mercoledì 22 gennaio 2014

Larice

Il Larice fa parte della famiglia delle Pinaceae e l'unica specie diffusa in Europa è il Larix Decidua, dal latino larix “larice”, forse derivante dal gallico (durante l’età romana erano appunto i Galli ad abitare le zone di diffusione del Larice, le Alpi) lar “grasso” in relazione, probabilmente, all’abbondanza di resina. Secondo altri sarebbe affine al greco laros “soave, gradevole” forse per il profumo balsamico della linfa. Decidua viene invece dal latino decado “cado”, ed indica la particolarità del Larice di perdere le foglie con il sopraggiungere dell’inverno, a differenza delle altre conifere
Nomi popolari: Larxu, Mele, Boasch ross (Liguria), Malesso,  Malezo, Bregola, Laras (Piemonte), Lares, Aras (Lombardia), Arese, Larese (Veneto), Laris (Emilia), Abeto larice (Toscana).
Inglese Larch, Francese Mélèze, Tedesco Lärche (sostantivo femminile così come in Bulgaro e Rumeno).

Descrizione: Il Larice è un albero a rapido accrescimento che può raggiungere il 30-40 m di altezza, la forma è quella tipica delle conifere, con una chioma rada e leggera che lascia passare la luce fin sul terreno. Il tronco è solitamente dritto e slanciato, quando però cresce solitario oltre i limiti estremi dei boschi e più esposto al vento e alla neve, il fusto può divenire contorto e massiccio.
Fiori maschili
La corteccia degli individui giovani è formata da piccole scaglie bruno-rossastre, mentre gli alberi adulti presentano grandi scaglie grigio-brune con profonde spaccature che mostrano il rosso del legno sottostante. Le radici robuste penetrano in profondità nel terreno, permettendo alla pianta di affrontare anche estati secche. I rami principali sono disposti intorno al fusto tutti più o meno orizzontali mentre quelli più sottili sono lunghi e penduli. Le foglie aghiformi lunghe pochi centimetri, d’un verde tenero soprattutto a primavera, non pungono, e sono raccolte in ciuffi che spuntano da piccoli rigonfiamenti sui rami minori; il luogo in cui s’inseriscono gli aghi è chiaramente visibile quando l’albero è spoglio e dà al ramo un aspetto mosso e irregolare. D’autunno gli aghi assumono una colorazione giallo brillante per poi lasciare l’albero spoglio.
Fiori femminili
 I fiori maschili e femminili si trovano sulla stessa pianta e si formano a tarda primavera poco prima delle foglie, dopo vari anni di vita; i primi sono piccoli coni gialli rivolti verso il basso, i secondi piccole pigne rosso-rosa erette ma morbide. I frutti, anch’essi di colore rosso bruno si formano nelle pigne femminili indurite e sono ovali, marroni e con una piccola ala. Le pigne rimangono sui rami anche per degli anni dopo essere state fecondate ed aver rilasciato i semi in autunno, e spesso ai piedi dei Larici si possono trovare i rametti caduti con ancora molte pigne attaccate.
Vive facilmente per centinaia di anni, ed in Alto Adige si trovano alcuni esemplari che sembrano essere millenari.

Habitat: originario dell’Europa, in Italia cresce sulle Alpi dai 1000 agli oltre 2000, a volte però si può trovare anche coltivato sull’Appennino. Predilige terreni sciolti e privi di ristagno di acqua, anche poveri. Può formare boschi puri (lariceti) benché non siano molto frequenti, ed in questo caso la foresta è luminosa e ariosa ed il sottobosco ricco di muschi, mirtilli, uva ursina ecc. oppure insieme ad Abete rosso e Pino cembro o mugo costituisce l’estrema frontiera prima delle praterie alpine; spesso però si trovano esemplari solitari a guardia di prati e ghiaioni laddove le foreste cedono il posto alle distese erbose e ai picchi rocciosi. Resiste ai climi rigidi tipici della montagna e alle nevicate abbondanti, e sopravvive anche in terreni poveri che contribuisce ad arricchire (è una specie pioniera, cioè colonizza i territori poveri dove altre essenze non riuscirebbero a vivere e li arricchisce, permettendo un futuro instaurarsi di altri alberi) ma ama la luce ed ha bisogno di sole per svilupparsi.
Ai suoi piedi cresce in simbiosi il Boleto del larice o Laricino (Boletus elegans), un fungo commestibile, mentre sul tronco si possono trovare l’Agarico del larice (Polyporus officinalis) e una certa varietà di licheni; in Austria e Alto Adige può ospitare il Vischio e fra i suoi rami trovano dimora e ricetto la Civetta, il Picchio ed in particolare il Crociere (Loxia curvirostra) che si nutre dei suoi semi. Altre specie di Larice si trovano in America del Nord, Siberia, Cina, Giappone.

La droga è costituita dalla resina, una sostanza viscosa ma liquida, trasparente, di colore bianco-giallo e dal caratteristico odore balsamico. Si raccoglie in autunno dalle fessure naturali delle corteccia o da fori praticati a primavera; si filtra e si conserva in contenitori di vetro. Tuttavia non c'è più quasi nessuno che si occupa di questa raccolta, è uno di quei saperi che sarebbe bello e utile reimparare e tramandare perché sopravvivano. Alcune gocce si possono trovare anche sulla corteccia, soprattutto laddove l’albero è stato in qualche maniera lesionato. 

