venerdì 27 ottobre 2017

Donna felicemente sposata cerca uomo felicemente sposato

 
Donna felicemente sposata cerca uomo felicemente sposato di Erica Jong, Bompiani, 2015
Numero di pagine: 274
Titolo originale: Fear of Dying
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 2015
Prima edizione italiana:2015

Ho iniziato a leggere i libri della Jong già un po' di anni fa, a partire dai più vecchi, pubblicati a partire dagli anni 70, con questo, mi sto mettendo in pari con l'editoria moderna! Ormai ho letto quasi tutto ciò che ha scritto e che è stato tradotto in italiano, tra l'altro trovando tutti i volumi usati...come mai? Non piace alla gente? Forse chi acquista i suoi libri si aspetta dell'altro? Io ho la mia teoria: se un libro si trova al mercatino dell'usato, o è perché è veramente bello e quindi ne circolano così tante copie che qualcuna prima o poi capita per forza nei libri usati, oppure è talmente brutto che la gente se ne vuole disfare. A guardare le discutibili copertine italiane e spesso anche le traduzioni dei titoli (questo libro in particolare ne è un esempio lampante) si sarebbe tentanti di protendere per la seconda categoria per la Jong, ma io sono una fervente sostenitrice della prima. Non che pensi che tutti possano apprezzare la sua scrittura, però io la trovo sempre molto valida nell'illustrare le particolarità e i dilemmi femminili. E sono ormai un bel po' di anni che lo fa! E' partita con una giovane donna, scrittrice e sessualmente sveglia, l'Isadora Wing della trilogia iniziata con Paura di volare, alla quale si riallaccia Leila di Ballata di ogni donna, e poi la voce stessa della Jong nell'autobiografico Paura dei cinquanta, con questo ultimo libro, il cui titolo inglese Fear of Dying "Paura di morire" lo colloca nel solco dei romanzi precedenti, sembra sul punto di chiudere un ciclo iniziato più di 40 anni fa (ho tralasciato volutamente Fanny, Serenissima, Il Salto di Saffo che si discostano dal filo rosso che unisce i succitati romanzi e Ricorderò domani che non ho letto). Di cosa si può aver paura, infatti, dopo la morte?
La morte e la vecchiaia che avanza sono infatti i temi principali su cui ruotano i pensieri della protagonista sessantenne Vanessa, amica di Isadora, alle prese con la malattia e la morte dei genitori, in contrasto con la sua voglia di vita, che si esplica anche in una sessualità ancora viva e forte, nel rapporto con il marito scampato ad un aneurisma, e nel rapporto con la figlia neo-mamma ed il nipotino. Non mancano le riflessioni sulla posizione delle donne anziane nella moderna società dei consumi e dei "belli e giovani per sempre"
Il titolo italiano si rifà al tentativo di Vanessa di iscriversi ad un sito d'incontri dall'evocativo nome di zipless.com, che ricorda il "miraggio" descritto nel primo libro della Jong della "scopata senza cerniera", per incontrare un compagno sessuale che possa supplire alle carenza del marito.
Molti di questi temi ricorrono nelle altre opere dell'autrice ed in particolare in Paura dei cinquanta, di cui questo libro sembra essere quasi un appendice, un prosieguo 10 anni dopo.
In generale è stata una buona lettura, ma manca un po' dell'incisività dei romanzi precedenti, ma forse mi ha colpito meno anche perché affronta un periodo della vita al quale non sono ancora approdata.

