino allora. Gli uomini erano molto gentili con lei come persona, ma piuttosto crudeli con la femmina, che disprezzavano o ignoravano del tutto. [...] Egli invece non si interessava di Constance o di Lady Chatterley: si accontentava di accarezzarle dolcemente i lombi e le mammelle." (pag. 175)
Siamo in quello stadio in cui il sesso è vita, indistinta ed impersonale, e non solo per il guardiacaccia: "Oh, essere appassionata come una baccante, come una baccante in fuga attraverso i boschi alla ricerca di Iacco, il fallo splendido che non avesse una personalità indipendente dietro di sé, ma fosse il dio servente della donna! E che l'uomo, l'individuo, non osasse intromettersi. L'uomo non era che un servo del tempio, colui che portava e custodiva il fallo splendido, il quale non apparteneva che a lei." (pag. 191)
Tuttavia alcune delle scene più belle, più ben costruite e verosimili, poiché sono ricche di quei piccoli rituali, di quelle dolcezze che gli amanti si scambiano all'oscuro del resto del mondo, sono quelli in cui Connie passa la notte al cottage di Mellors, ed egli da voce al suo pene col nome di John Thomas, o quando s'intrecciano fiori selvatici nei peli del pube: "E aggiunse tra i peli un bocciolo rosa di violetta selvatica. "Ecco! Questo rappresenta me nel posto dove non mi dimenticherai! [...] " (pag. 291)
"Aveva portato aquilegie, violette selvatiche, fieno tagliato di fresco, ciuffi di quercia, e boccioli di madreselva. Intrecciò freschi ramoscelli di quercia intorno ai suoi seni, unendovi ciuffi di campanule e violette, e sull'ombelico pose una violetta rosa, e fra i peli dell'amore alcuni nontiscordardimé e alcune asperule. "Eccoti in tutto il tuo splendore!" disse. "Lady Jane e le sue nozze con John Thomas." (pag. 295)

Il bosco partecipa degli umori dei protagonisti, c'è corrispondenza fra la natura e coloro che la abitano in cerca di sé stessi e dell'altro. La natura è spesso presa come simbolo di tutto ciò che è vitale, semplice, essenziale, mentre il villaggio così come la modernità sono definiti negativamente come ciò che spegne la vita, esteriore (ambiente) ed interiore (anima, sensualità). "...aveva anche lei un po' della delicatezza dei giacinti selvaggi, non era un impasto di gomma e platino come la donna moderna. [...] Ma egli l'avrebbe protetta col suo cuore per qualche tempo. Per qualche tempo, prima che il mondo di ferro incapace di sentimento, e il mondo dell'avidità meccanizzata avessero avuto il sopravvento su di loro, su di lei come sopra lui stesso." (pag. 173)
"Ella era come una foresta, come il cupo intreccio di un bosco di querce, il quale mormorasse silenziosamente attraverso miriadi di gemme in rigoglio. Nello stesso tempo gli uccelli del desiderio dormivano nel vasto intrico del suo corpo." (pag. 194)

Una bellissima storia di umanità e sensualità, non quella finta e pruriginosa, né quella stanca e ripetuta, meccanica, ma una passione della vita per la vita che coinvolge tutto l'essere, non solo il corpo. Consigliato davvero a tutti gli amanti del genere, agli uomini e alle donne ancora in grado di immaginare, desidera ed apprezzare questo tipo di unione.

Piccole donne crescono

 
Piccole donne crescono di Luisa May Alcott, Giunti, 1989.
Numero di pagine: 278
Titolo oroginale: The Little Woman or Meg, Jo, Beth and Amy
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1869
Prima edizione italiana: 1908

