giovedì 24 novembre 2016

Paura dei cinquanta

Paura dei cinquanta di Erica Jong, SuperPocket, 2000.
Pubblicato per la prima volta nel 1994.

Sì ci risiamo, chi legge questo blog da un po' avrà notato che sono una accesa sostenitrice di Erica Jong; ed anche se qui ho recensito solo la trilogia iniziata con Paura di volare, ho letto ed apprezzato quasi tutti i suoi libri.
Questo in particolare, già dal titolo si pone nella scia della sua trilogia, ma a differenza di questa, non usa la finzione del romanzo, è infatti un libro autobiografico, eppure Isadora Wing sembra sempre presente al fianco della Jong. Infatti Paura di volare ed i seguiti, romanzavano la vita reale dell'autrice, che qui viene narrata, con salti cronologici, prendendo in considerazione alcuni dei temi principali che riguardano le donne del nostro tempo, fra cui, come da titolo, la resa dei conti con l'età.
"La rabbia della mezza età è una rabbia feroce. A vent'anni, quando il successo e la maternità erano ancora di la da venire, potevamo sperare che qualcosa ci avrebbe salvato dall'essere persone di seconda classe. [...] Oggi sappiamo che nulla può salvarci. Dobbiamo salvarci da noi." (pag. 22)
Come far fronte, arrivate alla seconda metà della propria vita, alla perdita progressiva di quella bellezza stereotipata che sembra essere un dovere per tutte le donne dei nostri tempi?
E guardandosi indietro, come leggere matrimoni, divorzi, amanti, figli, andando oltre la lente che ci è stata messa sugli occhi da genitori e società?
"E che dire del bisogno, comune a donne e uomini, di prepararsi alla morte in una cultura che si beffa di ogni spiritualità tacciandola di pretesa new age? [...] Che dire della profonda solitudine che scaturisce da questa cultura individualistica? Che dire di una società che si fa beffe di tutto, tranne del far soldi e spenderli? [...] Ma soprattutto, che dire del significato, che dire dello spirito? Queste non sono parole vuote. Questi sono i nutrimenti di cui più abbiamo fame, invecchiando" (pag. 20).
E così partendo dalla crisi dei cinquanta, Erica Jong prende in considerazione la sua infanzia ed il rapporto con il padre, la madre, le sorelle; il suo status di donna ebrea; come la sua identità di donna sia sia formata, prima nell'adolescenza e poi durante l'età adulta, attraverso l'istruzione (carente di modelli femminili letterari), la sessualità, la scrittura di ciò che è quotidiano per le donne. Parla dell'amicizia fra donne come del continuo conflitto fra loro, istituzionalizzato e favorito da una cultura patriarcale, parla anche, molto, di femminismo.
"Quando impareranno le donne a non dividersi, ma a unirsi? E come possiamo imparare a essere alleate, dal momento che la società ci oppone, tuttora, come pedine le une alle altre?" (pag. 22).
"In un mondo non a misura di donna, critica e derisione ci perseguiteranno ogni giorno. Di solito, sono indice che stiamo facendo qualcosa di giusto" (pag. 24).
"La verità è che venivamo tutte discriminate semplicemente in quanto femmine; perché non riuscivamo a capirlo, questo? Donne che si ripudiavano a vicenda,per la loro impurità politica, non avrebbero mai solidificato ed espanso il femminismo. Avevamo bisogno di ogni sorta di femminismo. Ne abbiamo ancora bisogno. [...] Io definisco la femminista così: una donna che si conferisce da sé potere e autorità e che desidera lo stesso per le sue sorelle. Non credo che il termine "femminismo" implichi un determinato orientamento sessuale, un determinato modo di vestire, l'adesione a un determinato partito politico. Una femminista è semplicemente una donna che si rifiuta di accettare il concetto che il potere delle donne debba venire conferito dagli uomini, esser mediato dagli uomini, passare attraverso gli uomini" (pag. 382-3).
Tuttavia, anche se lo sguardo che Erica Jong detta sul passato risulti molto disilluso, l'amarezza non diviene vessillo e manto in cui avvolgersi, c'è una sorta di serenità nell'autoanalisi che questa donna riserva al suo passato ed al suo presente.
"Via via che invecchio, arrivo a rendermi conto che le ossessioni apparentemente autodistruttive, che ebbi in altre età [...] non erano solo autodistruttive. Erano anche autocreative. [...] I ribelli e i cattivi ragazzi da me amati erano gli araldi del mio amore per quelle medesime qualità in me stessa. Ho amato e abbandonato i bad boys, ma li ringrazio per avermi aiutato a far di me la forte superstite che oggi sono" (pag. 296-7).
"So che la mia anima è ciò ch'io debbo nutrire e sviluppare e che, da sola o con un compagno, i problemi connessi alla scalata della mia montagna non sono poi tanto differenti" (pag. 25).
"Può darsi che la depressione, nelle donne, sia inconscio desiderio di rinascita. Qualcosa preme per apparire. Non può essere un figlio. Dev'essere la madre. [...] Aggirandomi nelle primordiali caverne di me stessa, trovai un infante piangente. Non era mia figlia. Ero io stessa." (pagg. 258-9)
"Se sei padrona della tua anima, perché avere paura dei cinquanta?" (pag. 32).
Ed anche la chiusura del libro, lascia un sorriso d'approvazione per il dolore, la forza e le sfide affrontate in tutta una vita, anzi solo in metà di essa, perché chissà cosa ancora potrà succedere nella seconda metà.
Non che la Jong possa assurgere a modello per tutte le donne, ma mi piace davvero molto la sua capacità di raccontare davvero e senza filtri cosa ci può essere dentro una donna, la stimo per come rende letterario e degno d'essere scritto e letto tutto quel mondo di eventi e pensieri che in una società ed in una cultura a misura d'uomo è sempre stato mantenuto in ombra.

