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venerdì 23 agosto 2019

Il canto di Penelope

Il canto di Penelope di Margaret Atwood, Ponte alle Grazie, 2018
Numero pagine: 160
Lingua originale: inglese
Titolo originale: The penelopiad
Prima edizione: 2005
Prima edizione italiana: 2005
Genere: romanzo breve mitologico
Ambientazione: Grecia
Epoca: mitologica

Di Margaret Atwood ho letto vari romanzi, alcuni che mi hanno conquistata, come Il racconto dell'Ancella e L'altra Grace, ed altri che non mi hanno detto nulla, come La donna da mangiare; il che è comprensibile comunque, all'interno di una produzione ampia come quella della Atwood è praticamente impossibile che piaccia tutto. Sicché, ogni volta che apro un suo libro, non so mai se finirà nella categoria "belli" o in quella "noiosi", e quando ho iniziato a leggere Il canto di Penelope, non avevo proprio idea in quale sarebbe finito: l'argomento mitologico è fra i miei prediletti, ma per scrivere qualcosa di nuovo sull'epica omerica bisogna essere fantasiosi e bravi scrittori.
Il libro è composto da una breve introduzione, in cui la Atwood specifica i motivi del libro ed il fatto di aver considerato altre fonti, oltre all'Odissea, per ricostruire la vita ed i pensieri di Penelope, affascinata dalla tragica fine delle dodici ancelle di Penelope impiccate dopo il ritorno di Odisseo e la strage dei pretendenti, per essere state loro complici ed amanti.
E' Penelope stessa, dall'Ade, a raccontare la sua vita e quella delle sue dodici ancelle, le quali come personaggio collettivo in una sorta di coro da tragedia greca, intervengono direttamente ad intervallare la narrazione principale con brevi canti poetici, riprendendone i temi. Penelope sa che la sua storia, così come è stata tramandata, è divenuto un racconto edificante su come le donne debbano comportarsi, così richiama i momento della sua vita, dall'infanzia quando fu salvata dalle anatre di cui porta il nome, alla prova sostenuta da Odisseo per poterla sposare presso il padre Icario, la vita ad Itaca, la nascita di Telemaco e la partenza di Odisseo, gli anni solitari dell'attesa, le insidie dei Proci, l'inganno della tela, il viaggio di Telemaco alla ricerca di informazioni sul padre, ed in fine il ritorno del marito e la strage dei pretendenti e delle fedeli ancelle. Sul finale si trova una nota antropologica sul culto lunare, che sembrerebbe essere adombrato dal sacrificio delle dodici ancelle, interpretate come i mesi lunari, di cui il tredicesimo sarebbe rappresentato da Penelope stessa, una sorta di somma sacerdotessa di questa sorellanza lunare. Nella sua forma ricorda le teorie frazeriane di Robert Graves in I miti greci, il quale in effetti viene ricordato dall'Autrice nella nota finale.
Leggiamo anche di un processo ad Odisseo dei giorni nostri, a tratti tragicomico, in cui viene affrontato il tema dello stupro delle dodici ragazze, mentre nella conclusone esse diventano, nella morte e vita dopo vita, delle persecutrici di Odisseo, dal quale non hanno mai ottenuto giustizia.
In questo campo di Asfodeli malinconico che è l'Ade, incontriamo da vicino i personaggi che di norma le rielaborazioni dell'Odissea lasciano in ombra: Anticlea, la madre di Odisseo, Euriclea la vecchia nutrice, un po' maniaca del controllo, un po' eterna balia; Melantò dalla bella guancia, l'ancella fedele; Antinoo, il pretendente più agguerrito. Troviamo anche Elena, che risulta un personaggio leggero, privo di sostanza, una bellezza vuota di significato e di carattere; il rapporto fra lei e Penelope è fatto di rivalità e confronto, come spesso succede anche nella vita reale fra alcune donne. Ed in effetti le dinamiche femminili sono il vero tema di questo libro: quella fra Penelope e le ancelle, con Anticlea e Euriclea nel momento in cui si inserisce in una casa straniera con le sue regole, con il figlio ormai adulto, con i pretendenti esemplificati da Antinoo che la vedono solo come uno strumento per raggiungere potere e ricchezza, ed in fine quello con Odisseo, che in un gioco di specchi con l'Odissea, ha qui il ruolo normalmente assegnato a Penelope, quello di comparsa.
E' molto forte anche il tema della differenza di classe che condiziona in maniera massiccia la vita delle ancelle: non sono principesse e regine, ma donne di fatica alla mercé di chiunque.
Penelope ci parla del passato ma senza essere cieca sul presente contemporaneo, che osserva dall'Ade, cosicché la dimensione epica e quella presente si mischiano in una maniera particolarissima, è sicuramente una trova molto interessante, poco comune nel genere dei rimaneggiamenti dell'epos omerico. 
La forma è mista, atipica, spazia dalla prosa alla poesia, dalla narrazione al testo teatrale, dal passato al presente, dal mito alla denuncia sociale e di genere, dal tragico al comico in maniera riuscita.
Quindi per tornare alla domanda iniziale: in quale categoria collocherei questo romanzo della Atwood? Direi che può entrare tranquillamente nella categoria dei "belli", l'unica pecca infatti è che sia troppo corto!
Consigliato sia agli estimatori della mitologia greca, per poterla vedere in una luce diversa, sia a coloro che apprezzano i romanzi incentrati su tematiche e personaggi femminili.

giovedì 22 agosto 2019

La Splendente

La Splendente di Cesare Sinatti, Feltrinelli, 2018
Numero pagine: 240
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 2018
Genere: romanzo mitologico
Ambientazione: varie città ed isole della Grecia, la Troade
Epoca: mitologica

La mitologia classica è stata uno dei miei primi amori, sicché ho letto vari rifacimenti dei principali cicli mitologici, e nessuno è stato più utilizzato di quello della guerra di Troia, con tutte le premesse fino ai ritorni degli eroi. Così, quando ho letto della pubblicazione di questo romanzo, l'ho preso, ma ho rimandato più volte la lettura: un po' perché conoscendo già la storia e il suo svolgersi, a volte trovo piuttosto noiosi i romanzi tratti dal materiale mitologico, ed un po' perché cosa può ancora essere detto ai giorni nostri sulla guerra di Troia? Pensavo poco o nulla, prima di leggere Cassandra di Christa Wolf, che mi ha sorpresa e rapita, così alla fine ho ripreso in mano anche La Splendente. Inizia con la narrazione dei fatti che precedono la guerra: la storia dei Tantalidi da Tantalo ai figli di Atreo, il concepimento dei quattro figli di Leda, fra cui Elena, il matrimonio di Peleo e Teti ed il pomo della discordia, l'infanzia di Patroclo e Achille a Ftia e poi sull'isola di Sciro fra le figlie di Licomede, la giovinezza di Odisseo e poi il ratto di Elena, il sacrificio di Ifigenia, l'arrivo a Troia e gli anni della guerra fino al decimo e ultimo con la morte di Patroclo, Palamede, Ettore, Pentesilea, Tersite, Achille.
Ed in fine i ritorni: quello di Agamennone, di Odisseo, ed in ultimo, Menelao in Egitto secondo la versione meno nota del mito, secondo la quale Elena non raggiunse mai Troia, ma venne trattenuta in Egitto presso re Proteo.
La storia è narrata seguendo solo gli eroi greci, tanto che i Troiani appaiono come un'entità indistinta da sfondo alla guerra, Ettore, è visto solo come un cadavere nella tenda di Achille e non vediamo Troia cadere, il saccheggio e le uccisioni vengono solo ricordate rapidamente.
Per quanto riguarda i personaggi gli Atridi, Menelao ed Agamennone, sono dipinti a tinte fosche, permeati della follia che perseguita la loro stirpe, Achille è sospeso a metà fra divinità e mortalità, incapace di provare dolore e per questo privo di empatia, ma non di paura, fra tutti, è il più riuscito ed originale, Odisseo è il solito astuto personaggio, però tormentato dal destino del padre (secondo un mito minore) Sisifo, condannato nell'Ade per le azioni commesse in vita. Il personaggio che mi ha stupito e che non conoscevo è Epipola, una donna andata a combattere travestita da uomo ed in fine smascherata e lapidata; tra l'altro, da questo uso di miti e tradizioni minori abilmente intrecciati coi filoni principali, si comprendono la competenza dell'Autore nonché l'attenzione e la dedizione al materiale originale, ed inoltre porta anche un minimo di originalità, che non guasta. Uno dei punti cruciali del riutilizzo moderno dell'epos omerico è come gestire l'intervento degli Dei, così presenti nei poemi originali: l'Autore quasi li elimina dalla narrazione, rimangono fuori dall'azione anche laddove nel mito originario scendono in battaglia o agiscono materialmente; l'unica forza onnipresente ed ineluttabile è il fato, annunciato dagli oracoli e destinato ad adempiersi senza fallo.
Elena, la divina bellezza che "mosse migliaia di navi", è vista sempre e solo dall'esterno, non sappiamo mai quello che pensa, divenendo quasi un miraggio, che splende (o forse no) sulle mura di Troia, una visione al fondo di ogni donna. E' lei la Splendente, l'incarnazione della bellezza, la cui distruzione è l'unico vero dolore, il più grande, da cui gli altri derivano: che una cosa sia bella e poi non sia più. Questo capisce Achille, vicino alla morte, nelle pagine che più ho apprezzato di tutto il romanzo.
In definitiva, si è trattato di una lettura piacevole, che può essere particolarmente apprezzata dagli amanti del mito greco: non è la solita riscrittura!