I desideri dell'anima

I desideri dell'anima di Clarissa Pinkola Estés, Frassinelli, 2014.
Numero pagine: 199
Lingua originale: inglese
Prima edizione: è una raccolta di brani pubblicato fra il 2008 e il 2014
Prima edizione italiana: 2014 

Quando è uscito questo libro, speravo fosse qualcosa di "potente" come Donne che corrono coi lupi (certo la Estés ha scritto anche altre cose che meritano di essere lette, tipo La danza delle grandi madri, ma nulla come il suo primo libro, che mi accompagna da più di un decennio); sono stata più volte lì lì per comprarlo, ed in fine me l'ha prestato un'amica, così ho potuto immergermi nella lettura e vedere un po' cosa riservava questo nuovo volume della Estés. Purtroppo le mie aspettative non sono state confermate, non che questo sia un brutto libro, ma niente a che vedere con l'ampiezza e la bellezza di Donne che corrono coi lupi.
I desideri dell'anima è una raccolta di testi eterogenei, di diversa lunghezza, alcuni dei quali ho apprezzato più di altri. E' composto da 11 brani (più i ringraziamenti), di cui i primi due sono i più estesi.
Il primo consiste in un introduzione alle favole dei fratelli Grimm e qui si ritrova la Estés cantadora, che parla delle favole come contenitori, nonostante i rimaneggiamenti e le inevitabili variazioni dovute alle traduzione e al gusto/interesse di chi le racconta e/o raccoglie, di soulfulness, sono cioè "pieni d'anima", indicando i percorsi interiori dell'anima verso il sé.
Il secondo invece è un'introduzione a L'eroe dai mille volti di Campbell. Oltre a parlare dell'autore e del ruolo della sua opera, riprende il discorso dell'importanza delle storie come modelli della vita profonda universali, ognuno dei quali risponde ad una delle grandi domande cruciali della vita.
Il terzo prendendo spunto dal Solstizio e dai suoi riti parla dell'unione del puer e del senex, il fanciullo ed il vecchio, un sodalizio fra la forza creatrice e quella saggia della psiche, richiamando la massima contenuta nel'introduzione a La danza delle grandi madri "essere giovani da vecchie e vecchie da giovani" (pag. XX).
Il quarto partendo dalla festa di S. Valentino parla dell'Amore come froza inestinguibile anche se ferita, che che continua però sempre a vivere e ripresentarsi.
Gli altri sette capitoli, piuttosto brevi, sono alcuni in versi, come quello sul Fiume-Nonna, altri raccontano brevi storie come quello sull'Orsa Callisto, altri ancora prendono le mosse da particolari della vita dell'autrice, come quello del suo rapporto con il padre alcolizzato.
Questi ultimi mi hanno detto poco per la maggior parte. Insomma avvicinerei questo volume a Storie di donne selvagge, anch'esso composto da testi non collegati fra loro, e riuniti senza un apparente filo conduttore.

mercoledì 29 marzo 2017

Il segreto del Bosco Vecchio


Il segreto del Bosco Vecchio di Dino Buzzati, Mondadori, 2011.
Numero pagine: 149
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 1979

Trovato per caso, l'ho divorato in meno di 24 ore, è infatti un libro snello e dalla lettura facile e scorrevole, ha qualcosa della favola, con i suoi personaggi fantastici: genii degli alberi che ogni tanto si aggirano nei boschi, un vento, di nome Matteo, una gazza guardiana, o meglio due, cinque incubi e soprattutto una foresta d'abeti antichissima, che il colonnello Procolo eredita insieme ad una casa, divenendo tutore del giovane Benvenuto, ancora bambino.
Buzzati, non si perde in spiegazioni su come mai un vento parli agli umani, o su come essi possano capire il linguaggio degli uccelli: ogni elemento fantastico viene presentato come se fosse la più normale delle cose, che non abbisogna di alcun chiarimento. Così si assiste a concerti notturni di venti nel bosco, una sfida per la supremazia fra il vento Matteo ed il vento Evaristo, genii travestiti da forestali per custodire il luogo, cinque incubi che si presentano alla porta ed un'ombra che, indignata dal comportamento del suo umano, lo abbandona. Il colonnello, rigido e distaccato da tutta l'umanità, o meglio da tutti gl'esseri viventi, arroccato nella menzogna di non desiderare comunione con chi che sia, troverà un barlume di riscatto solo nel finale, mentre Benvenuto, che tanto ha amato il bosco e i genii giocando all'ombra degli alberi, ormai trascorsa l'infanzia e salutato il vento Matteo che abbandona il mondo, non sarà più in grado di udire i discorsi di piante ed animali, come tutti (o quasi) gli adulti.
Pur essendo questa la conclusione, quando si chiude il libro non rimane un sapore amaro in bocca, piuttosto sembra di aver attraversato una foresta della nostra infanzia, di aver ascoltato una favola moderna, inusuale ma ricca di personaggi ed eventi memorabili, e che ora bisogna tornare alla realtà quotidiana, portandosi però, un vago profumo di resina, come quello che ci rimaneva addosso da piccoli, dopo aver corso nel bosco.

