martedì 22 maggio 2018

Ricorderò domani

Ricorderò domani - Una storia di madri e di figlie di Erica Jong, Bompiani, 1998.
Numero pagine: 284
Titolo originale: Inventing Memory. A Novel of Mothers and Daughters
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1997
Prima edizione italiana: 1998
Genere: romanzo
Ambientazione: varia, principalmente New York
Epoca: dall'inizio del 900 ai giorni nostri

Ormai ho letto quasi tutti i libri di Erica Jong, questo mi mancava; tuttavia è uno di quelli che ho apprezzato di meno, anche se l’idea di fondo mi è piaciuta.
Il romanzo narra la storia di varie generazioni di donne di una stessa famiglia, partendo da Sarah una giovane ebrea russa che emigra in America, l’Eldorado di quei tempi, accompagnata da proverbi yddish della madre e dal ricordo del figlio illegittimo morto; qui riuscirà a farsi strada con l’arte, guadagnando abbastanza soldi per pagare il viaggio verso l’america anche alla madre e al fratello.
Salomè, la figlia, diverrà una scrittrice nella Parigi degli anni 30, vivendo la boheme e conoscendo Henry Miller. Tornata in America, va in cerca del suo padre naturale, e così conosce il suo futuro marito, ebreo anch’esso e reduce da difficili episodi durante la guerra che lo portano alla pazzia.
Da loro nasce Sally, musicista durante gli anni 60, che rimane presa fra insicurezze e dipendenze.
L’ultimo tasselo è Sara (con la figlia Dove), figlia di Sally che alle soglie del 2000 rilegge le memorie della sua bisnonna Sarah e raccoglie le voci della sua linea femminile.
Anche in questo libro, come in molto altri della Jong, sono facilmente visibili gli spunti autobiografici, inoltre è molto viva la questione dell’ebraismo e cosa comporti essere una donna ebrea nelle varie generazioni di protagoniste; inoltre molti dei temi trattati sono presenti già in altri romanzi dell’autrice, quindi, personalmetne, ho trovato questo ripetitivo e privo di particolare profondità. Tuttavia, l’idea di fondo di rinarrare le esperienze delle proprie antenate, l’ho trovata molto interessante.
Non possiamo accendere il fuoco, non possiamo racitare le preghiere, non conosciamo il luogo, ma possiamo raccontare la storia di come fu fatto…” (pag. 278)

Il formaggio e i vermi


Il formaggio e i vermi – Il cosmo di un mugnaio del ‘500 di Carlo Ginzburg, Einaudi, 1976
Numero pagine: 196
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 1976
Genere: saggio

Dopo aver letto Storia notturna, mi ero ripromessa di esplorare anche gli altri saggi di Ginzburg, I benandanti e Il formaggio e i vermi, che anche se non propriamente incentrati sulla figura della strega, che è quella che a me interessa di più, parlano comunque di personaggi appartenenti allo stesso ambiente rurale, che ebbero a che fare con l’Inquisizione.
In Il formaggio e i vermi, Ginzuburg indaga gli atti processuali a carico di Domenico Scandella, detto Menocchio di Montereale (provincia di Padova), relativi a due procedimenti: il primo del 1583, il secondo del 1599.
Il libro è composto da un indice, seguito da un interessante prefazione (circa 25 pagine) in cui l’autore illlustra cause e premesse dell’indagine, prendendo in considerazione il rapporto fra cultura popolare e cultura dotta e la natura della prima, per capire se si possa veramente parlare di “cultura popolare” e quali ne siano i prodotti, come viene tramandata ecc.
Nel saggio vero e proprio, Ginzburg indaga le credenze dello straordinario personaggio che fu Menocchio, mugnaio di una certa cultura, inquadrandolo nelle tendenze del suo tempo quali le rivolte contadine, un certo radicalismo e la critica delle gerarchie profane ed ecclesiastiche, sullo sfondo di Riforma e Controriforma. Parte delle sue idee vennero anche da una rielaborazione critica delle sue letture, e forse, dall’influenza di un gruppo anabattista.
Il titolo viene dalla cosmogonia riportata negli atti processuali di Menocchio, in cui il cosmo composto dei quattro elementi, si crea aggregandosi come il formaggio nel latte, nel quale i vermi sono gli angeli e Dio; quest’idea, secondo le indagini dell’autore, fu dovuta ad un miscuglio di credenze popolari, anche molto antiche e cultura dotta, proveniente dai libri che il mugnaio aveva letto.
Molto interessante è anche il contegno tenuto da Menocchio, come lo si evince dalle parole dei suoi compaesani, e dalle risposte che dà durante gli interrogatori. Emerge la figura di un uomo dotato di forte senso critico, capacità di astrazione e indipendenza di pensiero, e orgoglioso di tali qualità, anche se non sempre consapevole di ciò che gli si è abbattuto adosso con il processo.
La prima sentenza lo condanna al carcere a vita, che però sconta solo per due anni a causa di una malattia, rilasciato, gli è fatto divieto di allontanarsi da Montereale, con l’obbligo di indossare sempre l’abito crociato a monito della sua colpevolezza.
Passando gli anni però Menocchio viola tali condizioni, riprende a parlare di questioni religiose con i paesani, e nel 1599 si apre il secondo processo, durante il quale viene giudicato relapso cioè recidivo, e, dopo alcune esitazioni, viene eseguita la condanna a morte.
Negli ultimi capitoli vengono presi in considerazione altri personaggi simli, come il mugnaio modenese detto Pighino processato nel 1570, che rivela avere alcune credenze in comune con Menocchio.
Seguono le note e l’indice dei nomi.
Insomma si tratta di una lettura senza dubbio interessante, sia a livello scientifico, sia per la possibilità di conoscere un personaggio notevole come Menocchio, inoltre va ad ampliare ed approfondire l'argomento della repressione della liberta di pensiero e di credenze parallele da parte della Chiesa. Rispetto a Storia notturna, questo saggio è sicuramente più semplice e meno articolato ma comunque rigoroso nell'indagare e nell'argomentazione.