Utilizzi

Come sempre prendete ciò che segue per una ricerca, sperimentata solo in parte, e prima di utilizzare qualsiasi erba assicuratevi che sia quella giusta, che sia lontana da strade e fonti di inquinamento, verificate di non essere allergici o ipersensibili a qualche componente e prima di fare qualsiasi cosa consultate il vostro medico/omeopata/erborista. ATTENZIONE: l’uso interno è sconsigliato in quanto imprecisioni nel dosaggio possono causare effetti collaterali, le informazioni che seguono sono a scopo documentativo e informativo.
Proprietà: anticatarrali, tossifughe, espettoranti, diuretiche e per uso esterno rubefacenti, purificanti, antisettiche, antireumatiche.

Vapori: per calmare la tosse e liberare le vie respiratorie può essere utile gettare una piccola quantità di resina in un pentolino di acqua bollente e respirarne i vapori. In egual maniera si può usare l’olio essenziale estratto dalla resina stessa (benché sia un’essenza piuttosto rara, che si può trovare di solito solo in Svizzera, Austria, Alto Adige) magari in associazione all’olio essenziale di Eucalipto o Pino. Questi vapori servono anche per purificare e rinfrescare l’aria delle stanze dei malati, e per lo stesso fine si può mettere qualche goccia di essenza nel brucia-essenze, eventualmente aggiungendo anche il Tea tree.
Questa linfa profumata è anche diuretica, sicché può giovare in caso di cistiti e uretriti (ma in dosi eccessive irrita i reni, quindi sarebbe più saggio affidarsi a erbe meno pericolose).

Unguento: sempre con la resina si poteva creare un unguento utile per rimuovere le spine di legno, pulire le piccole ferite, aiutare la ciccatrizzazione e lenire i dolori reumatici, oltre che come balsamo da applicare sul petto in caso di tosse e catarro, ma non sono riuscita a trovare da nessuna parte una ricetta, anche perché queste spesso erano tramandate per generazioni all'interno di poche famiglie. Sicuramente qualche abitante della montagna sa ancora come si fa, ma tirando a indovinare visto che di base gli unguenti si preparano con cera e olio o un grasso animale come strutto o sugna o burro, si potrebbe provare a riprodurlo; se mai riucirò a procurarmi della resina vi farò sapere com'è andato l'esperimento. Se poi qualche lettore fosse a conoscenza di questa preziosa ricetta e volesse condividerla mi scriva!

Dalla lavorazione della resina si ottengono la trementina di Venezia (che ne era la principale commerciante), acquaragia e pece usate fin dall’epoca romana per conciare la pelle, rendere impermeabili i tessuti e il legno delle barche, sigillare le botti.

Inoltre, gli aghi possono essere aggiunti all’acqua del bagno per calmare i reumatismi, favorire la respirazione e pulire e avviare la ciccatrizzazione delle piccole ferite.
Larch è uno dei rimedi floreali di Bach, e viene usato in caso di mancanza di fiducia in sé stessi, quando le persone credono di avere limiti che non sono in grado di superare, si danno già pervinti in partenza, convinti di fallire a priori, si mostrano modesti ma sono molto suscettibili ai commenti degli altri, hanno buone capacità e sono dotati ma non si avventurano a sperimentare cose che non conoscono, cedono il passo ad altri anche quando sarebbero in grado di svolgere il compito.

Nel caso del Larice abbiamo a che fare con legno molto robusto e resistente, ma la sua compattezza varia a seconda delle condizioni in cui cresce: gli esemplari solitari ed esposti alle intemperie sviluppano un legno più duro e compatto, che può essere ulteriormente fortificato passandolo sul fuoco. Resiste sia all’usura del tempo che all’acqua poiché la resina lo rende impermeabile, tanto che in antico e fino a non molti decenni  fa veniva usato per costruire barche, fondamenta, grondaie, travi, assi, coperture esterne, infissi e addirittura un tipo particolare di tegole (le scandole) in grado di resistere all’umido e all’intemperie. Per questa sua caratteristica il Larice per centinaia di anni è stato l’amico fedele dei montanari, il suo legno non tradisce; gli alpigiani trascorrevano le loro vite insieme a lui, all’aperto nella bella stagione all’ombra dei suoi rami ed anche in inverno quando riposavano e lavoravano sotto al suo legno. Il Larice era il silenzioso compagno di tutti gli eventi della vita, tanto che è stato scritto recentemente “I paesi della valle son fatti di sassi, anime e larici.”(1)
Ma il legno di Larice oltre che materiale da costruzione forniva all’abitante della montagna molti altri benefici: alimentava camini e stufe (benché bruci piuttosto velocemente essendo molto resinoso) diffondendo nell’aria un vago odore balsamico; inoltre si prestava bene all’intaglio e i lavori di ebanisteria, conservando dopo la lavorazione delle calde sfumature rosso-brune; grazie alla sua resistenza all’umidità e alla sua impermeabilità era perfetto per costruire botti; se ne poteva ricavare carbone.
Del Larice però si usavano tutto, non solo il legno e la resina: la corteccia più superficiale essendo ricca di tannini si usava per la concia delle pelli (anzi una ragazza del Sud Tirolo, mi ha riferito che la pelle conciata in questo modo non si rovina se bagnata), per la tintura (nero), ed addirittura come copertura delle case, mentre quella interna si poteva macinare ed unire alla farina per fare il pane, ed essendo ricca di fibre giova al buon funzionamento intestinale. Inoltre il Larice produce la "manna di Birançon" che le api raccolgono e lavorano ottendo un miele molto denso e che, se puro, è molto difficile da utilizzare per gli apicoltori e per le api stesse;  da una sostanza zuccherina prodotta dalle foglie attaccate dagli afidi si ricava invece una melata dal sapore che ricorda quello della resina (2). Può essere che per questa sua caratteristica in alcune regioni i nomi del Larice facciano capo alla radice mel- “miele”, come per esempio il Ligure mele, il Piemontese malesso o melezè, il francese mélèze. Essendo i lariceti piuttosto luminosi favorivano la crescita di un ricco sottobosco composto anche da frutti di bosco quali il mirtillo e l’uva ursina, ed inoltre erano adatti per far pascolare le bestie.