Per gli stessi motivi che mi hanno portato a recensire Piccole donne, includo anche il sequel, che in America benché originariamente pubblicato l'anno successivo, è generalmente raccolto in un unico volume con Piccole donne.
Dagli eventi narrati nel primo libro sono trascorsi tre anni: Meg si sposa finalmente con John Brooke e si trova alle prese con la vita di coppia e poi con la maternità; Jo continua i suoi esperimenti letterari mantenendo il suo carattere libero ed irruento; Amy fattasi una ragazza attenta alle consuetudini di società, si dedica modestamente all'arte, ed accompagna la zia March in un viaggio per l'Europa; Beth continua ad essere il pacifico angelo della casa.
La proposta di matrimonio di Laurie a Jo, respinta, spingerà la giovane donna a cercare nuovi orizzonti a New York dove incontrerà il signor Bhear, un attempato professore tedesco che saprà farsi strada nel suo cuore. Ma tutto cambia con il progressivo indebolimento di Beth a causa della scarlattina contratta in tenera età (raccontato in Piccole donne). Jo tornata a casa la accompagnerà fino alla fine in una delle scene più vive e toccanti del libro. Amy ancora in Europa incontra Laurie, amareggiato per il rifiuto di Jo e sbandato senza meta apparente; sarà grazie alle sue sollecitazioni che il giovane prenderà in mano gli affari di famiglia e la sua vita, dopo essersi reso conto di essere un mediocre musicista; nella stessa maniera Amy, accortasi di non aver talento sufficiente per la pittura, accoglierà Laurie e fra i due sboccerà un amore meno idealizzato di quello che Laurie nutriva per Jo, ma sicuramente più pragmatico.
Così Jo rimane a badare alla famiglia, consumandosi però in qualcosa che non le appartiene, che non la nutre veramente, finché una visita del professor Bhaer porterà l'amore a risvegliare il suo cuore.
Il romanzo si chiude con l'eredita di una grande casa lasciata dalla zia March a Jo, che la trasforma in una scuola, e con una scena campestre che coinvolge tutte le sorelle con i rispettivi sposi e figli e la madre.
Rispetto a Piccole donne, qui sono forse più evidenti le convenzioni dell'epoca, che insistevano tanto sulle apparenze, la gravità di rimanere zitella, i doveri di una buona moglie, e di nuovo la figura della signora March appare fin troppo perfetta, ma profondamente necessaria, una sorta di Madre del clanche da consigli alle donne più giovani su come rapportarsi con sé stesse e con gli uomini. E torna anche il suo moralismo cristianeggiante che potrebbe disturbare alcuni.
In generale mi è piaciuto meno di Piccole donne, e non mi hanno convinto del tutto i personaggi di Laurie ed Amy, così come la loro unione (insomma, credo che quasi tutti abbiano sognato un felice matrimonio fra Laurie e Jo!); mentre colei che anche in questo caso appare più ben definita e soggetta ad evoluzione è Jo, impegnata nelle sue lotte interiori così come con quelle con il mondo e le regole sociali.
Come per il volume successivo consiglierei la lettura intanto per ritrovare le quattro sorelle e vedere come evolvono, poi per l'importanza del romanzo come uno dei primi scritti da una donna e con protagoniste femminili; ed inoltre come studio di costume su come le donne vivevano ai tempi della stesura.

Piccole donne

Piccole donne di Louisa May Alcott, Biblioteca Economia Newton, 1995
Numero pagine: 222
Titolo originale: Little Woman or Meg, Jo, Beth and Amy
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1868
Prima edizione italiana: 1908