lunedì 21 novembre 2016

L'incanto di una storia

 L'incanto di una storia di Clarissa Pinkola Estés, Frassinelli, 1997.

Un altro libricino dell'autrice di Donne che corrono coi lupi; è appunto un volume piccolo e scorrevole, in cui viene evocata la figura della zia Irena, uno dei personaggi che fanno parte della tribù di narratori e gente semplice della famiglia dell'autrice. E' proprio questa colorita vecchina a fare dono alla Estés, allora bambina, di una storia su ciò che è importante nella vita, ciò che davvero conta. E così inizia un viaggio in cui una storia si incastra in un altra, fino ad arrivare al nucleo centrale, costrituito dall'amore, e dall'importanza di narrare e tramandare questa consapevolezza. Il modo di scrivere, semplice ma efficace e fiabesco della Estés, rende questo volumetto una piacevole lettura, magari da consultare vicino al fuoco, nella quiete di un pomeriggio autunnale.
Questa prima edizione è difficile da trovare, ma il testo è stato raccolto in Storie di Donne Selvagge, in cui si possono trovare anche Il giardiniere dell'anima, già pubblicato per Frassinelli, ed altri due scritti brevi.

Il giardiniere dell'anima

 Il giardiniere dell'anima di Clarissa Pinkola Estés, Frassinelli, 2006.

Come altri libri dell'Estés, questo è un regalo di mia madre, forse per ringraziarmi di averle fatto scoprire Donne che corrono coi lupi, o forse perché non sa mai cosa regalarmi, e così va sul sicuro. Fatto sta che questo libricino mi è arrivato come un piccolo dono; infatti è un volume breve, esteticamente curato, che contiene parole brillanti. L'autrice rievoca, mischiando il ricordo alle storie, la figura dello Zio Zovàr, reduce ungherese dagli orrori della guerra, venuto in America ad allargare le fila della colorita famiglia adottiva della Estés. Ed attraverso gli atti e i racconti di questo contadino d'altri tempi, si tesse una trama che parla di terra, fisica e bruna, a volte violata, incendiata, così come di anima, e di come guarire ed alimentare entrambe attraverso le storie, con la sicurezza che ci sono cose che non possono mai morire, ma solo trasformarsi e passare per oscuri cambiamenti.
In questo caso quindi le parole semplici ma grandemente evocative dell'Estés non sono rivolte solo alle donne, ma a tutti coloro che in qualche tempo hanno subito una ferita.
Questo testo è contenuto anche in Storie di Donne Selvagge insieme a L'incanto di una storia e due inediti, ed esiste anche un'edizione del 1996.