mercoledì 28 febbraio 2018

La strega innamorata

La strega innamorata di Pasquale Festa Campanile, Bompiani, 1985
Numero pagine: 191
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 1985
Genere: romanzo storico
Ambientazione: provincia di Viterbo, Roma e dintorni.
Epoca: XVII sec.

Ok, lo sapete, leggo “strega” nel titolo e nel dubbio leggo tutto il libro, tanto quelli usati mi costano massimo 2 euro. Questo è uno di quelli che già da un po’ avevo notato ma non mi decidevo a prendere, poi, visto che il mio mercatino dell’usato di fiducia (nonché l’unico rimasto in città) sta per chiudere, ho pensato fosse il caso di far mambassa anche dei titoli non troppo convincenti.
La strega innamorata, è un romanzo storico ambientato nello Stato della Chiesa del XVII secolo, e racconta la storia di Isidora Isidori, giovane figlia di una coppia bruciata sul rogo. Isidora diviene strega anch’essa, per lo più dispettosa e a tratti vendicativa, apprendendo l’arte da una vecchia del luogo, ed istruita da un non meglio definito eremita di passaggio, diviene poi una serva irriverente ed ambiziosa in casa della signora del luogo, fino a quando viene catturata e accusata dall’Inquisizione; fin qui troviamo alcuni degli elementi classici dei romanzi sulle streghe, ma pur essendo la parte che ho apprezzato di più, l’ho trovata un po’ scontata in alcuni punti, salvo qualche breve riflessione sul perché farsi strega, unica alternativa al soccombere ai soprusi per una donna d’umili condizioni e senza prospettive. Da qui inizia una sorta di altro nucleo narrativo che ho trovato meno di mio gradimento, e a tratti anche mal congegnato e fastidiosamente ammiccante, senza però erotismo ben costruito. Fuggita al monaco dell’Inquisitore (che come nella migliore tradizione tenta di sedurla, non riuscendo a resistere alla tentazione) raggiunge la sorella a Roma travestita da uomo, sarà qui che intraprenderà una scalata al lusso e al potere che da prostituta qualunque, come la sorella, la condurrà ad essere una sorta di dominatrice. Ma perché innamorata? Perché Isidora si innamora niente di meno che del papa Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, il quale, unico personaggio a mio avviso con una certa coerenza, non cede ai suoi assalti, e quest’amore senza consumazione, fatto di brevi incontri, durerà fino alla morte del pontefice.
Questa in breve la vicenda, che come si può vedere in entrambe le parti non ha tratti particolarmente originali, sia nella ricostruzione della “strega” (bellissima, selvatica, intelligente, potente, dispettosa ma innocente e in fin dei conti buona), sia in quella della “cortigiana” (ambiziosa, scaltra, manipolatrice, amante del piacere ma in fondo candidamente innamorata). Anche le scene in cui l’emotività della protagonista dovrebbe essere più viva, a tratti mi sono sembrate costruite da maschere sovrapposte (“femme fatale”, “innamorata disperata” ecc. come tracciate da un punto di vista maschile) piuttosto che tracciare un personaggio unico e coerente, . Insomma, sia Isidora che gli altri personaggi non riescono a raggiungere una profondità che li renda verosimili, sembra quasi che gli aventi non li tocchino, e così è difficile immedesimarcisi. Inoltre, le brevi incursioni nell’erotico, sono anch’esse poco convincenti. La ricostruzione storica dell’ambiente e del contesto sociale è piuttosto superficiale, mentre personalmente apprezzo trovare in un romanzo storico approfondimenti e descrizioni che rendano le dinamiche caratteristiche e inserite nel tempo, e non interscambiabili con qualsiasi altro.
Quindi, se siete arrivati a leggere fino a qui, avrete già capito che non è un libro che consiglierei, o che abbia trovato di particolare interesse. Se si cercano romanzi storici sulle streghe, esistono alternative migliori, come La chimera o Strega.