Utilità
Se ti è piaciuto questo libro e ti incuriosisce il tema della guerra di Troia potrebbero interessarti anche i romanzi:
  • Cassandra di Christa Wolf
  • Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese
  • Il canto di Achille e Circe di Madeine Miller
  • Il canto di Troia di Colleen McCullough
  • La casa dei nomi di Colm Tóibín
  • La torcia di Marion Zimmer Bradley
Per bambini:
Saggi:
  • Elena di Troia di Bettany Hughes
  • Il grande racconto della guerra di Troia di Giuli Guidorizzi
  • La guerra di Troia di Barry Strauss
  • La scoperta di Troia di Heinrich Schliemann

Storie della storia del mondo

Storie della storia del mondo di Laura Orvieto, Giunti, 1984
Numero pagine: 251
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 1911
Genere: romanzo mitologico per bambini
Ambientazione: la Grecia e la Troade
Epoca: mitologica
Età di lettura: dai 10 anni

Probabilmente la metà di voi ha letto questo libro da bambino; a me, è stato regalato l'anno scorso. Mia madre l'ha trovato fra i libri scartati dalla biblioteca messi a disposizione liberamente per i passanti, e conoscendo la mia passione per la mitologia greca (che lei stessa mi ha instillato), ha pensato bene di portarmelo (insieme ad una curiosa traduzione letterale della Medea di Euripide).
L'ho tranquillamente ignorato, finché ieri sera, avendo terminato la lettura di una serie di romanzi piuttosto impegnativi e a dirla tutta noiosi, avevo voglia di qualcosa di leggero per depurarmi la mente, così, dando un'occhiata alla pila di libri ancora da leggere, ho pescato Storie della storia del mondo ed ho iniziato.
Si tratta di un libretto carino, che racconta le premesse e lo svolgersi della guerra di Troia, raccontato da una madre a due bambini, Leo e Lia, i quali ogni tanto intervengono con domande e specifiche.
Si parte con una domanda apparentemente banale: "Chi era Laomedonte?", ed inizia così un susseguirsi di storie sulla dinastia Troiana compresa la storia di Esione sorella di Priamo, l'abbandoni di Paride infante e poi del suo amore per Enone, su quella degli Atridi a partire da Atreo e Tieste, della scelta di Elena e Meneleo e il giuramento dei pretendenti, sulle nozze di Peleo e Teti, il pomo di Eris e la scelta di Paride, sulla spedizione dei Greci da Aulide con il sacrificio di Ifigenia fino agli anni della guerra, all'ira di Achille e ai fatti dell'Iliade (i dialoghi stessi sono quasi identici a quelli del poema omerico), fino all'inganno del cavallo. La distruzione di Troia e i ritorni non vengono narrati, ma si accenna invece alla storia di Enea, al suo incontro con Didone e alla futura fortuna di Roma.
La seconda parte del libro (una cinquantina di pagine) è costituita da attività didattiche.
Probabilmente è stato il libro di partenza per la conoscenza del mondo mitologico classico per generazioni, e a ragione: le storie mitologiche sono riportate senza stravolgerle eccessivamente per adattarle ad un pubblico di bambini, vengono mantenute le stragi e le uccisioni, in parte gli interventi degli Dei, vengono però eliminate le violenze sessuali.
Il linguaggio è semplice senza però rinunciare a parole o epiteti tipici dell'epica, che vengono prontamente spiegati dalla narratrice; unica pecca, comunque dovuta all'epoca e alla cultura di pubblicazione, si trovano alcuni stereotipi di genere che io non apprezzo mai.
A parte questo, si tratta di un libro ben fatto, che può ancora essere considerato un buon punto di partenza per i giovani lettori, per avvicinarsi al mondo classico.

martedì 2 luglio 2019

Eterno femminino mediterraneo

Eterno femminino mediterraneo di Uberto Pestalozza, Neri Pozza, 1996 (ristampa anastatica dell'edizione del 1955)
Numero pagine: 128
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 1954
Genere: saggio

Interessandomi sia di religioni antiche che di spiritualità femminile, anni fa mi è capitato di imbattermi nelle teorie di Uberto Pestalozza e del suo entourage, fra cui anche Momolina Marconi. Per varie vicissitudini, pur conoscendo sommariamente il suo pensiero non avevo mai letto questo suo lavoro, ma solo qualche breve trattato su specifici aspetti di divinità. Così, avendo trovato online Eterno femminino mediterraneo mi sono decisa a leggerlo.
Ecco un sunto di ciò che contiene questo volumetto, tenendo presente però, che a volte Pestalozza salta di palo in frasca e non sempre sviluppa un discorso in maniera organica.
L'autore cerca di ricostruire una ipotetica religiosità pre-greca, diffusa in buona parte del bacino del Mediterraneo, che potremmo dire pre-indoeuropeo, concentrandosi in particolare sulla civiltà Minoica, e sulle vestigia di questa religiosità rintracciabili nella Grecia storica.
Questa religione, dice, era imperniata su una Dea che chiama Potnia, “la Signora”, il cui nome è stato trovato in alcune tavolette micenee. L'elemento fondamentale della Potnia, nascendo in una civiltà agricola che vedeva un'unità fra la divinità e la Terra, era dare la vita. All'equazione terra=dea, si aggiunge la donna, manifestazione umana della Potnia; più vicina alla terra dell'uomo, in virtù di questa unità sarebbe stata particolarmente attiva nell'agricoltura , e così anche prima conoscitrice delle virtù curative delle piante.
Simboli della Potnia minoica erano l'ascia bipenne, ipotizzato anche come strumento agricolo, e la torcia, ereditato quest'ultimo da alcune dee storiche, per cui il fuoco è anche simbolo di purificazione e fecondità.
L'aratura prefigura la mixis cioè lo hieros gamos, il matrimonio divino, per cui se dea=terra=donna, l'unione sessuale sulla terra arata ne stimola la fertilità. Oltre al solco terrestre anche alcuni fiori e frutti, come il melograno, sono simboli dell'aidoion, come lo chiama l'autore, ovvero del sesso della Dea. Altra identità oltre a quella dea=terra=donna, si ha con la luna che con il suo ciclo influenza l'agricoltura, così come il mestruo. Il Sole, tanto glorificato simbolo maschile nelle religioni storiche, in questo studio risulta al servizio della Potnia, in quanto in grado di favorire la vita vegetale.
La Potnia regna anche sul mare, oltre che su tutte le espressioni terrestri: è legata alle grotte, ai pascoli (e quindi gli armenti), ai campi e ai prati (e quindi al nutrimento e alle erbe curative).
C'è nel pensiero religioso mediterraneo, dice Pestalozza, una fluidità ed unità delle varie forme che rimandano l'una all'altra, per cui la metamorfosi è avvertita come naturale, non così nella mitologia greca per cui essa è spesso punizione o dovuta ad un atto di pietà. Non esisteva dunque il senso di sovranità dell'uomo sulla natura.
Mentre sono state trovate rappresentazioni del sesso femminile, nella Creta minoica (a detta di Pestalozza) mancavano segni fallici, ipotizza quindi che questi fossero sostituiti dal serpente e dal corno. I greci al contrario, rappresentavano il fallo ma non la vagina.
Le epifanie animali più comuni della Dea erano quella taurina ed equina, ma essa era anche vicina ai serpenti come la nota Dea dei serpenti cretese, legata all'ambiente della reggia e quindi anche protettrice della regalità.
In un certo momento, da essere metamorfico che si presenta come animale, essa diventa la Signora degli Animali; ma è anche la Dea Ape Melissa, che si collega alle sue epifanie vegetali, e da qui alla forma di colonna o palo. Inoltre per tutti questi suoi attributi, è anche conoscitrice delle erbe e quindi dei pharmaka, ovvero dei rimedi vegetali, secondo Pestalozza in particolare di quelli usati per placare i dolori del parto, efficaci sia perché medicina, sia perché pregni del potere della Dea, e da qui la Potnia pharmakides, "strega, maga" di cui resta traccia in Circe, Medea, Pasife, Elena, per quanto non più divine.
Altra caratteristica della Potnia è di essere senza madre e senza padre (attributo mantenuto dalla Gaia greca), è autogenerante essendo per antonomasia colei che da la vita, ma si unisce anche col paredro “colui che siede affianco”, essendo la sua unione portatrice di fertilità: da qui l'istituzione, comune a varie zone mediterranee, della prostituzione sacra, per cui le ierodule incarnavano la Potnia ricreando lo hieros gamos.
Inoltre la Potnia è parthenos, cioè vergine, sia nel senso che è autonoma, estranea a qualsiasi violenza, libera, sia perché può riacquistare la verginità (come alcune divinità olimpiche fanno bagnandosi in acque particolari).
La figura dell'androgino originario viene scisso dunque questa grande Potnia femminile e nel paredro, figlio e amante, che nel ciclo originario muore e poi ritorna, così come il seme nella terra, come adombrano (in maniera più o meno completa, ovvero più o meno patriarcalizzata) i miti di Rea e dello Zeus cretese, Ishtar e Tammuz, Isis e Osiris, Cibele e Attis. Tuttavia anche le Potnie minori (ovvero quelle che nella mitologia greca non sono più Dee) a volte muoiono; in ogni caso tutta questa serie di copie divine che condividevano una hierogamia, lascia intendere la sacralità dell'unione sessuale per i popoli mediterranei, ed il fatto che la morte non fosse sentita come negativa e definitiva. Una traccia di questa concezione è rimasta nell'idea dei Campi Elisi a cui gli uomini giungevano dopo la morte. Questo ciclo escatologico sarebbe ciò che in tempo storico ha portato ai noti Misteri Eleusini.
Segue la bibliografia.
Per quanto riguarda lo stile, ad un lettore moderno risulta inevitabilmente piuttosto arcaico (è comunque un testo pubblicato negli anni 50), a tratti poetico, a volte oscuro. Mi ha fatto sorridere la capacità di trovare le più varie (e a volte aggraziatissime) circonlocuzioni per non dire sesso, vagina e pene. L'opera è corredata da alcune immagini che rappresentano alcuni degli oggetti di cui parla l'autore; nota negativa è il fatto che faccia molti rimandi a suoi scritti precedenti, che non nomina mai, per cui a volte lascia delle affermazioni inspiegate, inoltre quando cita altri autori non dà indicazioni a riguardo, a volte non dice neanche chi sta citando.
Per chi non conosca greco e latino, la lettura potrebbe essere compromessa dal fatto che sono riportate frasi e parole prive di traduzioni in italiano.
Passando al contenuto, ho apprezzato molto alcune delle sue teorie, e nella storia dello studio delle religioni è stato sicuramente uno di coloro che hanno rotto la visione totalmente patriarcale delle civiltà antiche, che non poteva dare credito ad ere in cui le donne avevano prestigio, importanza, il cui il femminile era sacralizzato.
Tuttavia, alcuni collegamenti mi sono sembrati piuttosto forzati (a volte ho avuto difficoltà a seguirli e a capire come secondo lui si collegasse una cosa ad un'altra), l'impressione a tratti è stata che l'autore vedesse solo quello che voleva vedere, ovvero solo gli elementi che potessero avvalorare la sua tesi.
Inoltre il continuo sottolineare la superiorità femminile, è sì, da una parte, un ribaltamento che dà da pensare, dall'altro il porre il maschile in una posizione di sottomissione e inferiorità mi sembra altrettanto negativo del contrario.
Sicché trovo che sia un testo che può essere letto, sia per il suo valore storico, innovativo per il suo tempo, sulla religiosità matriarcale, sia per prendere coscienza di un modo alternativo di sacralità e di conseguenza di società, tenendo comunque presente il fatto che ad oggi esistono altri testi che studiano le società matriarcali passate e presenti a livello religioso, economico, sociale ecc. in maniera più chiara e scientifica di questo; lo consiglierei solo a veri appassionati dell'argomento o a specialisti del settore.