Ricette
Sciroppo  di Larice: si riempie un barattolo alternando uno strato di fiori femminili quando sono ancora rossi e morbidi e uno di zucchero (meglio se di canna) e si lascia macerare al sole finché lo zucchero non si è del tutto sciolto (qualche mese) allora si filtra e si conserva in barattolini. Alcuni oltre alle pigne e allo zucchero aggiungono anche un po’ di alcool, e credo che potrebbe essere una buona intuizione, essendo la resina solubile in alcool. Se ne prende un cucchiaio in caso di tosse e stati influenzali.
Aggiornamento: io ho provato a farlo, solo che essendo astemia non riesco a sopportare il gusto dell'alcool, la prossima primavera proverò la versione solo zucchero!

Grappa di pigne di Larice e Pino Mugo: in tarda primavera si raccolgono le pigne di entrambi gli alberi, le si mette in una bottiglia dopo averle tagliate a pezzi, riempiendo fino a un terzo, e poi si completa con la grappa. Si lascia a macerare qualche mese, fin quando il preparato ha assunto una colorazione ambrata. In caso si preferisca un sapore più dolce si può procedere come per lo sciroppo, mettendo a macero le pigne con lo zucchero, ed aggiungendo anche la grappa. Bere un bicchierino di questa grappa può giovare in caso di tosse, raffreddore, influenza.
Aggiornamento: la prima versione di questa grappa, quella senza zucchero è terribilmente amara, quindi credo che aggiungere lo sciroppo sia fondamentale.

Grappa di Larice: questa ricetta mi è stata donata da Lisa, della Val d'Ultimo,e viene dalla sua famiglia: in un litro di grappa bianca si mettono a macerare 5 fiori rossi di Larice tagliati in quattro. Si lascia il tutto a macerare al sole finché non assume una sfumatura rosso ambrata. A questo punto si aggiungono 2-3 cucchiai di miele, si lascia riposare per qualche settimana e poi si può bere.



Note
(1) Mauro Corona, Le voci del bosco, pag. 106, EBI, 2009.
(2) Su questa benedetta manna di Briançon e sul miele di Larice ci ho speso un bel po’ di tempo ma non sono ancora riuscita a capire la questione. Nei libri che ho consultato, e in internet peggio ancora, non è chiaro se ci sia un solo miele di Larice, se dalla manna si ricavi effettivamente il miele o se si usi pura (ed essendo una sostanza zuccherina ci sta il fraintendimento) ecc. Tutta questa confusione credo ancora una volta sia dovuta al fatto che in Florario di Alfredo Cattabiani (per chi non lo sapesse il libro più citato, scoppiazzato e ricitato in ambito di studi mitologico-folklorici su alberi ed erbe, senza per altro che siano indicate chiaramente ed esaurientemente le fonti da cui il buon Freddy tra le sue notizie) è riportata l’esistenza di questo misterioso “ottimo” miele ricavato dalla manna; peccato che gli apicoltori chiamino il miele di larice miele-cemento poiché cristallizza tanto che è difficile toglierlo dai telaietti…il che non mi farebbe propendere logicamente per chiamare questo miele “ottimo”. Eppure esiste la melata di Larice che essendo melata è prodotta dalle api raccogliendo una sostanza zuccherina che il Larice trasuda quando viene punto da determinati afidi; insomma, la manna non c'entra nulla con questo. Però anche qui alcuni dicono cementifichi, altri la vendono addirittura…che ci sia confusione fra miele e melata? Sicché quello che sono arrivata a pensare io è che esista: questa famosa manna da cui però non si ricava il miele; il miele di Larice che si ricava dai fiori ma cristallizza subito; la melata di Larice che invece si può usare.
Ma molto probabilmente non è così. Il primo apicoltore che pesco nelle mie prossime passeggiate alpine sarà caldamente invitato a rivelarmi qust’arcano, ma se qualcuno dei passanti fosse in grado di risolvere questa annosa questione mi farebbe un grande grande favore! E se siete di quelli che coppiano senza ritegno Cattabiani moltiplicando esponenzialmente la sua mancanza di fonti…eddai, informatevi!
Aggiornamento: non sono riuscita a dirimere la questione ma un ragazzo che ha lavorato presso apicoltori mi ha detto che da loro i melari contenente melata di Larice venivano usati per fare l'Idromele, poiché non si riescono a smielare visto che cristallizza in fretta.