Ho inserito questo libro nel sito un po' perché Piccole donne fa parte del bagaglio culturale di moltissime donne da generazioni, un po' perché è uno dei primi romanzi semi-autobiografici femminili, scritto da una donna per altre donne, uno dei primi libri per ragazzi con protagoniste femminili, e che tratta le piccole conquiste e lotte di un mondo per lo più al femminile. D'altra parte, da un'autrice che ha partecipato alla lotta per il voto femminile, ed è stata la prima ad averlo nella sua città, questo non giunge inaspettato.
Questo primo volume, a cui faranno seguito Piccole donne crescono, Piccoli uomini e I ragazzi di Jo, racconta la storia della famiglia March lungo lo svolgersi di un anno, da un Natale all'altro, durante la guerra civile americana in cui il padre è impegnato. Le quattro sorelle e la madre sempre attenta e solerte, si destreggiano nei piccoli e grandi inconvenienti dovuti alla povertà e alla condizione femminile: Meg la più grande, lavora come istitutrice; Jo come dama di compagnia di una arcigna zia zitella; Beth assolve i compiti casalinghi e la piccola Amy frequenta la scuola. Le ragazze sono affiancate da Anna, la vecchia serva, e dalla signora March, la dolce e sollecita madre che vigila sulle loro azioni e sul loro carattere. Ed a volte, questa serafica signora March, sembra quasi surreale, sempre perfetta, sempre pronta a cogliere i dispiaceri delle proprie figlie, sempre pronta con il consiglio giusto per la situazione, e con una conduttura morale con non ammette cedimenti. Un modello di madre angelicata difficile con cui confrontarsi e da trovare nella realtà.
Benché tutte le sorelle vengano presentate e seguite, quella che più viene delineata e che più colpisce è Jo, che fin dalle prime pagine solleva una questione d'interesse femminista: "Mi disgusta pensare che devo crescere, essere la signorina March, portare gonne lunghe e apparire composta come un fiore cinese. E' già abbastanza noioso che io sia nata femminina, quando mi piacciono tanto i giochi, le occupazioni e le abitudini dei ragazzi. Non posso dimenticare il dispiacere di non essere un maschio, ora più che mai, perché muoio dal desiderio di andare a battermi con papà e invece non mi rimane  che stare a casa a lavorare a maglia come una vecchia rammollita" (pag. 21).
Più avanti durante la prima discussione con Lauri, l'unico giovane uomo ammesso in questo mondo femminile, e poi durante la descrizione della biblioteca della zia March, si nota l'amore di Jo per la letteratura, ostacolato dal suo essere donna, e per di più con scarsi mezzi.
Ma il personaggio di Jo viene anche definito negativamente a causa dei suoi scatti d'ira, della sua aggressività, del suo essere attiva e del suo disprezzo delle convenzioni, caratteristiche additate come negative nelle donne, e generalmente tollerate negli uomini. Il lavoro di autocontrollo, o potremmo anche dire repressione, che Jo svolge su di sé ha qualcosa di preoccupante, ricordando come moltissime di noi si auto-privino di una parte sana e vitale di sé stesse, in favore del conseguimento del modello femminile indicato da una società patriarcale.
Sommuove anche la dedizione con cui Jo si dedica alla scrittura, la soddisfazione, dopo la prima pubblicazione di un suo racconto, per la possibilità di contribuire con la sua arte al bilancio famigliare.
Alcune scene, benché tracciate ormai molti anni fa, sono ancora verosimili e vicine, come quella del litigio fra Jo ed Amy, in cui l'invidia e l'amore si alternano senza escludersi; il confronto fra Jo e la madre, che le rivela per un fugace momento le sue debolezze e mancanze;l'incertezza di Jo, che è quasi possessività e gelosia, davanti alla proposta di matrimonio di Mr Brooke a Meg "Meg sarà assorta e non si curerà più di me: Brooke farà fortuna in qualche modo, la porterà via, lasciando un vuoto in famiglia; mi sentirò spezzare il cuore e tutto mi sembrerà maledettamente sgradevole. Oh, povera me! Perché non siamo nate tutti maschi? Almeno non vi sarebbero queste noie" (pag. 195).
Inevitabili per l'epoca, anche se non eccessivamente fastidiosi, i rimandi religiosi della signora March, con i quali esorta le figlie ad affidarsi a Dio, ed altre simili amenità.
Insomma, un romanzo per alcuni aspetti sicuramente datato, ma che ha invece ancora qualcosa da dire non solo alle giovani lettrici, che può essere letto come una sorta di studio socio-antropologico, oltre che come un importante pezzo della letterature femminile in lingua inglese.