Utilità
Potete scaricare in PDF o leggere on-line Eterno femminino mediterraneo andando a questa pagina del sito dedicato all'Autore.
Esistono varie raccolte degli studi di Pestalozza, tutte di difficile reperibilità e specialistiche, questo è sicuramente il testo più accessibile, insieme a I miti della donna giardino.
Se ti è piaciuto questo libro potrebbero interessarti anche:
  • I miti della donna giardino di Uberto Pestalozza
  • Da Circe a Morgana di Momolina Marconi
  • Le dee perdute dell'antica Grecia di Charline Spretnak
  • Le dee viventi di Marjia Gimbutas

venerdì 2 febbraio 2018

Gli dei della Grecia

Gli della Grecia di Walter F. Otto, Adelphi, 2017
Numero pagine: 337
Titolo originale: Die Götter Griechenlands
Lingua originale: tedesco
Prima edizione: 1929
Prima edizione italiana: 1941
Genere: saggio

Da anni volevo approcciare i lavori di Walter Otto. I miei studi sulla mitologia greca hanno radici già attecchite nell’adolescenza; crescendo anche grazie all’interesse per alcuni aspetti del neopaganesimo, mi sono trovata più volte davanti a testi sulla mitologia osannati dai “profani” ma poco considerati dagli addetti ai lavori come quelli di Robert Graves, di Margaret Murray, di Umberto Pestalozza od anche di Marjia Gimbutas. Nulla da dire, chi più chi meno in alcuni casi sono sembrati anche a me piuttosto arbitrari. Walter Otto si colloca a metà, a mio parere, fra gli studi prettamente accademici ed accettati , e quelli meno scientificamente provati ma che sono diventati di culto. Otto infatti era uno studioso che insegnò per lunghi anni sia riguardo al mondo latino che a quello greco, ma il cui lavoro fu tacciato di arbitrio e soggettivismo; ciononostante è ancora oggi famoso, anche solo come un pezzo della storia degli studi sulle religioni.
Questo testo, è il più noto in Italia insieme a Dioniso, mito e culto e Le Muse e l’origine divina della parola e del canto, e sono rimasta molto stupita quando, cercandone una recensione, non ne ho trovata nessuna valida o anche solo più lunga di 10 righe.
Il volume, che per mia fortuna sono riuscita a trovare in edizione economica (15 euro a fronte dei circa 40 di edizioni precedenti) si apre con le prefazioni di Otto alla seconda (1934) e alla terza edizione (1947), per poi partire con l’introduzione ed una premessa, nelle quali Otto nota come la comprensione della religione greca risulti difficoltosa ad un moderno, permeato dalla credenza che una religione per essere solenne, morale, alta debba anche essere trascendente e quindi staccata dalla natura, personale (nel senso di un rapporto individuale di vicinanza con Dio) come cristianesimo e ebraismo ci hanno insegnato. Seppure tutto ciò non si trovi nella religione greca (escludendo i culti misterici) Otto individua una profonda religiosità in particolare nei poemi omerici che per lui sono l’incarnazione del vero pensiero religioso greco, in cui il divino non è staccato dal naturale in quanto è la natura stessa manifestazione del divino, lasciando quindi dietro di sé, nell’epoca pre-olimpica, tutto ciò che ha a che fare con il sopranaturale ed il magico. Chiaramente tutto ciò non si esprime in forma dogmatica, ma si desume analizzando i fatti e i comportamenti di Dei ed Eroi.
Questo il pensiero generale, che viene sviluppato nei capitoli successivi. Personalmente, trovo un po’ arbitrario identificare nei soli poemi omerici il sunto e la più alta manifestazione della grecità (ma esiste una grecità?), certo essi furono presenti al pensiero per tutti i successivi secoli durante i quali l’Ellade continuò a svilupparsi in tutti i campi, ma penso che mito e culto vadano indagati insieme, inoltre il materiale che la Grecia antica ci offre è talmente ampio in ogni ambito ed epoca che trovo riduttivo prendere Omero come manifesto universale .
Nel capito Religione e mito dell’epoca arcaica esplora il passaggio da una religione pre-olimpica a quella dominata da Zeus e dagli altri Dei abitatori dell’Olimpo che tanta parte hanno nell’epica omerica (precisa come secondo lui sia impossibile tracciare storicamente questo cambiamento del pensiero religioso, che pur tuttavia è chiaramente avvenuto). Gli antichi Dei, che potremmo anche chiamare Titani, dominati dal femminile e legati agli elementi, alla terra, così come alla morte, che si manifestano volentieri in forma animale, non scompaiono, ma vengono relegati in secondo piano, per affermare ciò Otto si avvale delle Eumenidi di Eschilo con il famoso processo ad Oreste e della Teogonia laddove si parla di Crono, Gaia e dello scontro fra Titani e figli di Crono.
Il legame con la morte, caratteristico delle figure pre-olimpiche, è totalmente assente nelle funzioni degli Dei successivi, le quali incarnerebbero totalmente la vita.
Ho trovato interessante questo capitolo, in verità più che altro quando traccia i contorni di questa più antica religiosità semi-sommersa in Omero, poiché in generale è quella che mi interessa di più. tuttavia il basarsi quasi esclusivamente su Eschilo e Esiodo per indagare i rapporti fra i due tipi di religiosità, mi lascia perplessa.
Nel capitolo 3, Figure degli dei olimpici, cerca di definire lo spirito ultimo di alcune delle più rilevanti divinità presenti nei poemi omerici, in particolare Atena ovvero il senno, la riflessione che applicata porta alla realizzazione (piuttosto fumosa mi è sembrata la spiegazione del perché, pur dominando su una sfera maschile, sia di sesso femminile); Apollo, colui che pur distaccato è, dopo Zeus, la sintesi del divino omerico, essenza dell’ordine e dell’armonia il cui adepto, il poeta, è anche profeta (su Apollo tornerà nell’Appendice); Artemide la cui essenza è natura e femminilità incontaminata, anch’essa contemplabile solo da lontano; Afrodite colei che muove all’unione ed essenza stessa di bellezza e grazia in ogni forma; Ermes, manifestazione divina di ciò che è fortunoso, o si può ottenere con scaltrezza, e che nell’indefinitezza tipica del suo essere ha a che fare sia coi vivi che con i morti, a differenza degli altri olimpici.
Precisa come non sia tanto importante il fatto che alcune di queste divinità nacquero in Asia o comunque in tempi pre-omerici, poiché qui vengono considerate così come sono nei poemi omerici. Inoltre, pur identificando per ognuno essenze diverse, nei capitoli successivi vengono ricondotte ad un’unità. In questo capitolo mi aspettavo un’esposizione lineare e cronologica dei vari aspetti degli Dei…beh nulla di tutto questo! Qui più che portare dati (che comunque non mancano) Otto interpreta; sennonché mi sembra una maniera piuttosto soggettiva di approcciare una disciplina che si vorrebbe se non totalmente scientifica, almeno tendente a ciò.
I due capitoli successivi, li ho trovati estremamente complicati, tanto che a tratti ho proprio fatto fatica a seguire il ragionamento, che per altro in più punti mi è parso totalmente personale e arbitrario.
Ne L’essenza degli dei l'autore parta del fatto che gli dei sono concepiti antropomorfi, giovani, immortali, non hanno contatto coi morti che se in tempi più antichi erano potenze che potevano interagire coi vivi, in Omero sono solo ombre, il passato, ciò che è stato; gli Dei sono ciò che è, inoltre Otto sottolinea come tutti i maggiori Dei omerici abbiano, anche presi singolarmente, potere e competenza su tutta l’esistenza umana, ed è appunto questo a garantire loro il primato sulle altre divinità.
Questo è quello che sono riuscita a cogliere ma devo ammettere che molti punti mi rimangono oscuri.
Se in questo capitolo si è dunque voluta definire la forma in cui erano concepite le divinità omeriche, nel successivo Essere e accadere alla luce della rivelazione degli dei si tenta di definine l’azione. Essi, gli Dei, operano insieme o soli e in ciò sta la molteplicità che l’uomo sperimenta, ma è comunque ricondotto all’armonia unitaria della superiorità di Zeus. L’uomo conserva il libero arbitrio poiché gli dei si manifestano nel suo agire, dunque le sue azioni sono sia umane che divine, sicché non esiste la colpa, ma sussiste la responsabilità.
In Dio e l’uomo fra le altre cose riprende la critica già antica all’antropomorfismo degli Dei greci, portando interessanti considerazioni sul perché ciò non dovrebbe essere visto in maniera negativa ma bensì come un segno di estrema prossimità fra l’uomo e il divino.
In Il Destino Otto indaga il legame fra gli Dei ed il destino, la Moira (figura pre-olimpica che però continuerà a vivere ed evolvere nei secoli successivi, viene qui indagata nella sua forma omerica) ovvero una sorta di necessario ordine universale al quale neanche gli dei possono sottrarsi, una potenza non personalizzata, che portando la morte, segna il confine di ciò che è divino, essendo esso, secondo Otto, totalmente vitale e opposto alla morte, naturale (nel senso di non soprannaturale). La differenza fra gli uomini e gli Dei è che questi ultimi conoscono il decreto, ciò che è stato stabilito e che deve avvenire perché l’ordine venga conservato.
Personalmente trovo difficile accettare un pensiero in cui vita e morte non sono legati inestricabilmente l’una all’altra, anche nella figura divina, quindi questa decisa opposizione Dei vita-morte non mi ha convinto molto.
Seguono quindi la conclusione ed un appendice, non presente nel volume originale, intitolata La grande metamorfosi verso le religione di Zeus nella quale la figura che più emerge come caratteristica del pensiero religioso greco è Apollo.
La postfazione, piuttosto interessante, narra la genesi del libro, la fortuna, il perché dell’aggiunta dell’appendice, i legami con Nietzsche, i motivi dell’assenza di Zeus e Dioniso fra gli Dei indagati.
In sintesi mi è parso uno studio che è valido solo se si prendono per buone le premesse iniziali, smontando le quali non rimane molto se non qualche intuizione interessante o qualche argomentazione arguta. Merita comunque di essere letto da chi volesse approfondire, anche se come lettura è piuttosto laboriosa, sia perché ha un suo posto nella storia della storia delle religioni, sia perché offre un approccio particolare all'argomento mai esaurito della mitologia greca.