venerdì 2 febbraio 2018

Gli dei della Grecia

Gli della Grecia di Walter F. Otto, Adelphi, 2017
Numero pagine: 337
Titolo originale: Die Götter Griechenlands
Lingua originale: tedesco
Prima edizione: 1929
Prima edizione italiana: 1941

Da anni volevo approcciare i lavori di Walter Otto. I miei studi sulla mitologia greca hanno radici già attecchite nell’adolescenza; crescendo anche grazie all’interesse per alcuni aspetti del neopaganesimo, mi sono trovata più volte davanti a testi sulla mitologia osannati dai “profani” ma poco considerati dagli addetti ai lavori come quelli di Robert Graves, di Margaret Murray, di Umberto Pestalozza od anche di Marjia Gimbutas. Nulla da dire, chi più chi meno in alcuni casi sono sembrati anche a me piuttosto arbitrari. Walter Otto si colloca a metà, a mio parere, fra gli studi prettamente accademici ed accettati , e quelli meno scientificamente provati ma che sono diventati di culto. Otto infatti era uno studioso che insegnò per lunghi anni sia riguardo al mondo latino che a quello greco, ma il cui lavoro fu tacciato di arbitrio e soggettivismo; ciononostante è ancora oggi famoso, anche solo come un pezzo della storia degli studi sulle religioni.
Questo testo, è il più noto in Italia insieme a Dioniso, mito e culto e Le Muse e l’origine divina della parola e del canto, e sono rimasta molto stupita quando, cercandone una recensione, non ne ho trovata nessuna valida o anche solo più lunga di 10 righe.
Il volume, che per mia fortuna sono riuscita a trovare in edizione economica (15 euro a fronte dei circa 40 di edizioni precedenti) si apre con le prefazioni di Otto alla seconda (1934) e alla terza edizione (1947), per poi partire con l’introduzione ed una premessa, nelle quali Otto nota come la comprensione della religione greca risulti difficoltosa ad un moderno, permeato dalla credenza che una religione per essere solenne, morale, alta debba anche essere trascendente e quindi staccata dalla natura, personale (nel senso di un rapporto individuale di vicinanza con Dio) come cristianesimo e ebraismo ci hanno insegnato. Seppure tutto ciò non si trovi nella religione greca (escludendo i culti misterici) Otto individua una profonda religiosità in particolare nei poemi omerici che per lui sono l’incarnazione del vero pensiero religioso greco, in cui il divino non è staccato dal naturale in quanto è la natura stessa manifestazione del divino, lasciando quindi dietro di sé, nell’epoca pre-olimpica, tutto ciò che ha a che fare con il sopranaturale ed il magico. Chiaramente tutto ciò non si esprime in forma dogmatica, ma si desume analizzando i fatti e i comportamenti di Dei ed Eroi.
Questo il pensiero generale, che viene sviluppato nei capitoli successivi. Personalmente, trovo un po’ arbitrario identificare nei soli poemi omerici il sunto e la più alta manifestazione della grecità (ma esiste una grecità?), certo essi furono presenti al pensiero per tutti i successivi secoli durante i quali l’Ellade continuò a svilupparsi in tutti i campi, ma penso che mito e culto vadano indagati insieme, inoltre il materiale che la Grecia antica ci offre è talmente ampio in ogni ambito ed epoca che trovo riduttivo prendere Omero come manifesto universale .
Nel capito Religione e mito dell’epoca arcaica esplora il passaggio da una religione pre-olimpica a quella dominata da Zeus e dagli altri Dei abitatori dell’Olimpo che tanta parte hanno nell’epica omerica (precisa come secondo lui sia impossibile tracciare storicamente questo cambiamento del pensiero religioso, che pur tuttavia è chiaramente avvenuto). Gli antichi Dei, che potremmo anche chiamare Titani, dominati dal femminile e legati agli elementi, alla terra, così come alla morte, che si manifestano volentieri in forma animale, non scompaiono, ma vengono relegati in secondo piano, per affermare ciò Otto si avvale delle Eumenidi di Eschilo con il famoso processo ad Oreste e della Teogonia laddove si parla di Crono, Gaia e dello scontro fra Titani e figli di Crono.
Il legame con la morte, caratteristico delle figure pre-olimpiche, è totalmente assente nelle funzioni degli Dei successivi, le quali incarnerebbero totalmente la vita.
Ho trovato interessante questo capitolo, in verità più che altro quando traccia i contorni di questa più antica religiosità semi-sommersa in Omero, poiché in generale è quella che mi interessa di più. tuttavia il basarsi quasi esclusivamente su Eschilo e Esiodo per indagare i rapporti fra i due tipi di religiosità, mi lascia perplessa.