Prima le donne e i bambini

Prima le donne e i bambini di Elena Gianini Belotti, Feltrinelli, 1998.
Numero pagine: 200
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 1980

Ecco un altro libro dei Elena Gianini Belotti; anni fa lessi il suo libro d'esordio Dalla parte delle bambine, e da allora cerco di mettere le mani su tutte le sue pubblicazioni saggistiche, avendo grandemente apprezzato il metodo e le considerazioni di questa studiosa.
Nell'introduzione, da cui il titolo, l'autrice parla di come durante l'infanzia leggesse molti romanzi d'avventura ambientati in mare; in questi, immancabilmente, il capitano era l'eroe col quale identificarsi, mentre la donna, se presente, era una riservata e bella signora, magari con una bambina bionda al seguito. I personaggi femminili in queste storie avevano sempre ruoli marginali, e solo quando, durante fantasmagoriche tempeste, risuonava il grido "Prima le donne e i bambini", era loro accordata una certa dignità ed importanza. Eppure per tutto il resto della narrazione erano gli uomini quelli considerati importanti e fondamentali. E come fare i conti con l'opposto grido "Si salvi chi può!", ovvero tendenzialmente gli uomini? Fin da queste letture infantili dunque, l'autrice inizia ad intuire le differenze di comportamento e valore prescritte per i diversi generi, e le loro contraddizioni; la mancanza di comunicazione conseguente e le ferite che interessano entrambi.
Il saggio vero e proprio non segue un'architettura ben definita, ma partendo da episodi della vita quotidiana l'autrice porta le sue riflessioni su alcune questioni  di genere, come il valore del silenzio e delle diverse forme di comunicazione concesse a uomini e donne; la trasmissione di questi modi, spesso inefficaci per una vita emotiva sana, da una generazione all'altra; la gravità degli atti di violenza perpetrati davanti ai bambini che inevitabilmente assorbono conclusioni squilibrate sui rapporti fra i sessi; come a volte in una famiglia o in una coppia gli animali domestici vengano investiti di significati, usati come tramite o strumenti nei conflitti, così come i bambini; le differenze con cui ancora oggi si affronta e si giudica la sessualità femminile rispetto a quella maschile, soprattutto nell'infanzia/adolescenza; il rapporto con il proprio corpo, così come viene vissuto e trasmesso ai bambini di entrambi i sessi; come i metodi contraccettivi siano generalmente affidati alle donne, senza attenzione al loro piacere, e non mai il contrario; come modelli sessuali standardizzati e maschilisti abbiano minato la capacità di uomini e donne di fidarsi, comunicare, scambiare profondamente durante il rapporto; come la sessualità femminile venga derisa e repressa dopo una certa età, mentre quella maschile è accettata come segno di perdurante potenza, ecc.
Mi ha particolarmente interessato la parte in cui l'autrice parla dei gruppi esclusivamente femminili, sottolineandone l'importanza: "si tratta di nuovi "spazi", come si suol dire, che le giovani donne si sono conquistate tenendo duro sulla separazione, condizione essenziale per il recupero della propria identità, per l'organizzazione della lotta e anche per il riposo e la quiete quando si esce dal campo di battaglia. [...] Le rivoluzioni sono sempre state fatte contro qualcuno abbastanza distante ed estraneo da consentire sentimenti univocamente ostili contro di lui. Come si fa a lottare contro cui si ama? [...] E tutto non sapendo ancora chi sei e chi vorresti essere, cosa vuoi, rimettendo insieme brandelli d'identità, rifiutando di essere la te stessa che hai imparato a conoscere per mutare in un altra ancora non definita  [...] perché il primo nemico da sgominare è dentro di noi e non fuori, in quello che ci hanno insegnato a essere [...]" (pag. 118).
Inoltre ho trovato le sue considerazioni sulla sessualità femminile molto interessanti, sfruttano un angolazione diversa da quella a cui si è solitamente abituati, e mostrano lati bistrattati e sottovalutati della questione: "Sappiamo così poco dei nostri desideri, della nostra sessualità, se non che è stata violentemente condizionata alla riproduzione e solo come tale resa rispettabile. E' certo che è tanto più ricca, varia e imprevedibile di quanto la norma ci abbia indotto a credere: ma il pregiudizio, figlio della norma, non ci aiuta certo a liberarla e ad esprimerla." (pagg. 171-172)
Ed in fine riporto una pagina che mi ha molto colpita, quasi commossa, che se riguarda i bambini, potrebbe essere applicata anche agli adulti:
"Quello che ci siamo sentiti dire da bambini:
stai fermo, muoviti, fai piano, sbrigati, non toccare, stai attento, hai fatto la cacca, mangia tutto, lavati i denti, non ti sporcare, ti sei sporcato, stai zitto, parla t'ho detto, chiedi scusa, saluta, vieni qui, non starmi sempre intorno, va a giocare, non disturbare, non correre, non sudare, attento che cadi, te l'avevo detto che cadevi, peggio per te, non stai mai attento, non sei capace, non lo puoi fare, sei troppo piccolo, lo faccio io, ormai sei grande, vai a letto, alzati, farai tardi, ho da fare, gioca per conto tuo, prima devi finire, copriti, non stare al sole, stai al sole, non si parla con la bocca piena.
Quello che avremmo voluto sentirci dire da bambini:
ti amo, sei bello, sono felice di averti, parliamo un po' di te, troviamo un po' di tempo per noi, come ti senti, sei triste, hai paura, perché non ne hai voglia, sei dolce, sei morbido e soffice, sei tenero, raccontami, che cosa hai provato, sei felice, mi piace quando ridi, puoi piangere se vuoi, sei scontento, cosa ti fa soffrire, che cosa ti ha fatto arrabbiare, puoi dire quello che vuoi, ho fiducia in te, mi piaci, io ti piaccio, quando ti piaccio, ti ascolto, sei innamorato, cosa ne pensi, mi piace stare con te, ho voglia di parlarti, ho voglia di ascoltarti, quando ti senti più infelice, mi piaci come sei, è bello stare insieme, dimmi se ho sbagliato." (pagg. 79-80)