giovedì 4 gennaio 2018

L'amazzone di Alessandro Magno

L'Amazzone di Alessandro Magno di Bianca Pitzorno, Mondadori, 2015.
Numero pagine:290
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 2004
Genere: narrativa per ragazzi, romanzo storico
Ambientazione: Mediterraneo-Asia
Epoca: IV sec. a. C.
Età di lettura: dagli 11 anni

Giusto poco tempo fa ho scritto che solitamente non recensisco libri per bambini; beh, sto iniziando a fare delle eccezioni. Conosco la Pitzorno fin da bambina, quando mi ero innamorata di uno dei suoi libri, Diana, Cubido e il commendadore. Poi ho trovato questo, che mi è piaciuto subito, fin dal titolo: le amazzoni, le fiere donne guerriere della mitologia greca, ed Alessandro il Grande, uno dei più conosciuti fra i grandi personaggi storici dell'antichità greca, con la grandiosità delle sue imprese.
La protagonista di questo libro è una ragazzina, Mirtale, che si trova al seguito della grande spedizione in Asia del condottiero macedone.
Mirtale però non viene trattata come le donne greche, compagne degli eteri, i guerrieri ed amici più stretti di Alessandro, poiché lei è una trovatella; cresciuta per un certo periodo dai lupi e poi donata ad Alessandro, scopre di essere la probabile discendente della Regina delle Amazzoni, le forti cavallerizze di cui tanto si narra ma che nessuno sa dove vivano.
Cresciuta, per il volere di Alessandro, con un istruzione ed un addestramento come guerriera, affronterà il suo percorso, alla ricerca delle sue antenate ma soprattutto della sua identità, che la condurrà fino all'India.
In questo libro Bianca Pitzorno mette tutto l'amore per l'antichità greca e la conoscenza dei suoi personaggi, collocando la storia di Mirtale all'interno dei fatti della vita di Alessandro tramandati dagli storici, e pone in evidenza anche la questione della misoginia della civiltà greca, tanto avanzata in altri ambiti quando (per noi) arretrata in questo.
E' chiaramente un libro scritto in maniera piuttosto semplice, ma comunque pone spunti di riflessione non scontati, ed introduce al pensiero e al mito greco in maniera avvincente.
Assolutamente consigliato.

lunedì 21 novembre 2016

Figlie del sole

Figlie del Sole di Kàroly Kerényi, Bollati Boringhieri, 2008.
Numero di pagine: 141
Titolo originale: Töchter der Sonne, Betrachtungen über griechische GottheitenLingua originale: tedesco
Prima edizione: 1944
Prima edizione italiana: 1948
Genere: saggio

Erano anni che volevo leggerlo, un po' perché scritto da Kerényi, che è se non una garanzia di chiarezza, quanto meno di interessanti riflessioni sul mito ed il suo linguaggio;  in più qui ci sono un commento di Pavese sul retro ed una prefazione di Brelich. Insomma, se non un Olimpo d'antichisti, almeno un Parnaso.
Per altro, l'argomento trattato, figure femminili nella mitologia greca, è una mia antica passione.
Figlie del Sole, in cui sono raccolti i testi di alcune conferenze tenute dall'autore, si apre con la suddetta prefazione in cui sono inquadrati il contributo e l'opera di Kerényi.
Nella prima parte intitolata "Il padre e il re", l'autore indaga, servendosi del mito, alcuni caratteri fondamentali del Sole, quali la luce intesa come fondamento della vista e la capacità paterna e generativa, che è anche auto-rigenerativa, in quanto Helios, che da luce e vita, è virtualmente anche Ade, colui che nel buio ctonio regna sui morti. Ma il sole si rigenera ogni mattino, riportando la luce. S'indaga quindi sull'origine di Helios, figlio del Titano Iperione e detto anch'esso Titano, insieme alla sua stirpe, che porta all'emergere del tema della regalità, che se in greco è esplicata nei termini basileus "re" e basileia "regina" era, forse in tempo pre-ellenico, appannaggio e dono principalmente femminile. Inizia dunque una ricerca della Regina nel mito greco.
Nella seconda parte "La ricerca della regina" l'indagine prosegue prendendo in analisi appunto le Figlie e le discendenti del Sole, partendo dalle Eliadi e dalla loro misteriosa madre, ed allargando poi a figure più ampiamente caratterizzate: la maga Circe e l'assassina Medea (rispettivamente figlia e nipote del sole), e più oltre ancora con Hera e l'aurea Afrodite. La chiusura avviene con Pasifae, figlia anch'essa del Sole, e con un accenno alle sue stesse luminose figlie, Fedra e Arianna.
Come rilevato dall'autore stesso, non si arriva ad una conclusione, che è comunque impossibile tracciare quando si parla di mitologia. Ma l'immagine celeste e ctonia, solare e notturna allo stesso tempo, ci appare come un arazzo intrecciato con fili d'oro e d'argento, nel quale seppure la figura della misteriosa Regina rimane celata, pur tuttavia se ne possono individuare le tracce.
L'unico neo, in particolare per un antichista, è la mancanza di note che rimandino ai testi originali.
Questa edizione, ora difficilmente trovabile, può essere sostituita da quella del 2014, nella quale spero abbiano aggiornato i caratteri di stampa, essendo quelli del presente volume antiquati.
Un libro piuttosto complesso dunque, sicuramente più facilmente accessibile a chi non fosse digiuno di mitologia e testi classici, ma comunque godibile per la capacità di Kerényi di unire termini specifici alla poesia del racconto mitologico.