Fonti
Abitare le Alpi
, G. Doglio e G. Unia, Edizioni L’Arciere,1980
Doni di Madre Terra, M. Leone, Araba Fenice, 2010

Guarire con i fiori di Bach, J. Howard e J. Ramsell, Tecniche Nuove, 1994
Le voci del bosco, M. Corona, EBI, 2009

Lo Spirito degli Alberi, F. Hageneder, Ed. Crisalide, 2004
Scoprire, riconoscere, usarele erbe,  U. Boni e G. Patri, Fabbri Editori,1979
Terapia con i fiori di Bach, M. Scheffer, TEA, 2009

Acta Plantarum - Larice
Associazione micologica e botanica - Larice 
Erbe officinali - Larice 
Etimo.it
Larici millenari in Val d'Ultimo
Valli del Natisone - Larice 
Wald Wissen - Utilizzazioni delle foreste a carattere agricolo nel periodo 1800-1950 (a questo indirizzo trovate anche altri due articoli correlati molto interessanti). 

Le foto sono state scattate nei pressi di Quarzina (Ormea) e nella Valle delle Meraviglie. La tavola botanica è di Otto Wilhelm Thomé.

Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citare la fonte.

Ringrazio Luca per l'aiuto sul miele, Alma per la pazienza mentre scrivevo, Laura perché fa quasi paura quanto siamo connesse, di nuovo Alma, Giulietta e Matte per avermi portato in mezzo ai Larici ed aver ascoltato quello che avevo da dire a riguardo ed avermi lasciato ascoltare quello che invece avevano da dire gli alberi, le Aridoe in generale perché è bello condividere con loro ciò che amo, anche se a loro a volte non può fregar di meno. Grazie anche a Michele - l'inviato per le informazioni sulla melata e a Lisa della Val d'Ultimo per la ricetta della grappa ed altre interessanti informazioni.

Vedi anche:  
Illustrazioni botaniche di Larice
Mitologia del Larice
Lo Spirito del Larice

Aggiornato l'ultima volta il 22 Marzo 2015.

giovedì 2 maggio 2013

Oleolito d'Iperico

Un dono del sole, il giallo e rosso portatore di luce e pace; questo è per me l'Iperico, piantina tanto semplice ma al contempo tanto ricca di poteri curativi. Per questa ricetta esistono infinite varianti, mille accorgimenti e piccoli trucchi, e dunque eccomi qua ad offrire anche la mia, appresa da mia madre che prepara questo rimedio da anni.

Ingredienti: 
  • sommità fiorite d'Iperico
  • olio
Riguardo all'Iperico
Credo che si possa trovare secco anche nelle erboristerie ma è un piantina talmente comune e facilmente riconoscibile che potete tranquillamente andare in un prato dove cresce e raccoglierne un po' (controllate attentamente che sia proprio lei confrontandola con foto e schede erboristiche!). Come sempre per raccogliere ci vuole un po' di buon senso: strappare un'intera pianta o derubare un intero prato di tutte le piantine che offfre non ha senso! Prima di raccogliere "avvicinatevi" all'Iperico, guardatelo nel suo spazio, sentitene la presenza, cercate di coglierne la sfumatura, la qualità, l'energia, toccatelo delicatamente, comunicatele amore e gratitudine per il dono che vi sta facendo (che non è per niente dovuto!). Potreste anche lasciare qualche piccolo dono al prato, come biscotti o briciole di pane.
Il momento migliore per raccogliere l'Iperico è in luna crescente o piena, al mattino quando la ruggiada si è asciugata ma il sole non brucia ancora, preferibilmente in un giorno del fiore (Bilancia, Gemelli, Acquario) o dello Scorpione, quando i fiori sono aperti ma non sfioriti. Il tempo balsamico (periodo di maggior concentrazione di principi curativi e umori nella pianta) dell'Iperico è a Giugno, ed in particolare la tradizione vuole che vada raccolto durante il Solstizio d'Estate (21 Giugno) a mezzogiorno, oppure nel giorno di S. Giovanni (24 Giugno) in modo da poter beneficiare di tutto il suo potere curativo ed energetico. Curatevi di prendere solo i rametti sani e verdi, evitando quelli ingialliti, sporchi, attaccati da insetti o funghi o vicini a strade o ad altre fonti d'inquinamento. Ne serve un mazzetto, giusto quello che basta per riempire un barattolo senza pressare molto.
Riguardo agli oleoliti c'è sempre la disputa se usare la pianta secca o quella fresca (la quale contiene acqua che potrebbe creare muffe e deteriorare l'olio), ma per quest'oleolito in particolare sembra che siano quasi tutti conconrdi nel dire che va utilizzata la pianta fresca; questo mi ha spesso dato l'idea che la qualità luminosa, calda e solare dell'Iperico sia coglibile appunto anche fisicamente, ma è una suggestione mia, in realtà probabilmente contiene solo meno acqua rispetto ad altre piante.