C'è una certa rabbia in questo libro, ma anche ironia, volontà d'indagine per cambiare le cose, capacità di andare oltre gli schemi comuni, convinzione nell'additare schemi di pensiero e comportamento controproducenti per entrambi i generi. Insomma, un libro che consiglio a qualsiasi donna interessata alla propria storia e alla propria libertà, ma anche agli uomini che vogliano guardare oltre i privilegi e i dolori affibbiati loro dalla società. Unico neo, anche se minuscolo è che essendo un saggio scritto parecchi anni fa alcuni particolari risultano datati, ma non certo le conclusioni generali!

Se fossi una strega

Se fossi una strega di Celia Rees, Salani, 2003.
Numerodi pagine: 266
Titolo originale: Sorceress
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 2002
Prima edizione italiana: 2003

Se fossi una strega è il sequel di Il viaggio della strega bambina. Questa volta però la storia si svolge in due tempi diversi: quello di Mary Newbury, la ragazzina accusata di stregoneria e fuggita dal villaggio puritano di Beulah, e quello di Agnes, giovane nativa americana dei giorni nostri.
Agnes, dopo aver letto la storia di Mary (contenuta nel primo volume della saga), tratta dai fogli cuciti in una antica trapunta, inizia a sperimentare uno strano contatto con quella ragazzina d'altro tempi, quindi, anche a causa alcune storie di famiglia che ricordano una donna bianca all'interno della sua stirpe, contratta l'autrice del libro, Alison. Dopo un primo incontro, le due intraprendono un viaggio insieme verso il Canada, ripercorrendo i passi della stessa Mary, ormai cresciuta, accolta dagli Indiani e divenuta madre.
Agnes raggiunge Zia M, sciamana e guaritrice così come ai suoi tempi lo fu Mary, che tramite la cerimonia della capanna sudatoria permette ad Agnes di ricordare, vedere la storia di Mary, che si snoda attraverso le guerre fra indiani e fra europei, facendo vittime innocenti in tutti i casi. Solo quando tutto sarà chiaro e narrato Mary lascerà Agnes, che potrà raccontare la sua storia.
Come per la prima parte del racconto, la finzione letteraria che fa da cornice al racconto vero e proprio da un tocco di verosimiglianza al testo, anche se poi, in questo volume come in quello che l'ha preceduto, i personaggi mi sono sembrati inconsistenti, mai veramente ben caratterizzati, così come anche ambienti e paesaggi. Se nel primo volume le aspettative di trovare elementi legati alla figura della strega vengono deluse, in questo caso ancor di più, poiché Mary più che una strega (cosa di cui anche in questo libro sarà accusata) è una sciamana, che acquisisce le sue conoscenze da Aquila bianca, un uomo medicina indigeno.
Comunque, come per Il viaggio della strega bambina, la scrittura è facile e scorrevole, quindi può essere una lettura leggera adatta anche a giovani lettori, giusto se ci si è affezionati al personaggio di Mary e si vuol sapere come va a finire la sua storia. Tuttavia non essendo una saga di quelle memorabili, consiglio di cercare entrambi i volumi in biblioteca o di farseli prestare.