mercoledì 5 agosto 2015

Mitologia dell'Achillea

Mitologia classica
 Come ho gia avuto modo di rilavare qui, l'Achillea ha uno stretto legame con i Guerrieri dalla notte dei tempi, probabilmente a causa della sua capacità di fermare la perdita di sangue e risanare le ferite da tagli, come possiamo evincere dai suoi molti nomi popolari in ogni lingua e tempo come herba militaris, stratioikes, Erba dei tagli, Herbe aux charpentiers, Soldier's woundwoert ecc. Uno fra i più grandi guerrieri della mitologia greca, è certamente Achille, l'eroe della guerra di Troia che ha donato il suo nome all'erba in questione. Plinio infatti, racconta che gli achei, salpati verso la Troade, erano invece arrivati in Misia, dove Telefo era re, e si erano dati al saccheggio. Ne seguì un'aspra battaglia durante la quale Telefo venne ferito da Achille, e secondo un oracolo, solo da lui avrebbe potuto essere curato, in alcune versioni grazie alla ruggine della sua lancia, secondo altri invece, proprio dall'Achillea. Achille aveva appreso dal centauro Chirone, presso il quale era cresciuto, l'uso delle erbe; del centauro figlio di Filira, ho già in parte parlato nell'articolo sulla Mitologia del Tiglio, e vorrei qui richiamare l'attenzione sul fatto che quest'essere a metà fra la natura e la civiltà, fra l'uomo e l'animale, fra il divino ed il mortale, è ritenuto uno dei donatori della conoscenza delle erbe agli esseri umani. Come a dire che solo una parte dello spirito delle piante può essere colto dal mero intelletto, per il resto, forse, può tornare utile...l'intuito? L'ascolto? Una qualità più animale e meno razionale? Come a significare che per poter usare le grandi proprietà delle piante bisogna in qualche maniera riavvicinarsi alla Natura e da lei apprendere, tornare ad essere Lei. Ma queste sono chiaramente miei personalissime considerazioni. Tuttavia mi piace pensare ad una catena di conoscenza trasmessa da antichissimi uomini e donne, da Filira a Chirone, ad Achille, e via così fino a noi oggi che ancora stendiamo la mano sull'utile Achillea e le chiediamo aiuto.
Troviamo poi il nome "panacea Heraklea" o Heraklea, ed ecco che un altro grande guerriero viene evocato dalla nostra erba, Eracle figlio di Zeus che sconfitti tutti i nemici, portati a termine tutti i suoi compiti, concluse tutte le sue fatiche, venne accolto nell'Olimpo e divenne lo sposo di Ebe, la Giovinezza.
Sembra comunque che la nostra pianta sia stata utilizzata dagli eserciti fin sulla soglia della modernità, e sono convinta che questa vita comunitaria fra il Guerriero e l'Achillea abbia avuto la sua celebrazione con piccoli riti ed usanze, di cui però non ho trovato traccia.

Non meno impotante, è l'associazione con Venere dataci dal fitonimo "sopracciglio di Venere" che si trova in Dioscoride (I sec d. C.), confermata da scrittori successivi e moderni studiosi delle segnature delle piante. Per altro l'utilità dell'Achillea nelle cose d'amore, è stata rilevata anche da altre popolazioni antiche, come ad esempio quelle che abitavano le Isole Britanniche (come vedremo in seguito), e si è conservata fino ad oggi nel folklore. Questo repentino cambio di prospettiva, dal Guerriero alla Dea dell'Amore, forse non è troppo stupefacente, considerando anche che Venere era l'amante di Marte (1) l'unica che poteva fargli deporre le armi, e che un certo collegamente fra forza, vigoria e sessualità è ancora identificabile ai nostri giorni (non intendendo certo la sua degenerata forma di sesso=violenza)
Ma io personalmente, non sono troppo incline a celebrare la guerra e la violenza, se non come estrema risorsa difensiva, e mai come strumento di mantenimento di un ordine prevaricatore, squilibrato e generatore di dolore ed ulteriore violenza. Sicché, tenendo conto anche dell'altro grande campo d'azione dell'Achillea oltre a quello vulnerario, ovvero quello mestruale, mi piace pensare ad un uso più intimo e pacifico, sororale e tramandato di donna in donna, sotto il manto della dolce Venere, Signora del Ventre Femminile.

Paesi anglosassoni
Nei testi in inglese antico Achillea è Gearwe, Geappe, Geapupe, Gappe dal proto-germanico *garwo mentre alcuni nomi popolari moderni, oltre a Yarrow e Milfoil sono Nosebleed plant, Old man's pepper, Devil's nettle, Sanguinary. Oltre ai tradizionali nomi legati alla capacità di fermare il sangue, di particolare interesse è Devil's nettle "Ortica del diavolo", poiché spesso le piante del Diavolo o delle Streghe sono quelle strettamente legate a forme religiose precedenti il cristianesimo, e quest'ultimo potrebbe essere il nostro caso, a giudicare dalla mole di usanze riguardanti l'Achillea che si sono conservate fino a noi. Eccone alcune.
In inghilterra si solletica una narice con una foglia di Millefoglio e si dice:
"Achillea, achillea, achillea, sostieni un bianco colpo?
Se il mio amore mi ama, il mio naso sanguinerà ora."(2)
Una ragazza che voglia conoscere l'aspetto del proprio futuro amore, deve cucire dell'Achillea in un panno di flanella da mettere sotto al cuscino prima di andare a dormire, dicendo:
"Tu graziosa erba dell'albero di Venere
Il tuo vero nome è Achillea;
Ora chi dev'essere l'amico del mio cuore
ti prego di dirmi domani."(2)
In sogno le apparirà il volto del suo amante.
I giovani usavano lanciare semi di Achillea per sapere da che parte il loro vero amore sarebbe arrivato.
Nel Bald's leechbook, un compendio medico anglo-sassone del IX sec. l'Achillea rientra in ricette per allontanare il Diavolo e le tentazioni. Anche se questo potrebbe risultare in contrasto con l'affermazione sopra espressa riguardo al fitonimo Devil's nettle, bisogna anche ricordare che in determinati casi, laddove le credenze pagane erano molto radicate, esse sono passate nella religione successiva; così la pre-cristiana funzione difensiva e apotropaica dell'Achillea, non si trova in contrasto con la sua presunta influenza demoniaca.

Irlanda
In gaelico era a volte detta "l'erba dei nove bisogni" o cure. Messa sotto il cuscino fa sognare il vero amore, le ragazze ci ballano intorno cantando:
"Achillea, Achillea, Achillea,
ti auguro buon giorno
e dimmi prima di domani
chi sarà il mio vero amore."(3)
Inoltre una testimonianza riportata da Lady Wilde, attesta che veniva usata da un fairy doctor, un guaritore che aveva acquisito l'abilità di curare grazie alle Fate, insieme a Verbena e Eufrasia e che veniva considerata una delle migliori erbe per terapie e pozione, tanto che la si cuciva negli abiti come protezione dalle malattie. Inoltre sempre nello stesso testo si può leggere che l'Achillea è una delle sette erbe alle quali nessuna forza naturale o soprannaturale può nuocere, e che perché siano al loro massimo potenziale va raccolte a mezzogiorno durante il periodo della luna piena.
Per capire se un malato guarirà, gli si mette un pugno di Achillea in mano mentre dorme, se appassisce il malato morirà il mattino seguente, se invece rimane fresco la malattia lo lascerà.
Indfine, possiamo trovare anche una interessante formula di protezione: si raccolgono dieci foglie di Achillea, ma se ne usano solo nove, l'ultima va come tributo agli spiriti. Le nove foglie si mettono nelle calzature sotto al tallone destro alla viglia di un viaggio, in modo che nulla di male possa accadere al viaggiatore. Trovo sempre molto significativo questa attitudine a "restituire" una parte di ciò che si è preso a ciò che in ultima analisi l'ha generato o ne rappresenta l'essenza.