Riguardo all'olio
L'olio va scelto in base all'uso che volete fare dell'oleolito: se volete preparare un unguento vanno benissimo l'olio d'oliva, girasole, riso ecc. se invece volete addizionare l'oleolito a creme e preparati per il viso sarebbe meglio usare oli più leggeri e non comedogeni come vinaccioli o jojoba. Sconsiglierei quello di mandorle anche se le sue proprietà si sposarebbero bene con quelle dell'Iperico, perché irrancidisce facilmente, e la presenza d'acqua nella pianta certo non favorisce la sua conservazione, ma provate! Io non l'ho mai fatto, ma potreste scoprire che funziona invece a meraviglia!
E' comunque possibile fare un misto di vari oli in modo da addizionare le proprietà di questi a quelle dell'Iperico.

Preparazione
Mettete le sommità fiorite d'Iperico con i fiori verso il basso in un barattolo di vetro pulito ed asciutto, pressandole poco, giusto quel tanto che basta per farle stare ben distribuite nel contenitore. Per distribuirlo meglio e far penetrare meglio l'olio potete anche tagliuzzarlo, ma comunque ho testato che il risultato è uguale. Ricopritele con l'olio o la miscela di oli che avete scelto in modo che non spunti fuori nulla della pianta e lasciate in macerazione per un mese, agitanto di tanto in tanto il barattolo.
Nella mia famiglia si è sempre esposto il barattolo al sole, il cui calore velocizza il processo d'estrazione dei principi della pianta, e attiva l'ipericina, la sostanza che rende l'olio rosso. C'è anche chi sostiene che l'olio in preparazione non dovrebbe mai essere "visto" dalla luna, quindi andrebbe esposto di giorno al sole e ritirato quando cala.
In alternativa si può lasciare in un luogo buio per quaranta giorni, ma credo che quest'oleolito in particolare acquisti solo dal contatto, anche se schermato, con il sole.
L'oleolito è pronto quando ha assunto un bel color rubino ed il caratteristico odore dell'erba, basterà circa un mese. A questo punto filtrate (prima con un colino ed eventualmente dopo con una garza o un filtro da caffè) spremendo bene la pianta in modo da ottenere tutto l'olio che ha assorbito che sarà anche quello più carico di proprietà, eventualmente aiutandovi con uno schiaccia patate o un torchietto. Conservate l'oleolito ottuenuto in una bottiglietta di vetro scuro in luogo buio ed asciutto ed etichettate con data di preparazione, contenuto ecc.
Un'altra ricetta che mi è stata donata prevede l'aggiunta di vino bianco, ma io personalmente non l'ho mai sperimentata; tuttavia mi sembra una buona intuzione inquanto l'alcool presente nel vino andrà ad estrarre alcune sostanze non liposolubili. Solitamente questo tipo di oleolito si prepara a caldo per fare in modo che dopo la macerazione il vino evapori.

Utilizzi
ATTENZIONE: l'Iperico rende la pelle più fotosensibile se assunto in grandi quintità per via interna, per quanto riguarda l'olio non dovrebbe esserci alcun pericolo, ma soprattutto se avete la pelle chiara non esponetevi al sole (e neanche a lampade abbronzanti) dopo l'uso, inoltre può avere interazione con contraccettivi orali, farmaci antidepressivi, barbiturici.
L'oleolito d'Iperico si può usare puro su eritemi, ustioni, anche solari, magari in sinergia con gel d'aloe o chiara d'uovo applicati localmente. Si può applicare anche ogni volta che ci sia bisogno di una rapida ciccatrizazione (dunque quando la crosta si è già formata), ancora meglio se unito all'oleolito di Calendula; aggiungendo anche Lavanda e/o Camomilla otterrete un olio perfetto per qualsiasi problema di arrossamento della pelle, screpolature, bruciature, piccole ferite ecc.  Migliora le contratture muscolari e le infiammazioni dei tendini se usato come olio da massaggio, attenua le emorroidi se applicato localmente.
In alternativa se ne può fare un unguento, più pratico da portare in giro e applicare, dalle uguali proprietà.

Non so se l'avete colto anche voi, ma a me sembra che quest'olio color rubino, così carico di Sole per colore dei petali, momento di fioritura, tempo balsamico e tradizione popolare curi gli eccessi di calore con un'altro tipo di calore più benefico e dolce; come dire fuoco scaccia fuoco. Un eccesso di calore più acuto e pungente viene curato da un calore più delicato e "rotondo"...è difficile esprimere le sensazioni e le qualità che si colgono dalle piante, ma avete avuto anche voi quest'esperienza con l'Iperico?
Scriverò anche una "scheda tecnica" sulla pianta,i suoi usi e le sue "energie". Abbiate pazienza. Intanto fatemi sapere come vi trovate con questa ricetta!