Arboreto salvatico


Arboreto salvatico di Mario Rigoni Stern, Einaudi, 2015.
Numero pagine:
Lingua originale: italiano
Prima edizione: 1991

Da molto volevo leggere questo libricino, ne avevo trovato citazioni in altri volumi, e mi era sembrato interessante. Prima, conoscevo Mario Rigoni Stern di nome, a lui associavo, nel mio personale schedario mentale degli autori, le parole “guerra” e “montagna”; non sono un’amante dei libri di guerra quindi non avevo approfondito. Tuttavia, scoperto questo titolo, ho poi fatto fatica a trovarlo; solo qualche mese fa, capitate in libreria, mia sorella me l’ha regalato, vedendomi particolarmente interessata. Ed è stato un regalo veramente gradito.
C’è poi da dire che avevo frainteso il titolo, si parla di Arboreto sì, ma non selvatico, come avevo sempre pensato, bensì salvatico. E’ Rigoni Stern stesso a precisare il perché di questo titolo e la genesi del libro nella Nota all’edizione del 1996 che apre il volume: “Un giorno, era la primavera del 1989, mi venne da scrivere del peccio […] via via seguirono descrizioni di altri alberi, un po’ scientifiche un po’ letterarie. Naturalmente l’attenzione maggiore era dedicata agli alberi che mi stavano più vicini, come un rustico arboreto. […] Ma “salvatico”? L’aggettivo era usato nel Rinascimento per selvatico: due parole che messe insieme mi piacciono, anche se in contraddizione tra di loro: selvatico è non coltivato, non domestico, ricoperto da selve, anche rozzo; ma c’è la vocale a al posto di una e, e così tutto cambia: un salvatico che diventa salvifico, che conduce alla salvezza.” (pagg. VI-VIII)
Dice “mi venne da scrivere”, come se le parole venissero da chissà dove, traboccando sul foglio come acqua versata in un contenitore che trabocca. Ed in effetti si ha l’impressione che quest’uomo dei monti, abbia qui riunito tutto ciò che sugli alberi ha appreso in lunghi anni di convivenza, sia dalle piante stesse, sia da altri abitanti della montagna, silvicoltori, boscaioli, forestali. In ogni capitolo infatti, dedicato ad un singolo albero, si intrecciano ricordi ed osservazioni, informazioni botaniche, miti arborei e utilizzi delle varie essenze. Sembra quasi che Rigoni Stern parli di vecchi amici, in particolare quando si riferisce agli alberi da lui piantati e curati per anni nel suo podere, discosto dalla città e a metà strada verso la natura selvaggia.
Un libro leggero, agile, da leggere all’ombra fresca di qualche albero tranquillo, per conservare la pace del meriggio; da consultare ogni tanto anche nel cuore della città, per tuffarsi nei boschi, al limitare dei prati montani.

sabato 24 dicembre 2016

L'amante di Lady Chatterley

 L'amante di Lady Chatterley di David Herbert Lawrence, Mondadori, 1966.
Numero pagine: 418
Titolo originale: Lady Chatterley's Lover
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1928
Prima edizione italiana: 1945