Scozia
Nei Carmina gadelica, una monumentale raccolta di inni, preghiere, racconti, formule, aneddoti ecc. raccolti sul finire del XIX sec. in Scozia, l'Achillea è nominata nei carmi 153, 163 e 164.
Nel primo si dice che l'Achillea è stata raccolta anche da Gesù, e si prega Dio per abbondanza e protezione. Gli altri due sono molto simili fra loro, qiu riporto il 163:
"Coglierò la bella Achillea
perché il mio volto sia più amabile,
le mie labbra più calde,
la mia voce più pura;
sia la mia voce essere un raggio di sole,
possano le mie labbra essere il succo delle fragole.

Possa io essere un'isola nel mare,
Possa io essere una collina sulla terra,
Possa io essere stella quando la luna impallidisce
possa io essere di aiuto al debole
posso ferire ogni uomo
nessun'uomo può ferirmi." (4)
Troviamo qui uniti i due motivi principali della ferita e dell'amore che abbiamo incontrato lungo tutto questo studio sull'Achillea.

Altri
Nel Libro dei segreti di Alberto Magno (attribuito a lui ma non sua opera), del XVI sec. si può leggere "colui che porta quest'erba [l'Ortica] in mano, con un erba chiamata Milfoil, o Yarrow, o Nosbleed, è al sicuro da qualsiasi paura e fantasia, o visione." (5)

Da noi è a volte indicata come una delle erbe di S. Giovanni, da cogliere nella notte del 23 giugno o durante il lunghissimo giorno del 24. Così come le altre erbe associate a questa festa, l'Achillea è in fiore ed al massimo grado di concentrazione di principi utili (tesi confermata per altro dalla scienza moderna) fra giugno e luglio, ed ha dunque, simbolicamente, anche un certo legame con la Luce, lo Splendore, il Sole, intesi come forza vivificante e abbondante.

In fine, anche se di solito i miei studi restano entro i confini europei, cito il fatto che l'antichissima pratica divinatoria dell'I-ching, nata in Cina, si avvaleva di steli di Achillea.


Note
(1) Così come Afrodite per Ares; tra l'altro la figura della Dea in pari misura della Guerra quanto dell'Erotismo è diffusa in moltissime mitologie, ed alcune rappresentanti sono Afrodite Areia, Freyja e le Valkyrie, Ishtar ed in parte Morrigan e Kalì.

(2)"Yarroway, yarroway, bear a white blow,/
If my love love me, my nose will bleed now."
Tratto da Popular rhymes and nursery tales.
"Thou pretty herb of Venus' tree,
Thy true name it is yarrow;
Now who my bosom friend must be,
Pray tell thou me to-morrow."
Tratto da Popular rhymes and nursery tales.

(3)"Yarrow, Yarrow, Yarrow,
I bid thee good morrow
And tell me before to-morrow
Who my true love shall be."Tratto da Legend, Charms and superstitions of Ireland.

(4) "I WILL pluck the yarrow fair,
That more benign shall be my face,
That more warm shall be my lips,
That more chaste shall be my speech,
Be my speech the beams of the sun,
Be my lips the sap of the strawberry.

May I be an isle in the sea,
May I be a hill on the shore,
May I be a star in waning of the moon,
May I be a staff to the weak,
Wound can I every man,
Wound can no man me."
Tratto da Carmina gadelica - vol. 2.

(5) Libro dei segreti di Alberto Magno citato in Old english herbals.


Fonti
Carmina gadelica, A. Carmichael, T. and A. Constable, 1900
Erboristeria Planetaria, F. Alaimo, Hermes Edizioni, 2007
Incantesimi e magie d'Irlanda, J. Wilde, Nuovi Equilibri, 2013
Leechdoms, wortcunning and startcraft of early England, T. Cockayne, 1864

Legend, Charms and Superstitions of Ireland, J. Wilde, Dover Publications, 2006
Old english herbals, E. Sinclair Rohde, 1922
Popular rhymes and nursery tales, J. O. Halliwell, 1849
Storia naturale, Plinio
Online Etymology Dictionary - Yarrow

Le traduzioni dall'inglese sono mie, mi scuso fin d'ora per gli errori che sicuramente avrò fatto.

Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte.

Achillea
Alcune varietà di Achillea 
Illustrazioni botaniche di Achillea
Storia dell'Achillea
Chirone - Unguento vulnerario di Achillea e Melissa 

venerdì 22 maggio 2015

Preghiera alla Terra

Dea santa Terra, madre delle cose della natura.
che tutte generi e rigeneri dalla stessa cosa,
che assicuri la vita alle genti,
divina arbitra del cielo e del mare e di tutte le cose,
a causa della quale tace la natura e concepisce il sonno,
e così pure rinnovi la luce e e fughi la notte:
tu proteggi le ombre di Dite e l’immenso caos
e il vento e le piogge e le tempeste custodisci,
e, quando ti piace, lasci andare e sconvolgi i flutti
e fughi il sole e susciti le tempeste,
e così pure, quando vuoi, mandi il giorno gioioso.
Tu doni gli alimenti della vita con perpetua fede,
e, quando l’anima si sarà staccata, in te ci rifugeremo:
così, qualsiasi cosa doni, in te tutte ricadono.
Giustamente tu sei chiamata Grande Madre degli dei,
devozione che conquistasti agli dei divini;
e tu sei quella vera, la madre degli uomini e degli dei
senza la quale nulla matura né può nascere:
tu sei la grande Dea e tu sei regina degli dei.
Te, Dea, adoro e il tuo nume invoco,
concedimi che ciò che ti chiedo sia facile;
e renderò grazie, Dea, a te con fiducia.
Esaudiscimi, chiedo, e favorisci le mie opere;
ciò che ti chiedo, Dea, concedimelo volentieri.
Erba, qualunque generi la tua maestà,
causa di salute concedi a tutte le genti:
ora concedimi questa tua medicina.
Venga la medicina con le tue virtù:
qualsiasi cosa faccia con esse, abbia un buon risultato,
ciascuna, a chiunque la darò, chiunque da me la riceva,
ad essi garantisci la salute. In finre ora, Dea,
questo mi conceda la tua maestà, ciò che supplice, ti chiedo.

*
Dea sancta Tellus, rerum naturae parens,
quae cuncta generas et regeneras indidem,
quod sola praestas gentibus vitalia,
caeli ac maris diva arbitra rerumque omnium,
per quam silet natura et somnos concipit,
itemque lucem reparas et noctem fugas:
tu Ditis umbras tegis et immensum chaos
ventosque et imbres tempestatesque attines
et, cum libet, dimittis et misces freta
fugasque soles et procellas concitas,
itemque, cum vis, hilarem promittis diem.
Tu alimenta vitae tribuis perpetua fide,
et, cum recesserit anima, in tete refugimus:
ita, quicquid tribuis, in te cuncta recidunt.
Merito vocaris Magna tu Mater deum,
pietate quia vicisti divom numina;
tuque illa vera es gentium et divom parens,
sine qua nil maturatur nec nasci potest:
tu es Magna tuque divom regina es, dea.
Te, diva, adoro tuumque ego numen invoco,
facilisque praestes hoc mihi quod te rogo;
referamque grates, diva, tibi merita fide.
exaudi me, quaeso, et fave coeptis meis;
hoc quod peto a te, diva, mihi praesta volens.
Herbas, quascumque generat maiestas tua,
salutis causa tribuis cunctis gentibus:
hanc nunc mihi permittas medicinam tuam.
Veniat medicina cum tuis virtutibus:
quidque ex his fecero, habeat eventum bonum,
cuique easdem dedero quique easdem a me acceperint,
sanos eos praestes. denique nunc, diva, hoc mihi
maiestas praestet tua, quod te supplex rogo.

Questa preghiera, la Precatio Terrae, insieme alla Precatio omnium herbarum  "Preghiera a tutte le erbe", è stata trovata in vari manoscritti medievali contenenti testi medici e botanici, di cui il più antico, il Mss. Voss. Q9, è conservato alla biblioteca di Leida, e risale al VI secolo. Un'altro manoscritto dell'XI secolo indica la Precatio omnium herbarum come opera di Antonio Musa, sicché a lui venne ascritta anche quella alla Terra. Costui fù un liberto, medico di Augusto, al quale salvò la vita e perciò venne largamente ricompensato dall'imperatore, che gli eresse una statua vicina a quella di Esculapio, il Dio della medicina. Plinio e Svetonio, che ne parlano, riportano il fatto che la sua terapia consisteva in bagni in acqua fredda, e che dopo quest'episodio Musa divenne molto celebre.
Nel Medioevo gli si attribuirono varie opere come il De herba vettonica e le due Precatio, tuttavia lo stile ed il lessico fanno pensare che siano posteriori all'epoca augustea; il contenuto però porta tracce di concezioni religiose molto antiche.
Una fra tutte, l'idea della Terra Madre come grembo e tomba, il luogo da cui tutto viene e a cui tutto ritorna; me se c'è identità fra le due cose, tutto è destinato a sorgere nuovamente da Lei.

Fonti
Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XIX, 38 e XXV, 38.
Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 59 e 79
Precatio Terrae e Precatio omnes herbis nella versione della Loeb Classical Library con breve nota filologica.

Mi scuso per la pessima traduzione, ma il mio latino è un po' arrugginito.

Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte.
 