Storie di donne selvagge

 Storie di Donne Selvagge di Clarissa Pinkola Estés, Frassinelli, 2008.

Da quando lessi per la prima volta Donne che corrono coi lupi, ormai più di 10 anni fa, la Estés è per me una garanzia, e chi mi sta intorno lo sa, così questo volumetto mi è arrivato in regalo.
Ad una prima esaltazione però, ha fatto seguito la constatazione della dura realtà: non si tratta di una nuova profonda indagine sul femminino selvaggio, ma bensì di una raccolta di testi per lo più già pubblicati e presenti nella mia biblioteca.
Storie di Donne Selvagge contiene infatti Il giardiniere dell'anima e L'incanto di una storia, e due altri testi brevi inediti: I maghi della pioggia e Care anime coraggiose...non perdetevi d'animo.
I maghi della pioggia parla di come in questo tempo non paradisiaco ognuno sia chiamato a curare la sua piccola parte di terra e di vita, per farla tornare a splendere come un giardino dell'Eden. Seguono due storie su due maghi della pioggia appunto, ovvero persone in grado di prendersi cura di ciò che cresce, che senza clamore sistemano e raddrizzano le cose, trasformando il mondo nel loro piccolo, prendendosi cura di ciò che è tenero e inerme.
L'ultima parte della raccolta contiene un'esortazione ad agire, anche nel nostro piccolo, senza perdere il coraggio, per dare il proprio personale ma fondamentale contributo a questa bisognosa Terra.
Come sempre il linguaggio dell'Estés è fiabesco ma anche vicino al quotidiano, parla alla mente ma tanto di più a ciò che sta dietro o più in basso rispetto ad essa, il cuore e l'anima selvaggia, questa volta non più solo delle donne, ma di tutti coloro che su questa terra possono creare desolazione o giardino.
Questi testi brevi, sono molto diversi da Donne che corrono coi lupi; benché il modo di raccontare e di trarre insegnamenti per l'anima dalle storie sia un carattere tipico e irrinunciabile dell'Estés, che costituisce il suo tratto più personale ed alimenti il fascino dei suoi libri, questo volume mi è sembrato molto meno incisivo e fondamentale del primo saggio dell'autrice. Tuttavia questa raccolta merita di essere letta, per cullarsi un poco nell'atmosfera fiabesca, calda e vicina all'infanzia che sa evocare. Certo però, se come me avete già altre edizioni dei testi pubblicati nel volume, e se, sempre come me, siete squattrinati, forse questo non è l'investimento più oculato che si possa fare...insomma, se proprio lo volete, provate a farvelo regalare anche voi!

Figlie del sole

 Figlie del Sole di Kàroly Kerényi, Bollati Boringhieri, 2008.
Pubblicato per la prima volta nel 1944.