venerdì 23 dicembre 2016

Il viaggio della strega bambina

Il viaggio della strega bambina di Celia Rees, Salani, 2001.
Numero di pagine: 197
Titolo originale: Witch Child
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 2000
Prima edizione italiana: 2001

Lessi questo libro molti anni fa, lo ricordavo appena, quando pochi giorni fa l'ho ritrovato nella libreria di un'amica. Mi piace rileggere a distanza di anni gli stessi libri, per vedere se ancora mi piacciono, come sono cambiata. Ricordo che questo non mi aveva particolarmente colpito, né positivamente né negativamente.

All'interno di una trapunta del XVII secolo, vengono ritrovati dei fogli, che contengono le annotazioni di una ragazza vissuta nella seconda metà del '600. La storia è appunto quella riportata in questo antico diario, narrata in prima persona da Mary Newbury, quattordicenne inglese, nipote di una guaritrice accusata e giustiziata per stregoneria. E fin dalla prima pagina, è la stessa Mary ad affermare di essere una strega.
Condotta altrove nel giorno della morte della nonna, sarà imbarcata insieme ad un gruppo di puritani su una nave che la condurrà nel Massachussets, prima a Salem e poi in una piccola città di puritani ai confini con i vasti boschi che nel loro verde grembo custodiscono Indiani, erbe medicinali ed animali che forse tali non sono. Ma in questo nuovo scenario, reso austero e rigido dalle norme religiose e sociali degli uomini in nero, l'antica accusa di stregoneria tornerà ad affacciarsi alla vita di Mary, giovane donna dal carattere forte ed indipendente, guaritrice ed amica degli indigeni.
Il racconto è interrotto bruscamente, ed il romanzo si chiude con l'esortazione dell'immaginaria studiosa del manoscritto, a fornire eventuali notizie sui personaggi citati nel testo, spunto che verrà proseguito nel volume successivo, Se fossi una strega.
La scrittura è semplice e scorrevole, la storia anche se breve piuttosto avvincente, ma anche disadorna: i luoghi e i personaggi non sono molto caratterizzati né visivamente né psicologicamente, solo quello della protagonista è tracciato con maggior chiarezza. Gli unici altri personaggi un po' più delineati sono quelli femminili: Martha la guaritrice, Rebekah l'amica puritana, Sarah la matriarca della famiglia. Inoltre mentre il titolo e l'introduzione lascerebbero presagire una maggior presenza dell'elemento stregonesco, questo appare solo superficialmente. Ho letto che l'autrice è una storica, tuttavia descrizioni precise o approfondimenti di costume che si trovano in altri romanzi sulle streghe, in questo sono assenti (il che non è necessariamente un punto a sfavore, dipende dal lettore).
Tuttavia questo romanzo rende l'idea di quanto poco bastasse per attirarsi sospetti di stregoneria, il clima di sospetto e la preoccupazione che dovevano provare le donne di questo ambiente, alle quali non era permessa la minima deviazione dal percorso stabilito dagli uomini e dalla religione.
Una lettura leggera dunque, non indispensabile ma neanche spiacevole, adatto magari a dei giovani alle prime armi col romanzo storico.