Nel capitolo 3, Figure degli dei olimpici, cerca di definire lo spirito ultimo di alcune delle più rilevanti divinità presenti nei poemi omerici, in particolare Atena ovvero il senno, la riflessione che applicata porta alla realizzazione (piuttosto fumosa mi è sembrata la spiegazione del perché, pur dominando su una sfera maschile, sia di sesso femminile); Apollo, colui che pur distaccato è, dopo Zeus, la sintesi del divino omerico, essenza dell’ordine e dell’armonia il cui adepto, il poeta, è anche profeta (su Apollo tornerà nell’Appendice); Artemide la cui essenza è natura e femminilità incontaminata, anch’essa contemplabile solo da lontano; Afrodite colei che muove all’unione ed essenza stessa di bellezza e grazia in ogni forma; Ermes, manifestazione divina di ciò che è fortunoso, o si può ottenere con scaltrezza, e che nell’indefinitezza tipica del suo essere ha a che fare sia coi vivi che con i morti, a differenza degli altri olimpici.
Precisa come non sia tanto importante il fatto che alcune di queste divinità nacquero in Asia o comunque in tempi pre-omerici, poiché qui vengono considerate così come sono nei poemi omerici. Inoltre, pur identificando per ognuno essenze diverse, nei capitoli successivi vengono ricondotte ad un’unità. In questo capitolo mi aspettavo un’esposizione lineare e cronologica dei vari aspetti degli Dei…beh nulla di tutto questo! Qui più che portare dati (che comunque non mancano) Otto interpreta; sennonché mi sembra una maniera piuttosto soggettiva di approcciare una disciplina che si vorrebbe se non totalmente scientifica, almeno tendente a ciò.
I due capitoli successivi, li ho trovati estremamente complicati, tanto che a tratti ho proprio fatto fatica a seguire il ragionamento, che per altro in più punti mi è parso totalmente personale e arbitrario.
Ne L’essenza degli dei l'autore parta del fatto che gli dei sono concepiti antropomorfi, giovani, immortali, non hanno contatto coi morti che se in tempi più antichi erano potenze che potevano interagire coi vivi, in Omero sono solo ombre, il passato, ciò che è stato; gli Dei sono ciò che è, inoltre Otto sottolinea come tutti i maggiori Dei omerici abbiano, anche presi singolarmente, potere e competenza su tutta l’esistenza umana, ed è appunto questo a garantire loro il primato sulle altre divinità.
Questo è quello che sono riuscita a cogliere ma devo ammettere che molti punti mi rimangono oscuri.
Se in questo capitolo si è dunque voluta definire la forma in cui erano concepite le divinità omeriche, nel successivo Essere e accadere alla luce della rivelazione degli dei si tenta di definine l’azione. Essi, gli Dei, operano insieme o soli e in ciò sta la molteplicità che l’uomo sperimenta, ma è comunque ricondotto all’armonia unitaria della superiorità di Zeus. L’uomo conserva il libero arbitrio poiché gli dei si manifestano nel suo agire, dunque le sue azioni sono sia umane che divine, sicché non esiste la colpa, ma sussiste la responsabilità.
In Dio e l’uomo fra le altre cose riprende la critica già antica all’antropomorfismo degli Dei greci, portando interessanti considerazioni sul perché ciò non dovrebbe essere visto in maniera negativa ma bensì come un segno di estrema prossimità fra l’uomo e il divino.
In Il Destino Otto indaga il legame fra gli Dei ed il destino, la Moira (figura pre-olimpica che però continuerà a vivere ed evolvere nei secoli successivi, viene qui indagata nella sua forma omerica) ovvero una sorta di necessario ordine universale al quale neanche gli dei possono sottrarsi, una potenza non personalizzata, che portando la morte, segna il confine di ciò che è divino, essendo esso, secondo Otto, totalmente vitale e opposto alla morte, naturale (nel senso di non soprannaturale). La differenza fra gli uomini e gli Dei è che questi ultimi conoscono il decreto, ciò che è stato stabilito e che deve avvenire perché l’ordine venga conservato.
Personalmente trovo difficile accettare un pensiero in cui vita e morte non sono legati inestricabilmente l’una all’altra, anche nella figura divina, quindi questa decisa opposizione Dei vita-morte non mi ha convinto molto.
Seguono quindi la conclusione ed un appentice, non presente nel volume originale, intitolata La grande metamorfosi verso le religione di Zeus nella quale la figura che più emerge come caratteristica del pensiero religioso greco è Apollo.