Erano anni che volevo leggerlo, un po' perché scritto da Kerényi, che è se non una garanzia di chiarezza, quanto meno di interessanti riflessioni sul mito ed il suo linguaggio;  in più qui ci sono un commento di Pavese sul retro ed una prefazione di Brelich. Insomma, se non un Olimpo d'antichisti, almeno un Parnaso.
Per altro, l'argomento trattato, figure femminili nella mitologia greca, è una mia antica passione.
Figlie del Sole, in cui sono raccolti i testi di alcune conferenze tenute dall'autore, si apre con la suddetta prefazione in cui sono inquadrati il contributo e l'opera di Kerényi.
Nella prima parte intitolata "Il padre e il re", l'autore indaga, servendosi del mito, alcuni caratteri fondamentali del Sole, quali la luce intesa come fondamento della vista e la capacità paterna e generativa, che è anche auto-rigenerativa, in quanto Helios, che da luce e vita, è virtualmente anche Ade, colui che nel buio ctonio regna sui morti. Ma il sole si rigenera ogni mattino, riportando la luce. S'indaga quindi sull'origine di Helios, figlio del Titano Iperione e detto anch'esso Titano, insieme alla sua stirpe, che porta all'emergere del tema della regalità, che se in greco è esplicata nei termini basileus "re" e basileia "regina" era, forse in tempo pre-ellenico, appannaggio e dono principalmente femminile. Inizia dunque una ricerca della Regina nel mito greco.
Nella seconda parte "La ricerca della regina" l'indagine prosegue prendendo in analisi appunto le Figlie e le discendenti del Sole, partendo dalle Eliadi e dalla loro misteriosa madre, ed allargando poi a figure più ampiamente caratterizzate: la maga Circe e l'assassina Medea (rispettivamente figlia e nipote del sole), e più oltre ancora con Hera e l'aurea Afrodite. La chiusura avviene con Pasifae, figlia anch'essa del Sole, e con un accenno alle sue stesse luminose figlie, Fedra e Arianna.
Come rilevato dall'autore stesso, non si arriva ad una conclusione, che è comunque impossibile tracciare quando si parla di mitologia. Ma l'immagine celeste e ctonia, solare e notturna allo stesso tempo, ci appare come un arazzo intrecciato con fili d'oro e d'argento, nel quale seppure la figura della misteriosa Regina rimane celata, pur tuttavia se ne possono individuare le tracce.
L'unico neo, in particolare per un antichista, è la mancanza di note che rimandino ai testi originali.
Questa edizione, ora difficilmente trovabile, può essere sostituita da quella del 2014, nella quale spero abbiano aggiornato i caratteri di stampa, essendo quelli del presente volume antiquati.
Un libro piuttosto complesso dunque, sicuramente più facilmente accessibile a chi non fosse digiuno di mitologia e testi classici, ma comunque godibile per la capacità di Kerényi di unire termini specifici alla poesia del racconto mitologico.

giovedì 10 novembre 2016

Storia notturna

Storia notturna - Una decifrazione del sabba di Carlo Ginzburg, Einaudi, 2014.
Prima edizione 1989.