Ho deciso di recensire questo libro intanto perché l'ho apprezzato molto, ed in secondo luogo per la maestria che Lawrence dimostra nel genere erotico, apprezzabile ancora oggi a quasi 90 anni dalla prima edizione, molto più di quella di alcuni romanzi moderni.
Il romanzo si apre nel 1920 con il ritorno di Clifford Chatterley, signore di Wragby Hall, nei Midlands inglesi, dalla prima guerra mondiale con la parte inferiore del corpo paralizzata. Clifford ci è descritto come ricco di vitalità, tanta da superare il trauma, ma anche pauroso ed insicuro, umanamente distante da tutto e tutti. Sua moglie Constance, Lady Chatterley, donna dei suoi tempi emancipata e essenzialmente libera prima del matrimonio, si ritrova a vivere come infermiera per il marito nella grande e malinconia magione avita, il cui cielo è adombrato da una nube di carbone che sale dalle miniere di famiglia, vicino al villaggio di Tevershall. E' in questo ambiente solitario (nettamente distaccato da quello comunque gretto e diffidente dei paesani) e sempre più grigio, sia nell'aspetto che nell'essenza, che Connie inizia a cercare conforto, o anche solo un momento di fuga, nel bosco che circonda la tenuta "Il bosco era il solo rifugio, il suo santuario. Ma non era un vero rifugio, un santuario, poiché non aveva nessun rapporto con lei; era soltanto un luogo dove poteva evitare tutto il resto. Non aveva mai veramente toccato lo spirito del bosco [...]" (pag. 60). Intraprende un breve rapporto con un giovane artista, Michaelis, ma è uno scambio immaturo e in realtà solitario.
E' durante una passeggiata nel bosco in carrozzella che Clifford suggerisce a Connie di prendersi un amante, in modo da aver un figlio e proseguire la stirpe, essendo il loro legame più forte di un mero e semplice atto fisico, e non tanto importante la paternità biologica quanto l'educazione. E' in questo scenario silvestre che poco dopo, compare per la prima volta Mellors, il guardiacaccia di Whragby. Connie è intimidita dal distacco di quest'uomo del popolo, chiuso e beffardo eppure ancora in possesso di un certo calore umano.
La vita di Lady Chatterley si fa sempre più soffocata e striminzita, tutta presa nell'accudire il marito e compiacerlo, tanto che grazie all'intervento della sorella viene assunta un'infermiera, Mrs Bolton, per prendersi cura di Clifford.
Durante successive passeggiate solitarie Connie ed il guardiacaccia s'incontrano più volte, e qui Lawrence costruisce poco a poco, senza fretta, una danza in crescendo, piena di sensualità all'inizio invisibile, che poi cresce a permeare la scena, così come il bosco, teatro degli incontri dei futuri amanti. Mellors si definisce piano piano, come un uomo ferito da una donna, sua moglie, che ha scelto di ritirarsi dal mondo, eppure è ancora vivo dentro, desidera e teme Connie, la quale impiega più tempo a cedere alla malia sensuale dei loro incontri. Solo dopo il primo orgasmo insieme, Lady Chatterley si scioglie e si affida davvero a Mellors, benché preoccupata che l'adorazione per un uomo la renda schiava del suo volere.
Mrs Bolton capisce che il guardiacaccia è l'amante di Lady Chatterley ma serba il segreto, ed anzi, durante un dialogo fra le due in cui l'infemiera racconta della morte di suo marito avvenuta in gioventù, sembra quasi che ci sia approvazione da parte di Mrs Bolton: "[...] Continuai a credere che sarebbe tornato. Soprattutto di notte [...] doveva ritornare a giacere al mio fianco, così che potessi sentirlo con me. [...] Quante scosse nervose, la notte, prima che capissi che non sarebbe più tornato Anni, mi ci vollero, anni!"
"Il contatto del suo corpo..." disse Connie.
"Proprio così, signora. Il contatto del suo corpo. Fino ad oggi non l'ho potuto dimenticare, e non potrò mai." [...]
"Ma può un contatto durare così a lungo?" Domandò improvvisamente Connie. [...] "Oh, signora, che cosa c'è d'altro che possa durare?"