Vedi anche:
Iperico
Alcune varietà d'Iperico
Illustrazioni botaniche d'Iperico
Pyrra - Unguento d'Iperico
Cautha - Unguento alla Calendula e Iperico
Oleolito di Calendula
Aggiornato l'ultima volta il 19 luglio 2015.

mercoledì 13 marzo 2013

Tintura di Calendula

 Come si sarà notato in questo periodo son iperattiva e iperproduttiva, una volta tanto, quindi fra latte di soia autoprodotto e tofu, creme spignattate e torte al cioccolato da urlo vi lascio la mia ricetta della Tintura di Calendula. Premetto che è la prima volta che la faccio quindi saprò darvi migliori e più approfondite indicazioni dopo che l'avrò usata per un certo periodo.
Sottolineo come al solito che non sono medico/erborista/omeopata e che manco mi voglio sostituire ad essi; per tanto le ricette qui riportate sono solo a scopo informativo. Magari su di me funzionano, su di voi non hanno effetto e sui vostri amici invece fanno disastri, ma non me ne assumo la responsabiltà, quando usate le erbe la responsabilità è solo vostra.

Ingredienti
  • 25 g di fiori secchi di Calendula
  • 155 ml di alcool a 95° (quello alimentare, assolutamente non quello rosa!)
  • 95 ml di acqua
 Raccogliete i fiori di Calendula officinale o selvatica (arvensis) quando sono nel pieno della fioritura, al mattino dopo che la rugiada si è asciugata, in luna crescente o piena, possibilmente nei giorni in cui la luna è in Scorpione oppure in un Giorno del Fiore (Gemelli, Bilancia, Acquario). Le tabelle del tempo balsamico (il periodo in cui le piante sono più ricche di principi attivi utili all'uomo) danno come mesi migliori Aprile e Settembre ma secondo il mio modesto parere un giorno adatto è anche quello di San Giovanni, ed anche i giorni intorno al Solstizio d'Estate che sono quelli tradizionalmente più adatti per raccogliere le erbe, in particolare per usi curativi esteriori e interiori.
Mettete a seccare su reticoli all'ombra in un luogo ventilato per almeno due settimane in modo che perdano la maggior parte dell'acqua. In alternativa i capolini già seccati si possono comprare in qualsiasi erboristeria.
Io ho usato la Calendula selvatica (calendula arvensis) che ha i fiori molto piccoli, ma se usate quella officinale dovrete spezzettare i fiori e poi metterli in un barattolo, meglio se di vetro scuro (io ho solo le bottiglie scure quindi ho optato per un vasetto trasparente da tenere però al buio). Mischiate l'acqua e l'alcool e versateli nel barattolo in modo che i fiori ne siano ricoperti. Chiudere e conservate al riparo dalla luce per tre settimane agitando una volta al giorno; trascorso questo tempo filtrare con una garza o un filtro da caffe e conservare in bottiglie di vetro scuro con debita etichettatura.
Come potete vedere dagli ingredienti ho optato per un rapporto droga:solvente di 1:10, con solvente a 60° e ho usato fiori secchi ma queste indicazioni variano a seconda dell'uso che si vuol fare della tintura e del tipo di droga che si ha a disposizione.
Vedete che procedimento è facile, ci vuole solo un po' di pazienza nell'attesa ma si fa praticamente da sola!

Per uso esterno la Tintura di Calendula è adatta in caso di infiammazioni e arrossamenti in generale, ma viene specialmente indicata alle donne che hanno appena partorito in caso di infiammazioni intime e in presenza di punti (in questo caso si usa diluita in acqua come un normale detergente), inoltre può essere usata al posto di altri disinfettanti per la ciccatrizzazione del cordone ombelicale del bimbo. Applicata su eritemi, geloni, irritazioni da pannolino e acne (anche se in questi ultimi due casi io preferirei un unguento o una pomata privi di alcool) riduce infiammazioni e rossore e avvia la ciccatrizzazione.
Addizionata come ingrediente in creme autoprodotte apporta proprietà lenitive all'emulsione.
Per uso interno favorisce la ricomparsa di mestruazioni assenti o la diminuizione di quelle troppo abbondanti, se ne prendono 30-40 gocce, due o tre volte al giorno diluite in un bicchiere d'acqua o su una zolletta di zucchero a partire da una settimana prima della data presunta di inizio del mestruo. Tuttavia credo che i disordini del ciclo mestruale siano sintomi di disequilibri interiori in ambito femminile, sanabili solo con un lavoro di scoperta e accetazione di sè stesse, magari affiancate da ginecologi, naturopati, erboristi o altri esperti. Esistono comunque alcuni testi la cui lettura potrebbe facilitare un lavoro di questo tipo, e che nella mia esperienza sono stati sicuramente utili, come Luna rossa di Miranda Gray e Mestruazioni di Alexandra Pope. In qualsiasi caso credo che specialmente per risolvere problematiche  in questo campo siano più efficaci, sicuri e "compatibili" trattamenti naturali (la vita si cura con la vita, non o non solo con sostanze inerti di sintesi), dolci e che curano tutto il complesso della persona, non solo i sintomi fisici.