Udite udite, questo l'ho comprato. Non è stato un regalo (se non di me a me stessa), né l'ho recuperato roccambolescamente in qualche mercatino dimenticato da dio e dagli uomini. No, è pure nuovo.
Anche se ieri ne ho trovata una copia usata e mi sono mangiata le mani. Ma comunque.
Non è stato un libro facile, forse anche perché mi ha accompagnato in posti e situazioni insospettabili, tanto che c'è stato chi mi ha chiesto come faccio a leggere cose del genere, ma se si è interessati, come me, alla figura della strega, questo è uno dei primi libri in cui s’incappa, benché sia stato anche fortemente contestato.Così, dopo anni e anni dalla prima volta in cui l’ho trovato nella bibliografia di altri studi, in un giorno di malinconia mi sono fatta un regalo (oh, ognuno ha le sue gioie), e mi sono immersa nelle sue pagine.
E’ un libro molto complesso, che riporta miriadi di informazioni, un testo accademico se vogliamo, non sicuramente una lettura leggera.
Nell’introduzione, dopo aver brevemente tracciato gli elementi più comuni del sabba, l’autore pone la domanda fondamentale sottesa a questo studio: “Come e perché si cristallizzò l’immagine del sabba? Cosa si nascondeva dietro ad essa?” (pag. XIV)
Di seguito analizza le posizioni dei principali studiosi del fenomeno, senza tralasciare quella della Murray di cui alcuni l’anno detto seguace, aspramente criticata dagli altri accademici per il suo metodo nel teorizzare l’esistenza di un culto dianico d’origine preistorica, di cui le streghe sarebbero state gl’epigoni. E qui Ginzburg sorprendentemente, dà in parte ragione alla studiosa britannica: alcune delle credenze delle streghe verrebbero effettivamente da un substrato antichissimo (quantunque non organizzate in un vero e proprio culto così come la Murray l’aveva inteso) una cultura folklorica che si sarebbe scontrata e contaminata con quella dotta di inquisitori e demonologi.
Per sostenere questa tesi, nella prima parte si prendono in considerazione i fenomeni e i fatti storici che avrebbero favorito il cristallizzarsi del sabba: le persecuzioni medievali di lebbrosi in Europa, che avrebbero a poco a poco portato a galla l’idea di un complotto di minoranze-setta ai danni della cristianità.
Approfondisce poi i presupposti della persecuzione ebraica, che vedevano l’ebreo come il diffusore della peste. Nel corso del ‘300 però, poco a poco nell’immaginazione popolare a lebbrosi prima e ad ebrei poi, si sostituisce una nuova inquietante setta, quella delle streghe, in un progressivo allargarsi a macchia d’olio dei possibili adepti, sempre meno riconoscibili. Inizialmente poco distinguibili dagli eretici quali i Valdesi, poiché secondo l’ordine costituito ne condividevano alcuni atteggiamenti, quali il cannibalismo, la sessualità sfrenata sfociante nell’incesto, il rifiuto dei sacramenti, le cerimonie notturne, l’adorazione di un dio animalesco. A questo miscuglio di credenze ostili però, mancavano ancora alcuni elementi che poi sarebbero confluiti nell’immagine del sabba: la metamorfosi animale ed il volo notturno.
Nella seconda parte partendo dai documenti che parlano della Signora del Gioco (sia essa chiamata Diana, Erodiade, Oriente, Bensozia, Abundia, Fortuna, Richella e tutte le sue varianti) teorizza che i suoi cortei notturni, caratterizzati dai concetti di gioco ed abbondanza, seguiti soprattutto da donne, abbiano radici in culti estatici provenienti da un sostrato Celtico, e che la Signora stessa derivi da dee quali Epona e le Matres, alle quali in epoca romana s’era via via sovrapposta Diana.
Una sorta di corrispettivo maschile sarebbe la caccia selvaggia, seguita e guidata soprattutto da uomini.
In un capitolo dedicato a sanare le incongruenze della sua teoria, prendendo in considerazione, fra le altre cose, anche le credenze nelle “donne di fuori” siciliane, approfondisce il rapporto fra la Dea notturna e gli animali che è in grado di riportare in vita.
Passa dunque al tema del combattere in estasi per la fertilità, già tracciato parlando della caccia selvaggia, partendo dai Benandanti friulani (ai quali aveva già dedicato un saggio precedente, I beneandanti) ed avvalendosi di esempi provenienti da diverse aree d’Europa, in cui si riscontra nuovamente la presenza dei morti, la metamorfosi animale, la resurrezione degli animali, ma questa volta riferita principalmente a soggetti maschili. Rileva quindi i parallelismi con ciò che si sa dei culti sciamanici eurasiatici.
Analizzando alcune tradizioni legate alla fine dell’anno, che prevedevano il travestimento animale in un periodo cruciale per l’abbondanza, connette i temi trattati in precedenza, sostenendo che sarebbero ispirati ai viaggi estatici nel mondo dei morti, che si svolgono in precisi momenti dell’anno in cui la sopravvivenza viene minacciata e l’ordine cosmico va per tanto rifondato.
Nella terza ed ultima parte identifica la trasmissione di queste credenze dai nomadi centro asiatici attraverso Sciti, Traci, Greci e Celti fino nell’Europa tardo medievale, dove sarebbero confluiti nell’immagine del sabba così come noi lo conosciamo. La fonte comune di entrambi gli schemi, quello maschile e quello femminile, deriverebbe da un archetipo comune di connessione all’altro, l’altrove per eccellenza, che connette anime, animali e morti: l’al di là, il mondo dei morti. E le streghe furono chiamate ad incarnare proprio quest’altro inquietante, magico, ma anche traboccante.
Nella conclusione prende in considerazione l’appartenza dei voli estatici non solo al mito ma anche alla realtà tramite l’utilizzo di sostanze psicoattive quali la segale cornuta, l’ammanita muscaria e le secrezioni della pelle del rospo.
Il volume si chiude un indice dei nomi, indice dei luoghi, mentre la bibliografia è inserita nelle note ai singoli capitoli.
Come si può vedere da questo breve schema dei contenuti, questo è un lavoro molto complesso, in cui però la comparazione formale degli innumerevoli dati non intacca il rigore cronologico e geografico dell’autore. Certo le conclusioni non sono scontate, e non avendo gli strumenti per appoggiarle o contestarle, mi limito a suggerirne un’attenta lettura.

lunedì 7 novembre 2016

Una spia nella casa dell'amore

Una spia nella casa dell’amore di Anaïs Nin, Bompiani, 1990.
Prima edizione 1954.