La postfazione, piuttosto interessante, narra la genesi del libro, la fortuna, il perché dell’aggiunta dell’appendice, i legami con Nietzsche, i motivi dell’assenza di Zeus e Dioniso fra gli Dei indagati.
In sintesi mi è parso uno studio che è valido solo se si prendono per buone le premesse iniziali, smontando le quali non rimane molto se non qualche intuizione interessante o qualche argomentazione arguta. Merita comunque di essere letto da chi volesse approfondire, anche se come lettura è piuttosto laboriosa, sia perché ha un suo posto nella storia della storia delle religioni, sia perché offre un approccio particolare all’argomento mai esaurito della mitologia greca.

giovedì 18 gennaio 2018

Le streghe di Eastwick


Le streghe di Eastwick di John Updike, CDE, 1986.
Numero pagine: 294
Titolo originale: The Witches of Eastwick
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1984
Prima edizione italiana: 1986
 
Come ormai si sarà capito, leggo più o meno tutto quello che mi capita sotto mano sulle streghe, che sia un saggio o un romanzo.
Di Le streghe di Eastwick avevo visto il film anni e anni fa, così ho pensato di leggere il libro, visto che spesso il testo scritto risulta molto più bello dell’adattamento cinematografico. Ma in questo caso sono rimasta delusa.
Il romanzo ambientato nell'America contemporanea, parla di tre donne, Alexandra, Jane e Sukie, madri divorziate che conducono la loro vita nella cittadina di Eastwick, fra figli quasi appena nominati ed amanti sposati. Le tre donne, in qualche modo in contatto con le forze naturali, sono tre streghe, ma usano i loro poteri in maniera del tutto irresponsabile. A smuovere la trama arriva un ambiguo uomo di New York, Darryl Van Horne, al quale le tre donne finiscono per avvicinarsi e intessere un qualche vago tipo di relazione, alternando fra fiducia e gelosia reciproca.
L’indroduzione di un quarto elemento femminile, Jenny, rompe l’equilibrio creatosi, e spinge le tre donne a praticare un incantesimo che conduce Jenny alla morte. La storia si conclude con la loro partenza da Eastwick ed una nuova relazione per ognuna.
Come si vede la trama è piuttosto scarna, e priva di significativi colpi di scena; lo stile è piuttosto prolisso e descrittivo anche se interessante nella sua originalità, ed i personaggi non sono ben delineati, inoltre non sono proprio riuscita a provare simpatia per nessuno. Il rapporto con i poteri naturali delle tre donne, in particolare Alexandra, è stato l’unico tratto che ho veramente apprezzato, ma è sicuramente messo in ombra dalla grettezza e piccolezza del personaggio, come anche delle sue compagne.
Sicché non lo consiglierei, non è per nulla un racconto irrinunciabile né particolarmente avvincente, e sull'argomento streghe si trova sicuramente di meglio.
Nel 2008 è uscito il seguito, Le vedove di Eastwick, che se proprio mi capitasse per le mani potrei anche pensare di leggere, ma non avendo apprezzato il prequel dubito mi piacerebbe.