venerdì 16 dicembre 2016

Saranno le donne a salvare la madre terra

Saranno le donne a salvare la madre terra di Jean Shinoda Bolen, Excelsior 1881, 2007.
Numero di pagine: 220
Titolo originale: Urgent message from Mother: gather the women, save the world
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 2006
Prima edizione italiana: 2007

 L'autrice, Jean Shinoda Bolen, è una psicanalista ed attivista, di suo avevo già letto anni fa Le dee dentro la donna, che mi era piaciuto abbastanza ma senza convincermi del tutto. Per questo libro, ho un'opinione simile. 
Il titolo oroginale è, come spesso accade, molto più adatto al contenuto, Urgent message from Mother: gather the women, save the world, che in italiano suona Urgente messaggio dalla Madre: radunate le donne, salvate il mondo.
Il libro, come spiega l'autrice, inizia a prendere forma da un'iniziativa del 2003 volta a creare cerchi ed iniziativi di donne in occasione dell'8 marzo, intitolata appunto Radunate le donne, frase dal forte impatto come la Bolen sottolinea dicendo "E' tempo di "riunire le donne" - perché solo quando noi donne sia forti insieme possiamo proteggere fieramente ciò che amiamo." (pag. 7). Ed in questo movimento femminile ha avuto importanza anche un altro testo della stessa autrice, The Millionth Circle, Il Milionesimo cerchio, volto ad adunare le donne in gruppi orizzontali fino a formare una massa critica che provochi un cambiamento. Ma quale cambiamento? Innanzitutto di valori e metodo. In un mondo a base patriarcale i valori quali forza, paura, attacco, sono considerati molto più importanti di quelli tradizionalmente attribuiti ed esercitati dalle donne: accoglienza, tolleranza, ascolto, risoluzione pacifica dei conflitti, cura, come già ha rilevato ed illustrato Riane Eisler nei suoi saggi.
E qui mi si sono manifestate le prime obiezioni: c'è effettivamente questa differenza fra uomini e donne? E' possibile pensare che l'umanità sia divisa in due categorie così univoche, gli uomini prevaricatori e le donne pacificatrici? Trovo non sia utile criminalizzare gli uomini e glorificare le donne per partito preso.
Tuttavia la Bolen sottolinea come l'intento non sia sostituire il matriarcato al patriarcato, poiché sempre di potere gerarchico si tratta, cambia solo il vertice, ma bensì di portare in luce qualità che le donne in generale (ben sapendo che ci possono essere vasta eccezioni) hanno sviluppato, aggiungo io, a causa del loro ruolo sociale e culturale. Benché a tratti mi sembri sostenere decisamente questa differenza, sostiene anche che "la completezza è possibile quando le doti umane, ora abitualmente definite come maschili o femminili, vengono viste come parte integrante dell'insieme di chiunque" (pag. 59). Comunque mi rimangono alcune perplessità a riguardo.
Nel primo capitolo vengono individuate alcune iniziative e viene tracciata la loro radice storica, ripercorrendo brevemente le diverse ondate di femminismo ed identificando la terza, quella contemporanea, come quella volta a portare la pace, a partire dalle singole case, dove la violenza viene perpetrata di generazione in generazione, visto che i bambini che hanno subito violenza o hanno assistito ad atti di questo tipo saranno più facilmente portati a commetterli a loro volta. Dunque una priorità è fare in modo che le madri siano sane, al sicuro, consapevoli e libere di scegliere riguardo alla procreazione.
Nel secondo indaga le radici dell'identità fra la Madre Terra e la Grande Madre, citando fra l'altro gli studi di Marjia Gimbutas, Riane Eisler, Leonard Shlain; nota come la sensibilità sia favorita per le donne e repressa per gli uomini, anche quando è rivolta alla bellezza naturale. In seguito alle battaglie femministe le donne hanno avuto maggior possibilità di sviluppare entrambi i lati della personalità, quello più empatico e quello più decisamente analitico, mentre per gli uomini questo processo è stato ostacolato dagli stessi pregiudizi patriarcali che fondano il loro dominio. Questo porta le donne in generale ad essere più predisposte ad affrontare la crisi ambientale e sociale con soluzioni alternative.
Il terzo capitolo rileva come nelle principali religioni monoteiste la figura femminile sia stata messa in secondo piano, sia a livello concettuale che nella gerarchia ecclesiastica; sono appunto queste religioni e gli atteggiamenti sottesi alla base di guerre di religione e fondamentalismi vari. Le donne dovranno dunque decostruirne i messaggi, rendendosi conto delle influenze patriarcali inserite sulle dottrine originarie: "E' importante percepire il dolore di quanto è stato fatto in nome della religione, rendersi conto che i leader religiosi (come i genitori) possono sbagliare, e che voi (e le altre) non meritavate né trascuratezza né abusi." (pag. 83). Si parla quindi dell'importanza di fondare cerchi con centro spirituale, che tra l'altro dovrebbero recuperare anche la sacralità della sessualità.
Il quarto capitolo rileva come mentre la risposta femminile a situazioni di stress è generalmente "cura e assisti", negli uomini invece è "fuggi o combatti"; ciò si manifesta anche a livello dialogico fin dall'infanzia, contribuendo a creare e mantenere le gerarchie.
Il quinto prende in considerazione alcune iniziative portate avanti dalle donne riunite per ovviare a problemi di varia natura, quali lo sfruttamento in Nigeria, i desaparesidos in Argentina, gli stupri in India, il genocidio in Ruanda.
Il sesto riprende il concetto di Milionesimo cerchio e di massa critica. L'ultimo fa il punto della situazione tirando le fila di quanto detto fin ora.
Il volume si chiude con una breve serie di proposte riguardo all'eventuale discussione condivisa riguardo al libro in questione in cerchi di donne, ed una bibliografia divisa per capitoli.