La Calendula è una di quelle piante che si usano dalla notte dei tempi, e che attraverso tutti questi secoli ha portato solievo e benessere laddove invece c'erano sofferenza e squilibrio, specialmente in ambito femminile, e mi piace pensare che fosse una di quelle erbe che le antiche Donne di conoscienza in grado di usare ma anche "capire" lo spirito delle piante usavano. Inoltre dopo questa ennesima ricerca sulla dolce Calendula, non posso che confermare l'impressione che già avevo avuto studiandone la parte mitologica e folklorica di pianta legata a Iuno/Giunone come dolce Signora delle donne che si occupa delle madri e dei bambini, intimamente legata al ciclo lunare e a quello muliebre.
Se penso alla Calendula penso oltre che al suo spirito materno e dorato anche alle Sacerdotesse, alle Guaritrici e alle Donne sapienti che l'hanno usata attraverso i secoli, magari all'interno di templi o di semplici capanne odorose di erbe, e sorrido, pensando di poter essere ancora oggi una diloro, una donna che ha fra le mani lo stesso potere risanatore.


Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte.

Vedi anche:
Arcadia: Tinture
Calendula
Lo Spirito della Calendula
Alcune varietà di Calendula
Illustrazioni botaniche di Calendule
La Calendula nell'antichità  
Mitologia della Calendula 
Oleolito di Calendula
Unguento di Calendula
Unguento alla Calendula e Iperico
Chryse - Unguento lenitivo di Camomilla, Calendula e Lavanda

giovedì 7 marzo 2013

Oleolito di Calendula

 Ingredienti
  • fiori di Calendula
  • olio
Raccogliete i fiori di Calendula officinale o selvatica (arvensis) quando sono nel pieno della fioritura, al mattino dopo che la rugiada si è asciugata, in luna crescente o piena, possibilmente nei giorni in cui la luna è in Scorpione oppure in un Giorno del Fiore (Gemelli, Bilancia, Acquario). Le tabelle del tempo balsamico (il periodo in cui le piante sono più ricche di principi curativi) danno come mesi migliori Aprile e Settembre ma secondo il mio modesto parere un buon giorno è anche quello di San Giovanni, ed anche i giorni intorno al Solstizio d'Estate che sono quelli tradizionalmente più adatti per raccogliere le erbe, in particolare per usi curativi esteriori e interiori.
Oltre ai fiori, si possono raccogliere le sommità fiorite quando la maggior parte dei fiori sono sbocciati sempre nei periodi sopra indicati. Tuttavia io le raccolgo praticamente tutto l'anno, esclusi i mesi invernali, e non ho mai avuto problemi; solo il vostro oleolito potrebbe essere un po' meno ricco di proprietà medicinali, ma non temete, questo non vuol dire che ne sarà privo!
Mettete a seccare i fiori su reticoli all'ombra in un luogo ventilato per almeno una settimana. In vero ci sono opinioni contrastanti: c'è chi usa la pianta fresca e chi invece la secca, ma sembra che seccando perda parte della sua utilità; d'altra parte i fiori appena colti sono ricchi di acqua la quale potrebbe compromettere la conservazione dell'olio e generare muffe (se dovesse capitarvi questo, filtrate immeditamente in modo da "salvare il salvabile", potrete aggiungere nuovi fiori in seguito). Io sono arrivata al compromesso, come si può leggere, di far asciugare almeno un po' le Calendule e poi metterle nell'olio. Ma sperimentate e vedete quale metodo è migliore per voi!
Mettete i fiori in un barattolo di vetro senza schiacciarli troppo e poi copriteli d'olio, quello che preferite a seconda dell'uso che ne volete fare: per il viso ad esempio va bene l'olio di jojoba, più leggero dell'olio d'oliva e quindi adatto anche alla pelle un po' grassa del viso, oppure quello di vinaccioli. Se invece volete usare l'oleolito per far ciccatrizzare le piccole ferite e screpolature vanno benissimo anche quello d'oliva, girasole, riso, mandorle (attenzione, irrancidisce facilmente quindi maneggiatelo con cura) o un misto.
I fiori tendono ad assorbire l'olio per cui dopo qualche giorno se vedete che spuntano oltre la superfice del liquido aggiungetene ancora un po'. Lasciate macerare al buio in luogo caldo per un mese, o al sole coprendo il vaso con carta stagnola per almeno quindici giorni, smuovendolo il barattolo di tanto in tanto. A quel punto l'olio avrà assunto un caldo color giallo-arancio e sarà arrivato il momento di filtrarlo con una garza prima e con un filtro da caffè o cotone dopo, spremendo per bene i fiorellini in modo che rilascino tutto l'olio possibile. Si conserva in bottiglie di vetro scuro debitamente etichettate, al riparo dalla luce e dal calore.

Usi
Quest'oleolito si può usare su scottature, piccole ferite (quando si è già formata la crosta), screpolature, arrossamenti e per favorire la guarigione delle lesione provocate da psoriasi, eczemi, geloni, eritemi, dermatiti e simili. In combinazione con la Camomilla è particolarmente adatto alla pelle sensibile o dei bimbi e per curare arrossamenti e infiammazioni. Con l'aggiunta anche della Lavanda si avrà un olio perfetto per tutti i problemi della pelle. Con l'Iperico invece agisce in sinergia per favorire la ciccatrizzazione e la cura delle scottature nonché per sedare il bruciore.
Con quest'oleolito o con un misto di quelli sopra citati  e cera d'api si possono preparare unguenti dalle proprietà uguali a quelle dell'oleolito ma sicuramente più pratici da usare.
Può essere aggiunto anche a creme e saponi autoprodotti, o usato per massaggi.