Così il rapporto fra il guardiacaccia e Lady Chatterley si fa sempre più saldo, mentre entrambi scoprono via via la tenerezza e rinunciano alla paura, immergendosi sempre di più in una sensualità sana e vitalistica, nuda e anticonvenzionale: "Quanto mendaci i poeti, e tutti gli altri! Vogliono far credere che si ha bisogno di sentimento, mentre non si ha supremamente bisogno che di quella sensualità penetrante, bruciante e forse terribile. Trovare un uomo che osi far questo, senza vergogna, senza peccato, senza rimorsi! [...] Occorre sensualità, schietta sensualità, anche per purificare e ravvivare lo spirito." (pag. 318).
Una gravidanza verrà a sciogliere l'intreccio, spingendo i due amanti a tentare di liberarsi del passato per vivere un futuro insieme, e Lady Chatterley sarà in grado di rinunciare al titolo e a tutto quello che comporta, pur di realizzare una vita inseme a Mellors. Il libro si chiude con una lettera di quest'ultimo a Connie, durante una provvisoria separazione. Lawrence lascia sospeso quello che potrebbe essere un lieto fine.

Vedete come questo non sia esattamente il modello delle moderne novelle erotiche, con protagonisti maschili belli da paura, ricchi ed autoritari, un po' dannati ma buoni dentro, e donne belle senza saperlo, ingenue ed inesperte, tendenzialmente asociali e fragili, ma in grado di assumersi l'onere della felicità di lui. In questo racconto c'è umanità, paura del contatto profondo con un altro ma anche desiderio di questo, il sesso non è sempre perfetto, sia Connie che Mellors si mostrano più volte incerti, si usano parole come fica, culo, scopare, e si parla anche di peli pubici.
Nelle prime pagine si esprime la convinzione di Connie, come della sorella Hilda, che il sesso non sia altro che un ricadere negli istinti primitivi, un necessario corollario al ben più interessante rapporto intellettuale, "una delle relazioni, una delle sottomissioni più antiche e più sordide" (pag. 43) per quanto lo si possa colorire di sentimentalità, a cui gl'uomini non sono disposti a rinunciare, ed allora loro, le donne libere, cedono pur senza donarsi interamente e veramente: "una donna poteva prendere un uomo senza concedersi in realtà" (pag. 44)
La storia con il suo primo amante Michaelis, si conclude una notte in cui, dopo che lui ha raggiunto l'orgasmo, Conni continua a muoversi per trovare piacere. L'uomo prende come un affronto personale la cosa, sembra quasi che si senta usato: "Non potresti godere con me? No vero? Ti piace recitare da sola!" [...] "Ma vuoi che anche io sia soddisfatta, non è vero?" ripeté. "Oh, certo! Si capisce! Ma star lì ad aspettare che la donna goda non è un bel divertimento per un uomo..." (pagg. 98-99)
E più avanti ancora dice: "[La sensualità] era scomparsa dagli uomini. Avevano i loro meschini spasmi della durata di due secondi come Michaelis; ma non la sana sensualità umana che riscalda il sangue e rinnova." (pag. 117)
Forse gli uomini potrebbero trovare esagerato questo passaggio, eppure credo che alcune donne potrebbero riconoscervisi: il percepire come la propria sessualità sia tenuta in minor conto di quella maschile, e come questa comunque sia a volte piuttosto meccanica ed automatica, fredda, è un'esperienza che è toccata a molte di noi.
Il primo rapporto di Conni e Mellors, quasi inaspettato dopo più di 150 pagine, pur non essendo un apice esistenziale come ci si aspetterebbe nei romanzi erotici moderni, è qualcosa che riavvicina entrambe alla vita. E poi, si parlano, si confrontano. Fantascienza.
La sensualità di Mellors è di tutt'altro tipo rispetto a quella degli altri uomini: "...quella gentilezza aveva curiosamente il potere di calmarla e confortarla. E poi era appassionato, sano e appassionato. Forse non era abbastanza personale: poteva comportarsi con qualsiasi donna, come con lei. [...] A guardar bene, ella non era per lui che una femmina. Ma forse era meglio così. Dopo tutto, egli era gentile con la femmina che era in lei, e nessun uomo lo era stato fino allora. Gli uomini erano molto gentili con lei come persona, ma piuttosto crudeli con la femmina, che disprezzavano o ignoravano del tutto. [...] Egli invece non si interessava di Constance o di Lady Chatterley: si accontentava di accarezzarle dolcemente i lombi e le mammelle." (pag. 175)
Siamo in quello stadio in cui il sesso è vita, indistinta ed impersonale, e non solo per il guardiacaccia: "Oh, essere appassionata come una baccante, come una baccante in fuga attraverso i boschi alla ricerca di Iacco, il fallo splendido che non avesse una personalità indipendente dietro di sé, ma fosse il dio servente della donna! E che l'uomo, l'individuo, non osasse intromettersi. L'uomo non era che un servo del tempio, colui che portava e custodiva il fallo splendido, il quale non apparteneva che a lei." (pag. 191)
Tuttavia alcune delle scene più belle, più ben costruite e verosimili, poiché sono ricche di quei piccoli rituali, di quelle dolcezze che gli amanti si scambiano all'oscuro del resto del mondo, sono quelli in cui Connie passa la notte al cottage di Mellors, ed egli da voce al suo pene col nome di John Thomas, o quando s'intrecciano fiori selvatici nei peli del pube: "E aggiunse tra i peli un bocciolo rosa di violetta selvatica. "Ecco! Questo rappresenta me nel posto dove non mi dimenticherai! [...] " (pag. 291)
"Aveva portato aquilegie, violette selvatiche, fieno tagliato di fresco, ciuffi di quercia, e boccioli di madreselva. Intrecciò freschi ramoscelli di quercia intorno ai suoi seni, unendovi ciuffi di campanule e violette, e sull'ombelico pose una violetta rosa, e fra i peli dell'amore alcuni nontiscordardimé e alcune asperule. "Eccoti in tutto il tuo splendore!" disse. "Lady Jane e le sue nozze con John Thomas." (pag. 295)