Sì, lo sapete già, viene dal mercatino dei libri usati.
Ho già letto varie cose di Anais Nïn, così c’è voluto poco per decidersi a prenderlo. Già il nome, quando ancora non ne sapevo nulla, mi suonava affascinante, esotico, ed invece Anaïs era d’oltralpe, una vicina di casa del secolo scorso.
Eppure, nonostante la distanza spazio temporale che ci divide, quando leggo pagine scritte da lei, ho sempre una sensazione di vicinanza. Forse perché essendo donna sapeva svelare i meccanismi interni delle donne (o di alcune donne?), sapeva dire la verità che sta dietro ad azioni, maschere, ritrosie. E poi, la libertà che, dalle sue parole, sapeva concedersi riguardo alla sua sessualità è ancora oggi un esempio attuale di franchezza.
In questo libro in particolare, la protagonista, Sabina, ha a che fare con quello che anche per me è un dilemma non da poco: chiudersi in un unico amore o viverne tanti? Sabina ha Alan, il marito che è un’oasi di sicurezza, Philip, il tedesco uscito dalle favole della Foresta Nera, Mambo, il suonatore di tamburi, John, il ragazzo ferito dalla guerra, e Donald,l’adulto-bambino abbandonato dalla madre. Tante Sabine, una per ognuno degli uomini che ama, ma è proprio questa frammentazione che rischia di mandare all’aria l’unità fondamentale del suo essere, è dalla mancanza di unità che viene l’ansia, il senso di colpa, l’agitazione che caratterizzano finanche i suoi gesti. Se per ogni uomo ci si converte in ciò che i suoi desideri chiedono, nascondendo tutto il resto, cosa resta della donna originale?
E così si diventa spie nella casa dell’amore, o di molti amori, indossando sempre una diversa identità, sperando di non venire scoperte ad appartenere anche ad altre fazioni, intessendo bugie e mezze verità.
E’ l’episodio iniziale, ripreso nel finale, che scioglie la molteplicità: l’amore deve essere in grado di comprendere tutte le facce di un essere umano, non cristallizzarsi solo su quella che per prima ha conosciuto. Questo è ciò che gli uomini di Sabina non sono stati capaci di fare…e lei?
“Mi liberi,” disse Sabina allo scopribugie. “Liberatemi. L’ho detto a tanti uomini:  ‘Riuscirai a liberarmi?’” Rise. “Ero pronta a dirlo anche a lei.”
“Deve liberarsi da sé. E succederà con l’amore…” rispose lo scopribugie.
“O, se bastasse questo, ho amato a sufficienza. Ho amato moltissimo. Guardi il suo taccuino. Sono sicura che è pieno di indirizzi.”
“Lei non ha ancora amato,” fece l’altro. “Ha soltanto provato, incominciato ad amare. La fiducia da sola non è amore, il desiderio da solo non è amore, l’illusione non è amore. Questi erano tutti sentieri che la portavano fuori di sé, è vero, e lei ha creduto che conducessero verso un’altra persona, ma l’altro non l’ha mai raggiunto. Era solo per strada. Adesso sarebbe capace di uscire e trovare le altre facce di Alan, che non ha mai cercato di vedere, o di accettare?
Riuscirebbe a scoprire l’altra faccia di Mambo, che lui le nasconde con tanta delicatezza? Lotterebbe per trovare l’altra faccia di Philip?” (pagg. 152-153)
[…] “E adesso sei in fuga, dalla colpa dell’amore diviso, e dalla colpa di non amare. Povera Sabina, non avresti mai smesso di girare. Hai cercato la tua interezza nella musica… La tua è una storia di non amore… e sai Sabina, se tu fossi stata arrestata e processata, ti sarebbe stata inflitta una condanna meno severa di quella che tu infliggi a te stessa. Noi siamo i giudici più severi delle nostre azioni.” (pag. 154)