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Vedi anche:
Arcadia - Oleolito: cos'è e come si prepara
Calendula
Lo Spirito della Calendula
Alcune varietà di Calendula
Illustrazioni botaniche di Calendule
La Calendula nell'antichità
Mitologia della Calendula   
Tintura di Calendula
Unguento di Calendula
Unguento alla Calendula e Iperico
Unguento lenitivo di Camomilla, Calendula e Lavanda
Oleolito d'Iperico

Aggiornato l'ultima volta il 6 Aprile 2015.

Apple Butter: ovvero Burro di Mele speziato


Era un po' di tempo che volevo realizzare questa ricetta in cui mi sono imbattuta quasi per caso, e alla fine sono riuscita a farla. Anche solo il nome conquista alla prima lettura: burro di mele. Ed il sapore devo dire che è stato all'altezza delle aspettative!
Così un pomeriggio sono andata al mercato; non è un posto dove vado spesso non sopportando troppo la folla e le vecchie che ti spingono come forsennate, ma ogni tanto mi piace girovagare per le bancarelle, soprattutto quelle di fiori e di verdure, e lasciarmi stupire da colori, forme, odori...
E dunque come mi era stato consigliato, ho trovato un banchetto che vendeva mele di seconda scelta assortite e me ne sono portata a casa ben due chili, sbandando un po' sulla bicicletta che pendeva tutta da una parte.
E già qui c'è stata una soddisfazione: molte mele a basso prezzo, e poi che mele! Non quelle giganti dei supermercati, che sembrano uscite da un frutteto nei pressi di Cernobil, ma piccole e fragranti meline dalla polpa soda e croccante (lo ammetto, mentre le tagliavo ho rubacchiato qualche boccone!) e dalla buccia giallo-rosata, o verde che sfuma nel rosso scuro, od ancora verde chiaro come le foglie di acacia appena spuntate (purtroppo le foto non rendono a pieno le sfumature).
E poi le spezie, che mi rendono sempre felice quando posso infilarle da qualche parte, e l'odore delle mele cotte che invadeva la cucina già piena di sole...insomma, spero che questa ricettina possa far contente anche voi, alle soglie della primavera, quasi fuori dalla porta dell'inverno.

La mia ricetta, come al solito, è un po' approssimativa in quanto credo fermamente che la cosa migliore sia sperimentare e che ognuna si trovi la propria combinazione perfetta e speciale. Dunque prendetela per ciò che è, ovvero una traccia. Soprattutto le spezie sono molto soggettive, scoprite voi quali vi piacciono di più e in che combinazione!


Ingredienti
- 2 kg di mele anche miste
- il succo di un limone
- 500 ml di succo o sidro di mela biologico
- zucchero di canna
- cannella, pepe, noce moscata, cardamomo, chiodi di garofano a piacere

Sbucciate le mele, togliete il torsolo e tagliatele a pezzi, spruzzandole con il succo del limone perché non anneriscano. Quando avete finito di pulire tutte le mele pesatele e segnatevi il peso: a me dai 2 kg iniziali erano rimasti circa 1,450 kg. Mettetele in una pentola ampia dal fondo spesso a fuoco medio coperte e aspettate che diventino belle morbide mescolando di tanto in tanto; quando iniziano a disfarsi e sono molto morbide frullatele con un frullatore ad immersione o un passa verdure (secondo altre versioni è a questo punto che la polpa va pesata) in modo da ottenenere una purea omogenea e densa. Rimettete sul fuoco con mezzo litro di succo di mele o sidro di mele e aggiungete le spezie tritandole finemente e lo zucchero in quantità pari a metà del peso delle mele; nel mio caso avendo 1,450 kq di mele avrei dovuto mettere circa 700 g di zucchero, ma non amando le cose troppo dolci ho preferito diminuire fino a 500 g che comunque non sono pochi.
Lasciate cuocere a fuoco basso mescolando spesso finché non ha assunto un bel colore ambrato e si è addensata, considerando sempre che da fredda sarà un po' più solida che da calda. A questo punto versate in barattoli di vetro ben puliti, riempite fino a circa un centimetro dal tappo, chiudete e girateli in modo che si formi il sottovuoto; in alternativa lasciate raffreddare i barattoli scoperti, poi chiudete e bollite i barattoli per almeno 40 minuti in modo da sterilizzare la conserva. In entrambi i casi l'apple butter si conserverà fuori dal frigo, in dispensa come tutte le altre marmellate. Una volta aperto il vasetto va tenuto in frigo e consumato entro pochi giorni visto che la quantità di zucchero non è quanto quella delle marmellate propriamente dette e dunque dura molto meno, iscché consiglierei di usare barattoli non troppo grandi.
Per il mio personale gusto, nonostante abbia usato una quantità minore di quella dovuta di zucchero, risulta ancora un po' troppo dolce, quindi ne basta una piccola quantità per insaporire il pane (forse "piccola quantità" per me equivale a "quantità normale" per voi, visto che di solito abbondo con le marmellate! Per me il pane dev'essere interamente coperto da uno strato ben visibile di confettura :D, quindi regolatevi voi).