Il bosco partecipa degli umori dei protagonisti, c'è corrispondenza fra la natura e coloro che la abitano in cerca di sé stessi e dell'altro. La natura è spesso presa come simbolo di tutto ciò che è vitale, semplice, essenziale, mentre il villaggio così come la modernità sono definiti negativamente come ciò che spegne la vita, esteriore (ambiente) ed interiore (anima, sensualità). "...aveva anche lei un po' della delicatezza dei giacinti selvaggi, non era un impasto di gomma e platino come la donna moderna. [...] Ma egli l'avrebbe protetta col suo cuore per qualche tempo. Per qualche tempo, prima che il mondo di ferro incapace di sentimento, e il mondo dell'avidità meccanizzata avessero avuto il sopravvento su di loro, su di lei come sopra lui stesso." (pag. 173)
"Ella era come una foresta, come il cupo intreccio di un bosco di querce, il quale mormorasse silenziosamente attraverso miriadi di gemme in rigoglio. Nello stesso tempo gli uccelli del desiderio dormivano nel vasto intrico del suo corpo." (pag. 194)

Una bellissima storia di umanità e sensualità, non quella finta e pruriginosa, né quella stanca e ripetuta, meccanica, ma una passione della vita per la vita che coinvolge tutto l'essere, non solo il corpo. Consigliato davvero a tutti gli amanti del genere, agli uomini e alle donne ancora in grado di immaginare, desidera ed apprezzare questo tipo di unione.