Vedi anche:
Preghiera a tutte le erbe
Inno a Ishtar

giovedì 7 maggio 2015

Mitologia della Calendula

La più antica divinità che potrebbe essere legata alla Calendula è Cautha o Catha, la Dea etrusca del Sole in seguito affiancata e poi sostituita da Usil/Apollo. A volte si trova in forma maschile, forse a causa dell'influenza della cultura greca che vedeva il Sole come un dio. Alcune sue rappresentazioni, potrebbero essere presenti sul retro di alcuni specchi etruschi, solitamente interpretate come effigi di Apollo a causa del disco radiante che circonda il volto della divinità.
Ecco i principali reperti che la interessano:
Antefissa da un tempio di Pyrgi 
- Nei pressi del santuario di Apollo a Pyrgi sono state ritrovate molte dediche votive a Cavatha, Cavutha, Cavtha o Cautha risalenti al VI-V secolo a. C. e costituiscono le più antiche attestazioni di questa divinità. Le viene anche attribuito l'epiteto sech "figlia" ed è invocata insieme al paredro Suri "il Nero", probabilmente una divinità degli inferi, anche se legata al Sole, e dunque idenficata con una sorta di Apollo ctonio oracolare dai latini. Queste caratteristiche di Cautha hanno portato alla sua identificazione con Persefone-Kore, la Figlia per eccellenza, nonché Regina dell'Al di là.
- Su una coppa a figure rosse del V sec. trovata a Populonia è chiamata con il diminutivo Kavza.
- Al quarto secolo risale un cippetto di bronzo in cui si può leggere "Espi ati Catha" dove ati significa "madre" ma non si sa se sia da attribuire ad Espi o a Catha.
- Sul sarcofago di Laris Pulenas (III sec. a. C:), è riportata un'iscrizione che dice che il defunto avrebbe riservato terre e una statua a Catha e Pachas (probabilmente il Bacco), mentre sul sarcofago di Larth Statlanes (II sec. a. C.) si dice del morto che fu manu dei Pachathur "quelli di Bacco" e di Catha. Manu potrebbe indicare un qualche tipo di carica sacerdotale, e di nuovo si trova Catha associata a Pachas/Bacco. In ambiente orfico e dionisiaco la vicinanza di Persefone e Dioniso era molto stretta, dunque potrebbe non essere troppo sorprendente trovare questo accostamento anche nell'antica Italia.
- Il fegato di Piacenza (II-I sec. a. C.) è il più tardo reperto che riporta il teonimo nella forma Catha. Questo particolare oggetto rappresenta per l'appunto il fegato di una pecora, che gli aruspici (gli indovini della disciplina etrusca) estraevano dalle vittime sacrificate ed analizzavano attentamente per leggervi i segni degli Dei. L'universo era ripartito in varie parti ognuna dominata da una divinità, le quali si riflettevano nel "microcosmo" del fegato, se dunque si trovavano segni particolari nelle diverse aree di influenza dei diversi Dei, se ne poteva interpretare il volere. Catha è nominata una volta in una delle caselle esterne di contorno (numero 8) e una volta in quelle interne (23), in entrambi i casi è posta vicino a Fufluns ovvero di nuovo Bacco-Dioniso. Questa ripartizione del cosmo di cui parlano anche altri autori latini, vede Catha collocata in posizione sud-sud-est, fra gli Dei benevoli della natura.
Fegato di Piacenza

Un suggestivo richiamo a questa Dea potrebbe essere contenuto in una glossa all'opera medica di Dioscoride, che riporta alcuni nomi di piante nelle varie lingue note nell'Impero romano: fra questi troviamo il greco leukanthemon "fiore bianco"  o parthenion "della vergine" o chamaimelon "piccolo frutto" o chrysokallia "bella d'oro", che per i Romani sarebbe stato solis oculus "occhio del sole" o millefolium "millefoglio"e per gli Etruschi kauta appunto. Sembra che questa glossa confonda voci diverse, e per lo più la pianta in questione è interpretata come un qualche tipo di Camomilla o Achillea (ancora oggi detta anche millefoglio), tuttavia è suggestiva l'idea che la caltha dei latini possa derivare il proprio nome dal nome della Dea etrusca. Ma l'incertezza riguardo a che pianta corrisponda effettivamente alla caltha e le mie inappropiate conoscenze della linguistica rendono questa ipotesi nulla più che una suggestione appunto.
Trovo però una certa consonanza fra la Calendula, lunare e solare insieme, e questa divinità sotterranea, notturna, eppure anche legata all'astro del giorno. E nella sua vicinanza a Persefone-Kore e a Dioniso-Bacco si potrebbe forse leggere una caratterizzazione di Dea solare che risorge e ritorna dall'Oltretomba, come il Sole appunto, che si immerge all'occaso per poi spuntare rinnovato all'est, sopravvissuto al suo simbolico viaggio sotto la Terra.

Ma passiamo oltre, rimanendo però nell'antica Italia, e nel campo delle suggestioni e delle ipotesi, e parliamo di Iuno/Giunone. Questa Dea, prima di essere confusa con l'Hera greca, era una divinità conosciuta sia dai latini che da altre popolazioni circostanti, le cui caratteristiche potrebbero risultare sorprendenti. Intanto l'etimologia di Iuno sembra rimandare alla radice indeuropea *YU- che esprime il concetto di "forza vitale" da cui anche iuventus "giovinezza", iuvenis "giovane " nel senso di "nel pieno della sua forza" e iunix "giovenca". Tale radice in sanscrito avrebbe dato luogo anche ai termini yavan "difensore" e yaona "che respinge", e questa associazione fra la giovinezza e l'opporsi si trova anche in latino laddove iuniores, il comparativo plurare di iuvenis, indicava i cittadini romani atti alle armi, con un età compresa fra il 17 e i 45 anni. Le più antiche tracce di Iuno ci parlano di una divinità in grado anche di portare armi e combattere, a differenza della sua più pallida discendente, sposa sottomessa e beffata di Giove, come dimostra il fatto che a volte era rappresentata coperta di una pelle di capra e armata di lancia e scudo. Cicerone e Varrone connettono tale nome ai verbi iuvo "giovo, aiuto, favorisco, diletto", ad indicare il carattere benefico di Iuno, e a iuvenesco "cresco, ringiovanisco".
La connessione fra Iuno e la Calendula sta di nuovo nel nome: le calendae infatti erano il primo giorno di ogni mese del calendario romano, che essendo a scansione lunare, coincideva con la luna nuova. Macrobio scrive che "tutte le calende sono di Iuno"(1), ed essa veniva invocata con l'epiteto Covella legato alla falce di luna, e a Laurentum era detta anche Kalendaris. Nei giorni delle calende era associata a Giano Iunonius "Giunonio" in quanto Dio degli inizi; a lui sacrificava il pontefice minore, e a Iuno la moglie.
Un'altro dei suoi nomi di Iuno era Lucina la lux "luce" e in questa veste era legata sia alla luna che al parto, era colei che "portava alla luce" i bimbi allo scadere dei giusti mesi, cioè delle lunazioni. Da questi pochi elementi che la riguardano, possiamo già cogliere il suo carattere di Grande Madre dell'antica Italia, che accompagnava gli uomini, ed in special modo le donne, in tutte le fasi della loro esistenza, dalla nascita al matrimonio, ed era infatti anche conosciuta come Iuno Sospita Mater Regina "Salvatrice Madre Regina". Incarnava, fra le altre cose, la ciclicità rinnovatrice femminile e lunare. E la Calendula, con i suoi semi falciformi, che ad ogni ciclo lunare rinnova la sua fioritura, può a giusto titolo (secondo me) essere chiamata portatrice dello spirito di Iuno, anche tenendo conto del fatto che come la sua divina controparte lenisce i dolori femminili legati al parto e al mestruo.

Studiando i nomi medievali della Calendula (che ho raccolto e cercato di analizzare qui) è lampante il suo collegamento con l'oro ed il Sole del quale era detta sposa; non solo per il suo aspetto decisamente solare (pensate al suo luminoso fiore che sembra un disco coi raggi), ma anche per la sua capacità di seguire l'astro e aprirsi al mattino, per poi chiudersi al tramonto. Forse anche per il collegamento Sole-Dio, dopo la cristianizzazione divenne uno dei fiori di Maria, la Sposa di Dio per eccellenza, tanto che in inglese è detta Marigold da Mary's gold "oro di Maria"; è una prassi molto diffusa, che con il prevalere di nuove divinità vengano loro attribuiti simboli, influssi e nomi appartenenti a precedenti culti. Dunque, ecco una nuova Signora della Calendula, che veniva piantata nei giardini dei monasteri a lei dedicati e ne ornava le effigi con la sua costante fioritura, anche quanto nessun altro bocciolo era disponibile.

Nel Tractatus de herbis (XV secolo), oltre agli usi medicinali della Calendula è scritto: "con succo di calendula e abrotano, ci si unga di notte, quando si va a dormire, al mattino, in vero, ci si troverà trasportati in un altro luogo." Questo è solo uno degli usi magici che sicuramente si sono riferiti alla Calendula nel corso dei secoli, questa leggiadra ed utile piantina che da millenni ha incrociato la nostra strada.