Come si può vedere da questo riassunto, il contenuto è vario e ricco, però i singoli paragrafi sono spesso slegati l'uno dall'altro ed anche l'argomentazione non appare propriamente consequenziale, si ha un po' l'impressione che l'autrice salti "di palo in frasca", senza costruire in maniera efficace e consequenziale la fasi del ragionamento. Tuttavia, il libro offre spunti interessanti, se si riesce a passare oltre alla succitata ambiguità riguardo alle presunte sostanziali differenze fra i generi, e da una certa esaltazione della democrazia americana.

mercoledì 7 dicembre 2016

Saltatempo

Saltatempo di Stefano Benni, Feltrinelli, 2001.
Numero di pagine: 265
Titolo originale: Saltatempo
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 2001

Direte voi, e che ci fa qui questo libro? Beh, ci sono varie buone ragioni per includerlo fra queste pagine. Tipo: l'umorismo di Benni è geniale (anche se a suo tempo mi è stato detto che per alcuni è incomprensibile). Questo romanzo in particolare parla di un paese di montagna, con tutti gl'imprevedibili collaterali: strane creature del bosco, personaggi di paese, la vita della terra che muta, viene intaccata dall'uomo, resiste. E' stata una delle letture più allegre degli ultimi tempi, che mi ha lasciato un sorriso sulle labbra, dopo averlo chiuso.
La storia è quella di Saltatempo, un bambino degli anni 50 che riceve in dono da un improbabile Dio Allegro, un orobilogio che gli permette di vivere in questo ma anche in altri tempi, intravisti in visioni fugaci. Dalla sua infanzia sulle rive del fiume del paese, in compagnia di Selene e degli altri bambini del luogo, si snoda la lotta dei paesani contro la progressiva snaturazione del luogo, gli interessi di potenti e immanicati politici, gli amori e le delusioni di un giovane che attraversa gli entusiasmi politici del 68, a metà fra la vita cittadina e le sue radici ben piantate sulla montagna, dove si aggirano strani gnomi che cambiano forma e dimensioni a seconda di come ci si rivolge loro.
Non anticipo altro, ma questo romanzo è davvero zeppo di personaggi indimenticabili, e sicuramente toccherà le corde di quei lettori che hanno visto avanzare, durante la loro vita, cemento ed interessi di pochi laddove regnava il bosco.