Piccole donne crescono

 
Piccole donne crescono di Luisa May Alcott, Giunti, 1989.
Numero di pagine: 278
Titolo oroginale: The Little Woman or Meg, Jo, Beth and Amy
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1869
Prima edizione italiana: 1908

Per gli stessi motivi che mi hanno portato a recensire Piccole donne, includo anche il sequel, che in America benché originariamente pubblicato l'anno successivo, è generalmente raccolto in un unico volume con Piccole donne.
Dagli eventi narrati nel primo libro sono trascorsi tre anni: Meg si sposa finalmente con John Brooke e si trova alle prese con la vita di coppia e poi con la maternità; Jo continua i suoi esperimenti letterari mantenendo il suo carattere libero ed irruento; Amy fattasi una ragazza attenta alle consuetudini di società, si dedica modestamente all'arte, ed accompagna la zia March in un viaggio per l'Europa; Beth continua ad essere il pacifico angelo della casa.
La proposta di matrimonio di Laurie a Jo, respinta, spingerà la giovane donna a cercare nuovi orizzonti a New York dove incontrerà il signor Bhear, un attempato professore tedesco che saprà farsi strada nel suo cuore. Ma tutto cambia con il progressivo indebolimento di Beth a causa della scarlattina contratta in tenera età (raccontato in Piccole donne). Jo tornata a casa la accompagnerà fino alla fine in una delle scene più vive e toccanti del libro. Amy ancora in Europa incontra Laurie, amareggiato per il rifiuto di Jo e sbandato senza meta apparente; sarà grazie alle sue sollecitazioni che il giovane prenderà in mano gli affari di famiglia e la sua vita, dopo essersi reso conto di essere un mediocre musicista; nella stessa maniera Amy, accortasi di non aver talento sufficiente per la pittura, accoglierà Laurie e fra i due sboccerà un amore meno idealizzato di quello che Laurie nutriva per Jo, ma sicuramente più pragmatico.
Così Jo rimane a badare alla famiglia, consumandosi però in qualcosa che non le appartiene, che non la nutre veramente, finché una visita del professor Bhaer porterà l'amore a risvegliare il suo cuore.
Il romanzo si chiude con l'eredita di una grande casa lasciata dalla zia March a Jo, che la trasforma in una scuola, e con una scena campestre che coinvolge tutte le sorelle con i rispettivi sposi e figli e la madre.
Rispetto a Piccole donne, qui sono forse più evidenti le convenzioni dell'epoca, che insistevano tanto sulle apparenze, la gravità di rimanere zitella, i doveri di una buona moglie, e di nuovo la figura della signora March appare fin troppo perfetta, ma profondamente necessaria, una sorta di Madre del clanche da consigli alle donne più giovani su come rapportarsi con sé stesse e con gli uomini. E torna anche il suo moralismo cristianeggiante che potrebbe disturbare alcuni.
In generale mi è piaciuto meno di Piccole donne, e non mi hanno convinto del tutto i personaggi di Laurie ed Amy, così come la loro unione (insomma, credo che quasi tutti abbiano sognato un felice matrimonio fra Laurie e Jo!); mentre colei che anche in questo caso appare più ben definita e soggetta ad evoluzione è Jo, impegnata nelle sue lotte interiori così come con quelle con il mondo e le regole sociali.
Come per il volume successivo consiglierei la lettura intanto per ritrovare le quattro sorelle e vedere come evolvono, poi per l'importanza del romanzo come uno dei primi scritti da una donna e con protagoniste femminili; ed inoltre come studio di costume su come le donne vivevano ai tempi della stesura.

Piccole donne

Piccole donne di Louisa May Alcott, Biblioteca Economia Newton, 1995
Numero pagine: 222
Titolo originale: Little Woman or Meg, Jo, Beth and Amy
Lingua originale: inglese
Prima edizione: 1868
Prima edizione italiana: 1908