Un'ultima precisazione riguardo alla mitologia della Calendula: se si scorrono un po' di siti a riguardo, si troverà il costante riferimento ad un mito in cui la Calendula nasce dalle lacrime di Afrodite per la morte di Adone. La fonteè Florario di Alfredo Cattabiani, libro tanto utile quanto a volte impreciso. Come si deduce da quanto detto finora, ad oggi non si conoscono fitonimi in greco antico che indichino certamente la Calendula, e ci sono solo vaghi accenni per il latino (la caltha è nominata solo da Virgilio, Columella, Plinio e Dioscoride). Sicché mi sembra improbabile che un mito ne tratti.  I fiori della morte di Adone sono tipicamente la Rosa e l'Anemone. Le uniche menzioni sono di 
Ho tentato di aggirare l'ostacolo provando a consultare testi e siti in altre lingue, ma il tutto sembra essere ignoto fuori dall'Italia.
Stessa storia per la notizia secondo la quale i Greci raffiguravano il dolore come un giovane recante una corona di Calendule.
Sicché, se qualcuno dei passanti sapesse risolvere questo "enigma" segnalandomi la fonte ignota, gliene sarei davvero davvero grata!


Note
(1) Macrobio, Saturnalia, I, 15, 19.


Fonti antiche
Cicerone, De natura deorum, I, 82 (Iuno di Lanuvio in armi), II, 66 (Iuno da iuvare)
Macrobio, Saturnalia, I, 15, 15 (Iuno kalendaris) e I, 15, 19 (Giano Iunonius)
Ovidio, Fasti, V, 1-65 (parla Iuno)
Varrone, De lingua latina,VI, 27 (Invocazione dei pontefici a Iuno Covella alle calende) V, 66 e 69 (Iuno perché giova e Lucina perché porta alla luce e la luna influenza il parto), VI, 27 (Iuno Covella alle calende)

Fonti
Dei e miti italici, R. Del Ponte, ECIG, 1998 
Erboristeria Planetaria, F. Alamio, Hermes Edizioni, 2007
Etruschi: una nuova immagine, M. Cristofani, Giunti Editore, 2000
Florario, A. Cattabiani, Mondadori, 2009
La religione romana arcaica, G. Dumézil, BUR, 2007

Sitografia
Calendula - An Herb Society of America Guide
Divinità etrusche e iconografia greca: la connotazione sessuale delle divinità solari ed astrali di Daniele F. Maras tratto da Polifemo - Rivista di storia delle religioni e storia antica, VII, 2007
Etimo.it
Identità iconografiche tra Dioniso e Ade in Etruria in Hesperia - Studi sulla grecità d'occidente, L'erma di Bretschneider, 2010 
La "Grotta della Regnina" di Tuscania, una nuova analisi di Riccardo Fioretti, 2013
Suri. Il nero signore degli Inferi di Daniele F. Maras
Tuscania: Note di storiografia etrusca e romana  di Giuseppe Giontella tratto da Biblioteca e Società, I-II, 1991

Immagine 1: riproduzione di un'antefissa di un tempio di Pyrgi rappresentante forse Cautha o Thesan, tratta dal libro Die Götter der Römer di E. Simon.
Immagine 2: il Fegato di Piacenza, suddiviso nei diversi quadranti corrispondenti ognuno ad una divinità. Museo civico di Piacenza.
Immagine 3: statua in marmo del II sec. di Iuno Sospita, rappresentata armata di lancia e scudo, come descritta in alcune fonti classiche. Musei Vaticani.


Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte.


Vedi anche:
Calendula
Alcune varietà di Calendula
Illustrazioni botaniche di Calendule
La Calendula nell'antichità
Lo Spirito della Calendula
Oleolito di Calendula
Iuno - Unguento di Calendula
Cautha - Unguento alla Calendula e Iperico
Chryse - Unguento lenitivo di Camomilla, Calendula e Lavanda
Tintura di Calendula

domenica 5 aprile 2015

Preghiera a tutte le erbe

Ora, tutte voi erbe potenti io prego,
supplico la vostra grandezza,voi che Madre
Terra generò e tutte vi diede in dono:
in voi riunì la medicina della sanità
e la grandezza, affinché, incessantemente, ad ogni essere
umano siate di utilissimo ausilio.
Questo supplice chiedo e prego: veloci
qui venite con le vostre virtù,
poiché, colei che vi creò, essa stessa mi permise
di raccogliervi; mi favorì infatti, Colui(1) al quale
la medicina è stata affidata. E per quanto ora 
possa la vostra virtù, donate una buona medicina
causa di salute. Prego che mi facciate grazia
attraverso la vostra virtù, affinché a tutti,
in tutte le cose, in qualsiasi cosa da voi avrò preparato,
e a qualunque uomo l'avrò data, abbiate buon esito
e un effetto molto veloce. Affinché sempre mi
sia lecito cogliere la vostra favorevole
grandezza [...]
con frutta e cereali e vi renderò grazie
in nome della Madre, la quale vi fece nascere.

*
 Nunc vos potentes omnes herbas deprecor. 
exoro maiestatem vestram, quas parens 
tellus generavit et cunctis dono dedit: 
medicinam sanitatis in vos contulit 
maiestatemque, ut omni generi identidem 
humano sitis auxilium utilissimum. 
hoc supplex exposco et precor: velocius 
huc huc adeste cum vestris virtutibus, 
quia, quae creavit, ipsa permisit mihi, 
ut colligam vos; favit hic etiam, cui 
medicina tradita est. quantumque vestra nunc 
virtus potest, praestate medicinam bonam 
causa salutis. gratiam, precor, mihi 
praestetis per virtutem vestram, ut omnibus 
in rebus, quicquid ex vobis ego fecero, 
cuive homini dedero, habeatis eventus bonos 
et effectum celerrimum. ut semper mihi 
liceat favente maiestate vestra vos 
colligere [...]
ponamque vobis fruges et grates agam 
per nomen Matris, quae vos iussit nascier. 


(1) Probabilmente Apollo, Dio della medicina insieme al figlio Asclepio/Esculapio.

Questa preghiera, la Precatio omnium herbarum "Preghiera a tutte le erbe", insieme alla Precatio Terrae "Preghiera alla Terra", è stata trovata in vari manoscritti medievali contenenti testi medici e botanici, di cui il più antico, il Mss. Voss. Q9, è conservato alla biblioteca di Leida, e risale al VI secolo. Un'altro manoscritto dell'XI secolo indica la Precatio omnium herbarum come opera di Antonio Musa, sicché a lui venne ascritta anche quella alla Terra. Costui fù un liberto, medico di Augusto, al quale salvò la vita e perciò venne largamente ricompensato dall'imperatore, che gli eresse una statua vicina a quella di Esculapio, il Dio della medicina. Plinio e Svetonio, che ne parlano, riportano il fatto che la sua terapia consisteva in bagni in acqua fredda, e che dopo quest'episodio Musa divenne molto celebre.
Nel Medioevo gli si attribuirono varie opere come il De herba vettonica e le due Precatio, tuttavia lo stile ed il lessico fanno pensare che siano posteriori all'epoca augustea; il contenuto però porta tracce di concezioni religiose molto antiche.

Ora, al di là del pensiero che possa essere un'opera d'occasione, prettamente letteraria...fermatevi un minuto e mezzo a pensare, a colui che Cura che chiede alle Erbe, alla Terra, il loro favore; che invoca le forze naturali affinché la guarigione vada a buon fine. Non pretende, chiede. E raccoglie ed opera sapendo di avere il favore di Madre Terra, delle singole essenze con le quali andrà ad agire; piante che Lei, la Madre, ha fatto nascere come Dono. Al di là dell'antropocentrismo di quest'ultima affermazione, trovo commovente, coerente e pulito (sì, pulito) quest'atteggiamento, anche se in
questo terzo millennio può sembrare anacronistico. Come il Cacciatore che chiede alla preda e alla Natura il suo sacrificio, e rende grazie quando l'ottiene, così colui che agisce grazie alla Erbe ne chiede il favore e l'ausilio. Prega come fra pari, non pretende come si fa con uno schiavo. Anzi, chiede a Qualcuno che sa essere più grande di lui stesso.
Un tempo tutto questo si sentiva, ed anche se oggi per noi è sotterrato sotto strati di polimeri, "buone" maniere, razionalismo e antropocentrismo, da qualche parte dentro qualcuno ancora risuona la Reverenza per la grandezza, la vitalità, la bellezza della Grande Madre di tutti.


Fonti
Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, XIX, 38 e XXV, 38.
Svetonio, Vite dei Cesari, Augusto, 59 e 79
Precatio Terrae e Precatio omnes herbis nella versione della Loeb Classical Library con breve nota filologica.

Immagine: pagine del manoscritto Ahsmole 1431, XI sec. conservato alla Bodleian Library di Oxford.

Mi scuso per la pessima traduzione, il mio latino è un po' arrugginito.

Vietata la riproduzione anche parziale senza il permesso dell'autrice e senza citarne la fonte.

Vedi anche:
Preghiera alla Terra