Ho inserito questo libro nel sito un po' perché Piccole donne fa parte del bagaglio culturale di moltissime donne da generazioni, un po' perché è uno dei primi romanzi semi-autobiografici femminili, scritto da una donna per altre donne, uno dei primi libri per ragazzi con protagoniste femminili, e che tratta le piccole conquiste e lotte di un mondo per lo più al femminile. D'altra parte, da un'autrice che ha partecipato alla lotta per il voto femminile, ed è stata la prima ad averlo nella sua città, questo non giunge inaspettato.
Questo primo volume, a cui faranno seguito Piccole donne crescono, Piccoli uomini e I ragazzi di Jo, racconta la storia della famiglia March lungo lo svolgersi di un anno, da un Natale all'altro, durante la guerra civile americana in cui il padre è impegnato. Le quattro sorelle e la madre sempre attenta e solerte, si destreggiano nei piccoli e grandi inconvenienti dovuti alla povertà e alla condizione femminile: Meg la più grande, lavora come istitutrice; Jo come dama di compagnia di una arcigna zia zitella; Beth assolve i compiti casalinghi e la piccola Amy frequenta la scuola. Le ragazze sono affiancate da Anna, la vecchia serva, e dalla signora March, la dolce e sollecita madre che vigila sulle loro azioni e sul loro carattere. Ed a volte, questa serafica signora March, sembra quasi surreale, sempre perfetta, sempre pronta a cogliere i dispiaceri delle proprie figlie, sempre pronta con il consiglio giusto per la situazione, e con una conduttura morale con non ammette cedimenti. Un modello di madre angelicata difficile con cui confrontarsi e da trovare nella realtà.
Benché tutte le sorelle vengano presentate e seguite, quella che più viene delineata e che più colpisce è Jo, che fin dalle prime pagine solleva una questione d'interesse femminista: "Mi disgusta pensare che devo crescere, essere la signorina March, portare gonne lunghe e apparire composta come un fiore cinese. E' già abbastanza noioso che io sia nata femminina, quando mi piacciono tanto i giochi, le occupazioni e le abitudini dei ragazzi. Non posso dimenticare il dispiacere di non essere un maschio, ora più che mai, perché muoio dal desiderio di andare a battermi con papà e invece non mi rimane  che stare a casa a lavorare a maglia come una vecchia rammollita" (pag. 21).
Più avanti durante la prima discussione con Lauri, l'unico giovane uomo ammesso in questo mondo femminile, e poi durante la descrizione della biblioteca della zia March, si nota l'amore di Jo per la letteratura, ostacolato dal suo essere donna, e per di più con scarsi mezzi.
Ma il personaggio di Jo viene anche definito negativamente a causa dei suoi scatti d'ira, della sua aggressività, del suo essere attiva e del suo disprezzo delle convenzioni, caratteristiche additate come negative nelle donne, e generalmente tollerate negli uomini. Il lavoro di autocontrollo, o potremmo anche dire repressione, che Jo svolge su di sé ha qualcosa di preoccupante, ricordando come moltissime di noi si auto-privino di una parte sana e vitale di sé stesse, in favore del conseguimento del modello femminile indicato da una società patriarcale.
Sommuove anche la dedizione con cui Jo si dedica alla scrittura, la soddisfazione, dopo la prima pubblicazione di un suo racconto, per la possibilità di contribuire con la sua arte al bilancio famigliare.
Alcune scene, benché tracciate ormai molti anni fa, sono ancora verosimili e vicine, come quella del litigio fra Jo ed Amy, in cui l'invidia e l'amore si alternano senza escludersi; il confronto fra Jo e la madre, che le rivela per un fugace momento le sue debolezze e mancanze;l'incertezza di Jo, che è quasi possessività e gelosia, davanti alla proposta di matrimonio di Mr Brooke a Meg "Meg sarà assorta e non si curerà più di me: Brooke farà fortuna in qualche modo, la porterà via, lasciando un vuoto in famiglia; mi sentirò spezzare il cuore e tutto mi sembrerà maledettamente sgradevole. Oh, povera me! Perché non siamo nate tutti maschi? Almeno non vi sarebbero queste noie" (pag. 195).
Inevitabili per l'epoca, anche se non eccessivamente fastidiosi, i rimandi religiosi della signora March, con i quali esorta le figlie ad affidarsi a Dio, ed altre simili amenità.
Insomma, un romanzo per alcuni aspetti sicuramente datato, ma che ha invece ancora qualcosa da dire non solo alle giovani lettrici, che può essere letto come una sorta di studio socio-antropologico, oltre che come un importante pezzo della letterature femminile in lingua inglese.